Bias Vs campagna di vaccinazione. Il ruolo del ragionamento: indecisi e determinati.

Le diverse reazioni in relazione alla campagna vaccinale contro il Covid-19, potrebbero essere connesse alla informazioni non sempre univoche e ai bias

ID Articolo: 189278 - Pubblicato il: 18 novembre 2021
Bias Vs campagna di vaccinazione. Il ruolo del ragionamento: indecisi e determinati.
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L’emergenza da Covid-19 e la conseguente campagna vaccinale ha fatto emergere diversi giudizi e valutazioni circa l’utilità del vaccino. In questo articolo si descrivono alcuni processi cognitivi sottesi alle diverse reazioni.

 

Messaggio pubblicitario Il 27 dicembre 2020, abbiamo assistito al “Vaccine day”, giornata che ha sancito ufficialmente l’inizio della campagna vaccinale per contrastare la pandemia da Covid-19.

Per più di un anno la campagna vaccinale ci è stata presentata come l’unica risoluzione al panico generatosi in seguito alla diffusione del virus. Diverse sono state le reazioni psicologiche della popolazione, non obbligata dal Decreto del 12 marzo 2021 a vaccinarsi, e le valutazioni personali sono state connotate – a nostro avviso – da una allarmante miopia cognitiva.

Di conseguenza, alcuni cittadini si sono adoperati alla ricerca di un antidoto, altri si sono nascosti o sottratti, negandone l’efficacia o dissertandone sulla rete. Altri ancora ne hanno sostenuto l’efficacia, e si sono sentiti privilegiati di essere reclutati tra coloro che potevano o avrebbero dovuto sottoporvisi; altri, invece, hanno temuto di andare incontro a potenziali danni per la propria salute.

Queste reazioni, a nostro avviso, potrebbero essere connesse alla campagna europea di vaccinazione, contraddittoria e spesso enfatica, nonostante la sua finalità rassicurante.

Ci riferiamo ad esempio agli allarmismi e alle fake news circolate anche nella rete. Abbiamo visto sottoporsi a vaccinazione prima i vulnerabili e le fasce protette, e poi file di pensionati vaccinati e gli insegnanti in lista di attesa, quotidianamente esposti al rischio: un “pandem-onio”! Non ultimi i lotti fallati e le alterne valutazioni su alcune tipologie di vaccino. Si disegna dunque una psicologia emotiva contraddittoria che si muove da un lato tra paura, ansia, rabbia e dall’altro, ottimismo, entusiasmo, speranza.

Di fronte al vaccino diverse sono state le credenze attivatesi: ci riferiamo a delle modalità di ragionamento riguardanti la salute, il benessere personale e comune, e più in generale l’approccio alla vita, alla malattia e all’emergenza.

I bias relativi alla campagna vaccinale

Tversky & Kahneman (1974) hanno teorizzato l’esistenza di una serie di bias cognitivi che possono indurre in errori di ragionamento, ovvero distorsioni nelle valutazioni o nel processo decisionale. Si tratta di distorsioni cognitive inconsapevoli che a volte ci inducono a prendere decisioni irrazionali anche quando siamo convinti di aver valutato accuratamente una questione. Un bias è definito nello specifico come un errore di valutazione o mancanza di oggettività di giudizio di fronte ad una scelta, una situazione o una questione che prende origine da informazioni che si hanno in possesso e da cui si inferiscono giudizi, pregiudizi e ideologie.

Tuttavia, non è possibile rimuovere i bias dal funzionamento della nostra mente; è possibile analizzarli a posteriori in modo tale da verificare le diverse valutazioni sulla realtà e prevenire eventuali effetti distorsivi.

Per quasi tutto il Novecento, mentre si diffondevano gravi malattie infettive anche nei paesi industrializzati, le campagne di vaccinazione erano considerate una soluzione miracolosa. Oggi, in relazione all’opportunità offertaci dal piano di vaccinazione nazionale, osserviamo una diffusione di bias cognitivi che sembrano frenare la propensione alla vaccinazione.

Nel secolo scorso, grazie all’interazione tra il bias della disponibilità (Tversky & Kahneman, 1973), ovvero la tendenza che porta a formulare giudizi sulla base degli esempi e/o delle informazioni più disponibili che più facilmente e vividamente vengono alla mente, e il bias della riprova sociale (Cialdini  1984), tendenza a ritenere maggiormente validi i comportamenti o e le scelte che vengono effettuati da un elevato numero di persone), quasi nessuno sviluppava un atteggiamento critico nei confronti della vaccinazione su larga scala.

Dando uno sguardo al passato, come possiamo spiegarci che i vaccini – forse i rimedi più efficaci e sicuri che la scienza abbia mai scoperto e garantito – siano diventati così allarmanti al punto da indurre milioni di genitori nel mondo a non proteggere i propri figli da malattie molto gravi?

Analizzando il fenomeno, possiamo osservare come sia già accaduto che si diffidasse del vaccino; ad esempio nel febbraio del 1998 il medico inglese Andrew Wakefield avanzò l’ipotesi che la vaccinazione trivalente potesse causare l’insorgenza di autismo. L’annuncio ebbe una significativa risonanza mediatica e milioni di genitori entrarono in allarme. Sulla scia del bias della disponibilità, l’allarme divenne forte alimentando il dilemma: vaccinare o non vaccinare i propri figli? Spinti dal bias di omissione, molti genitori scelsero di non farlo, seguendo una linea di ragionamento omissiva: in caso di incertezza o di dubbio, meglio non agire piuttosto che ad agire.

Un altro bias senz’altro contribuì ad alimentare l’allarme. Spesso l’insorgenza dell’autismo corrispondeva temporalmente alla somministrazione della vaccinazione. Ciò portò molti genitori ad inferire un nesso di causalità fra vaccino e autismo: “se l’autismo si manifesta poco dopo la vaccinazione, allora il vaccino deve esserne stato la causa”.

Tuttavia, ad oggi sappiamo, che si tratta di due eventi separati ed indipendenti, ma l’illusione di causalità fece sembrare questo legame molto plausibile e probabile. In moltissimi genitori la paura si consolidò in una convinzione sempre più radicata, alimentando uno dei bias più potenti di cui spesso siamo vittime: il bias di conferma (Wason 1960). Si tratta della tendenza a cercare, a credere e a ricordare informazioni che confermano una nostra convinzione, e a rifiutare, non credere o dimenticare quelle che la possono smentire (Nickerson, 1998; Oswald, & Grosjean 2004) e dunque confermare una ipotesi tramite prove a favore invece che prendere in considerazione evidenze contrarie. A sommarsi intervenne l’effetto Dunning-Kruger, un bias cognitivo che porta a sovrastimare le proprie competenze in uno specifico ambito, anche se pur debolmente in nostro possesso.

Attualmente la società è spaccata tra indecisi e determinati. Per questo motivo può essere utile confrontarsi con diversi bias che possono condurre a valutazioni erronee circa l’efficacia della vaccinazione e dunque far luce sui bias degli “indecisi”.

Mai come in questo momento storico, la disponibilità di un vaccino efficace rappresenta un rimedio indispensabile: ecco il bias della disponibilità di nuovo in azione!

Tra gli errori di ragionamento, possiamo annoverare il bias di conferma. Ciascuno di noi è portato ad attribuire maggiore credibilità alle informazioni che confermano le proprie convinzioni e ad evitare informazioni che le contraddicano. Si tratta di una modalità di ragionamento che porta a far riferimento alle sole informazioni che alimentano i propri punti di vista preesistenti (“negazionisti – complottisti”). La conseguenza di questo errore comporta una conferma delle nostre decisioni o convinzioni, piuttosto che la loro messa in discussione: “Se hanno iniziato a dire che AstraZeneca ha esiti avversi è proprio vero quanto pensavo…”. Questa affermazione non è supportata da un punto di vista scientifico, piuttosto è una rappresentazione della realtà che conduce ad ignorare o sottostimare gli eventi che confuterebbero la propria posizione preesistete. Inoltre, questo errore, può essere alimentato anche dal “bias del pavone”, inteso come la tendenza a mostrare maggiormente i successi rispetto ai fallimenti o, d’altra parte, a ignorare questi ultimi.

Alla luce di quanto indicato precedentemente, appare interessante riflettere anche sul bias di omissione, errore che porta a fare scelte che comportano l’omissione anziché l’azione, anche quando vi è un’esposizione a rischi oggettivamente elevati per la salute, in questo caso il contagio. La paura o il timore di commettere una scelta potenzialmente errata o dannosa porterebbero, infatti, ad assumere una posizione passiva, tale da sperimentare un rimpianto minore qualora l’esito fosse la morte o il rischio per la propria salute. Di fronte al dubbio che la vaccinazione possa causare esiti avversi, si decide quindi di non vaccinarsi, sottoponendosi a rischi di gran lunga maggiori in termini di probabilità. In situazioni di una scelta valutata come “rischiosa”, chi deve decidere se vaccinarsi o meno si confronta con l’alternativa tra azione concreta e omissione, tendendo a scegliere l’omissione in assenza di informazioni per sé valutate come rassicuranti: “Non ho informazioni rassicuranti… se dovessi vaccinarmi non mi perdonerei o accetterei mai un’eventuale reazione avversa”. Tuttavia anche il non vaccinarsi è in realtà una scelta assai più rischiosa: corrisponde, infatti, alla scelta di non proteggersi dall’epidemia.

Messaggio pubblicitario Si aggiungono il bias di ancoraggio o la trappola della relatività, ossia la tendenza a creare una propria realtà soggettiva, non corrispondente alle evidenze, sulla base di interpretazioni in possesso che portano ad un errore di valutazione o ad una non oggettività di giudizio. L’errore, pertanto, comporta un ancorarsi ad un valore che viene poi utilizzato arbitrariamente come termine di paragone per le valutazioni in atto, invece che basarsi sul valore assoluto (“Dopo la vaccinazione, pochi sono deceduti, ed altri hanno rischiato la trombosi”). Pertanto, non vengono valutati gli esiti positivi. Ciò si ricollega alle correlazioni illusorie (Hamilton e Guifford, 1976), ovvero all’attribuzione di relazioni tra variabili seppur non esistenti: “dopo il vaccino ho iniziato a sentirmi più stanco, più debole, più vulnerabile”. Anche queste affermazioni non si basano su statistiche dei dati, ma su una valutazione erronea che, se due eventi sono legati a livello temporale, allora possono essere connessi da un rapporto di causa-effetto. Tale modalità definita “Correlation is not causation” pone enfasi su come due eventi correlati temporalmente non sono necessariamente uno causa dell’altro e, dunque, che la correlazione non implica causalità. Il nostro cervello è sempre alla ricerca di spiegazioni per comprendere la realtà, pertanto, in una situazione avversa come la pandemia, sarebbe opportuno non effettuare una valutazione partendo da un caso singolo, ma affidarsi a ciò che la scienza ritiene attendibile.

Infine, si è avuto modo di riscontrare la presenza dell’euristica della disponibilità. Le persone tendono a sovrastimare le informazioni che sono loro maggiormente disponibili o che appartengono ad una cerchia di persone “vicine”.

In questo caso quindi, oltre all’impossibilità di verificare la veridicità delle informazioni, si tende a considerarle superiori a tutte quelle che possono mitigarne l’effetto. Il risultato è quello di estremizzare il dato, nonché di considerare il vaccino pericoloso e, quindi, di evitarlo. È sicuramente inevitabile non lasciarsi coinvolgere dalle persone vicine: il problema è lasciare all’emotività il controllo su decisioni importanti che possono decretare un rischio la propria salute.

In questi mesi, a seguito dell’attenzione da parte dei media di poche gravi reazioni avverse, abbiamo osservato come intere fasce di popolazione si siano rifiutate di sottoporsi alla vaccinazione con AstraZeneca, attivando anche un bias di informazione selettiva, sulla base del quale ogni elemento statisticamente irrilevante assume invece una notevole importanza a favore delle proprie credenze di diffidenza e paura circa gli effetti collaterali del vaccino.

Campagna vaccinale e decision making

Queste considerazioni conducono certamente alla maggiore comprensione di taluni fenomeni, ed evidenziano come i processi di valutazione e la presa di decisione siano influenzati da ingredienti emotivi.

È noto, infatti, come l’emozione guidi e influenzi i processi cognitivi, e dunque i giudizi, quando sono vissuti come fonte di informazioni rilevanti per il giudizio (Clore, 1992; Schwarz & Clore, 1988, 1996). Alcuni processi come l’Emotional Reasoning (Arntz et al, 1995; Mancini  e Gangemi, 2004) e l’Affect-as-Information, sono due  termini per descrivere un medesimo meccanismo psicologico in grado di mantenere nel tempo valutazioni e comportamenti disfunzionali, che espongono ad inferire una condizione di pericolo/timore a partire dal proprio stato emotivo negativo, validando erroneamente pensieri e credenze relativi alla presenza di pericoli o impedimenti, che a loro volta vanno ad amplificare l’emozione di partenza. Si tratta di processi attraverso i quali gli esseri umani tendono ad utilizzare il proprio stato affettivo, più che delle evidenze oggettive, come informazione saliente per esprimere valutazioni sul mondo, meccanismo che non è soltanto tipico di processi psicopatologici, ma che tutti viviamo nella quotidianità. Un esempio pertinente per questo articolo può essere: “Se mi sento preoccupato e in ansia, allora vuol dire che il vaccino ha qualcosa di pericoloso”.

Appare interessante riflettere sul ruolo del ragionamento emozionale come fenomeno che guida coloro che, nonostante le numerose evidenze empiriche riguardo i vantaggi della vaccinazione (alcuni studi escludono fenomeni avversi anche a lungo termine), continuano a non vaccinarsi sulla base di un vissuto emotivo di paura, che guida la loro valutazione e il conseguente comportamento, sino a generare credenze arbitrarie relative al vaccino, talvolta persino di tipo complottistico.

La paura, il ragionamento emozionale e l’affect-as-information sottolineano quanto sia diffusa la resistenza al cambiamento a causa del ruolo cruciale svolto da alcune credenze nella genesi e nel mantenimento della sofferenza psicologica.

Certamente, a mantenere questo tipo di funzionamento, intervengono fattori ambientali di ambivalenza e scarsa chiarezza da parte della campagna vaccinale.

Ma è importante tener presente che i bias rispetto al vaccino possono essere certamente influenzati dalla tendenza ad affidarsi a processi di ragionamento influenzati dalle emozioni, alle euristiche, ad orientarsi verso una teoria complottista/negazionista o della cospirazione, che inficia una narrazione corretta sulla vaccinazione.

Appare interessante riflettere anche sul confine fra la psicologia dei no-vax e i quadri di fobia in cui osserviamo il ragionamento emozionale e/o simil ossessivo e l’evitamento esperienziale, messi in atto allo scopo di azzerare qualsiasi tipo di rischio, accettando un rischio di malattia maggiore.

Infine, anche l’obiezione relativa alla costrizione e alla democrazia di poter scegliere di non farlo, reclamano sia un senso di non accettazione, che riscontriamo nei profili ansiosi, sia credenze di specialità e diritti straordinari, che contraddistinguono quadri di narcisismo covert.

Riteniamo che una comunicazione corretta sull’utilizzo dei vaccini possa avvalersi delle competenze dello psicologo, al fine di garantire una comunicazione scevra da allarmismi, che neutralizzi le credenze negative rispetto ad esiti indesiderati.

 

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