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La paura è contagiosa e differisce in relazione al tipo di minaccia

La rievocazione della paura provata in precedenti esperienze consente di poter evitare possibili pericoli o di affrontare in modo efficace situazioni simili

ID Articolo: 187504 - Pubblicato il: 10 settembre 2021
La paura è contagiosa e differisce in relazione al tipo di minaccia
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La storia dell’umanità è intrinsecamente legata al significato attribuito al termine paura nonché alla sintomatologia emotiva ad essa correlata.

 

Messaggio pubblicitario Gli antichi greci furono i primi a cercare di spiegare questa emozione ricorrendo alla figura mitologica di Fobos (dal greco Φόβος – paura) che, insieme al fratello Deimos (dal greco Δεῖμος – terrore), usualmente accompagnava in battaglia il padre Ares, Dio della guerra. Oggigiorno è diventato molto comune sperimentare esperienze di forte paura a causa della ricorrenza con cui si verificano gravi incidenti, violenze private, atti criminali/terroristici, emergenze sanitarie e calamità naturali. È dunque interessante domandarsi se nel corso dei secoli l’uomo abbia acquistato una migliore capacità di gestire eventuali eventi avversi e la paura da loro causata, ancor più se si tratta di minacce imprevedibili o sconosciute come nel caso della pandemia di COVID-19.

La paura è una emozione primaria e può essere “contagiosa”

Sin dalle sue origini, l’uomo ha imparato a sopravvivere, ricercando ciò che gli procurava piacere (es. il mangiare) e a fuggire da ciò che gli causava sofferenza e dolore. In tali circostanze, lo stimolo percepito viene immediatamente processato attraverso un complesso meccanismo che coinvolge l’amigdala, l’ippocampo e la corteccia prefrontale che, valutate le informazioni disponibili, sono in grado di attivare una serie di adattamenti psicofisici finalizzati a rendere disponibili tutte le risorse (ad esempio la produzione di adrenalina) necessarie a fronteggiare l’emergenza e porre in essere comportamenti o atteggiamenti di attacco o fuga. La paura è, quindi, una emozione primaria di difesa ingenerata da una situazione di pericolo che può essere reale o potenziale. Nel corso dell’evoluzione, l’uomo ha sviluppato la capacità di trasmettere questa emozione attraverso le interazioni che intercorrono all’interno del proprio gruppo sociale. Questo “contagio” avviene attraverso l’empatia, una delle abilità dell’intelligenza emotiva che consente di poter cogliere un’ampia gamma di segnali e percepire intuitivamente le emozioni non verbalmente espresse da altri individui. Ciò è possibile grazie ad un complesso circuito neuronale che permette alla corteccia cingolata anteriore di trasferire all’amigdala basolaterale gli stati emotivi colti durante le interazioni sociali (Smth et al, 2021).

La paura non si dimentica e può causare variazioni neuroplastiche della corteccia cerebrale

La sopravvivenza di un individuo e del gruppo sociale di appartenenza è legata ai ricordi di eventi passati e alle emozioni ad essi associate. La rievocazione della paura provata in precedenti esperienze consente di poter evitare possibili pericoli o di poter affrontare in modo efficace situazioni già sperimentate. In casi particolari, tuttavia, gli eventi vissuti possono porsi al di là delle esperienze umane abituali ed avere una intensità tale da non consentire all’individuo di reagire o di dare un senso ai sentimenti di paura, di impotenza e di orrore provati, causando una “ferita dell’organismo psichico” che può essere all’origine disturbi psichiatrici importanti. Al riguardo, l’utilizzo di tecniche di neuroimaging, in particolare la risonanza magnetica funzionale (fMRI), ha permesso di verificare (VanElzakker, et al, 2018) che durante la rievocazione di situazioni di terrore o di grave pericolo:

  • l’amigdala può risultare iperattiva, causando un comportamento stimolo risposta anomalo;
  • le strutture della corteccia prefrontale, che normalmente inibiscono l’amigdala, possono risultare poco reattive e quindi incapaci di reprimere lo stimolo della paura;
  • l’ippocampo può avere un funzionamento anormale che può causare fenomeni di ipermnesia (Desmedt et al. 2015), ovvero di un abnorme aumento della capacità di rievocare i ricordi traumatici e di amnesia contestuale (Al Abed et al, 2020), limitando la capacità di identificare contesti sicuri e di ricondurre la paura alla causa che l’ha ingenerata.

Messaggio pubblicitario Un evento di elevata intensità è causa, dunque, di un forte stress emotivo che induce cambiamenti neuroplastici della corteccia cerebrale, determinando l’apprendimento di uno stimolo di paura con un meccanismo di condizionamento pavloviano in cui risulta deficitaria la capacità di superare il momento di crisi e di archiviare le emozioni ad esso correlate. A titolo esemplificativo, la ripetizione di uno shock causato da un suono accompagnato da una luce verde determina l’apprendimento di una risposta di paura condizionata che si ripropone anche qualora il soggetto rivede la sola luce verde. Questo processo permette di comprendere il motivo per cui i ricordi decontestualizzati sfuggono al controllo volontario e la paura da essi rievocata risulta non controllabile anche qualora non siano in atto possibili minacce (Brewin et al, 2010).

La paura dell’ignoto è più forte e differisce in relazione al tipo di minaccia

Nel corso della pandemia di COVID 19 le persone hanno vissuto lunghe esperienze di isolamento sociale e sono state esposte al rischio di perdere il proprio lavoro, di potersi ammalare e di non poter ricevere assistenza o cure adeguate, di lutti improvvisi nonché ad un intenso bombardamento mediatico sull’andamento del coronavirus, delle sue varianti e delle campagne vaccinali nel mondo.

Tale situazione ha indotto alcuni ricercatori a verificare se gli individui abituati a convivere con minacce improvvise, come ad esempio quelle di natura terroristica, disponessero di una migliore capacità di gestire tali eventi e di una resilienza più efficace. Al riguardo, un recente studio (Shechory et Laufer, 2021) ha posto in evidenza che:

  • il COVID-19 incute più paura rispetto al rischio di rimanere coinvolti in un attentato terroristico;
  • vivere in un ambiente caratterizzato da conflitti e tensioni sociali, sebbene possa rendere più abili a gestire una prolungata esposizione a stressor di varia natura, non ha agevolato la gestione del pericolo di essere conteggiati dal coronavirus né ha, tantomeno, rinforzato la resilienza individuale, familiare e della comunità.

Secondo gli esperti tale inaspettata situazione può essere spiegata:

  • dalla carenza di esperienza che ha reso difficoltoso per la popolazione affrontare e convivere con un nemico che ha aggredito il pianeta in tempi brevissimi e con modalità del tutto nuove (Cohen-Louck et Levy, 2021);
  • dall’iniziale mancanza di provvedimenti finalizzati alla stabilizzazione della situazione finanziaria e alla tutela del lavoro (Shechory Bitton et Laufer, 2021). Infatti, una delle lezioni apprese di questa pandemia è che l’instabilità economica incide sulla qualità della vita e sulla visione che si ha del mondo (Trzebiński et al., 2020,), è causa di forti disagi e tensioni, di un progressivo logoramento del benessere psicofisico (Guo et al., 2020) e della capacità di far fronte ad ulteriori stress oltre che contribuire alla manifestazione di gravi disturbi psichiatrici (Song et al., 2020);
  • dall’elevata esposizione al rischio di poter perdere la vita a causa di eventi percepiti come non prevedibili e controllabili (Shechory Bitton et Laufer, 2021). Tale situazione, in un quadro di generale confusione dovuto a carenti e incoerenti informazioni (Reizer et al., 2020), ha causato un rapido esaurimento emotivo, limitato l’efficacia strategie di coping e logorato la resilienza, aumentando, quindi, la percezione della paura (Tzur Bitan et al., 2020).

In conclusione

La paura non è semplicemente una reazione all’esposizione ad una situazione minacciosa. Essa può risentire di alcune variabili sociodemografiche (istruzione, situazione finanziaria, genere, ecc.) e, per questo motivo, assumere dimensioni non prevedibili, causare reazioni non controllabili e limitare il benessere psicosociale nell’ambito di una stessa comunità. Per questo motivo, sebbene i dati emergenti in questi anni richiedano ulteriori approfondimenti e conferme, è possibile ritenere che l’uomo non ha sviluppato una sorta di “immunità” alla paura né ha sviluppato una migliore capacità di gestione. Risulta, dunque, estremamente importante riuscire a identificarne la dimensione sociale e i potenziali fattori di rischio, onde sviluppare strategie che, attraverso interventi integrati e multilivello, rendano più agevole l’individuazione di gruppi potenzialmente problematici e il rinforzo delle capacità necessarie al mantenimento di un adeguato livello di benessere biopsicosociale anche in situazioni di forte stress e minacce improvvise.

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