Centri Clinici

Psicoterapia e neuroscienze: uno spazio di integrazione. Il successo della psicoterapia mostrato da specifici cambiamenti a livello cerebrale

Possiamo vedere l’efficacia di una psicoterapia anche grazie a tecniche neurofisiologiche che consentono di osservare i cambiamenti neurobiologici.

ID Articolo: 184404 - Pubblicato il: 22 aprile 2021
Psicoterapia e neuroscienze: uno spazio di integrazione. Il successo della psicoterapia mostrato da specifici cambiamenti a livello cerebrale
Messaggio pubblicitario SFU 2020
Condividi

La persona in terapia, durante il colloquio, rielabora ed interiorizza i messaggi inviati dal clinico, consentendo così la modifica delle aree implicate nel malessere emotivo. Il terapeuta, grazie al suo lavoro, potrà quindi promuovere dei comportamenti più adattivi e stati emotivi funzionali.

 

Messaggio pubblicitario L’efficacia di un trattamento psicoterapico può essere verificato tramite molti strumenti, tra questi troviamo ad esempio l’utilizzo di questionari. Tuttavia, possiamo vedere l’efficacia di una psicoterapia anche grazie a tecniche neurofisiologiche che consentono di osservare i cambiamenti sul piano neurobiologico che questo intervento comporta (Basile, n.d.).

L’integrazione tra psicoterapia e studi di neuroscienze ha consentito in particolare di mostrare in maniera concreta quali sono gli effetti della psicoterapia sul cervello umano (Del Corno & Lingiardi, 2010).

Buona parte dei comportamenti messi in atto dalle persone, sono frutto di apprendimenti nel corso di vita e tutto ciò che viene appreso, viene impresso in memoria provocando dei cambiamenti nel nostro cervello. Grazie agli studi di neuroimaging, tecniche che consentono di verificare l’attività cerebrale, è emerso come anche la psicoterapia si basa su queste dinamiche e quindi, quando funziona, va a modificare i circuiti neuronali implicati nelle psicopatologie. Attraverso la psicoterapia, possono essere fissate in memoria nuove esperienze, più funzionali ad uno stato di benessere. Il cambiamento si basa sull’ importante relazione che si instaura tra terapeuta e paziente (Lazzerini & Cammarata, 2015).

La psicoterapia ad orientamento cognitivo-comportamentale, in particolare, ha diversi studi in quest’ambito che ne supportano l’efficacia per svariate condizioni psicopatologiche, con effetti paragonabili a quelli degli psicofarmaci.

Che cos’è una psicoterapia?

Con il termine psicoterapia si indicano diverse tipologie di tecniche terapeutiche accomunate dall’obiettivo di intervenire sulla sofferenza umana utilizzando metodi e strumenti psicologici.

La pratica della psicoterapia diventa di interesse scientifico verso la fine dell’Ottocento, discostandosi da pratiche quali lo sciamanesimo, l’esoterismo e così via.

Grazie allo sviluppo scientifico di nuovi modelli psicologici, le tecniche psicoterapiche si sono sempre più diversificate e ad oggi vi sono numerosi approcci che consentono di spiegare ed intervenire sul malessere psicologico. La psicoterapia offre al paziente uno spazio relazionale in cui potrà beneficiare di tranquillità, protezione e comprensione. La persona in terapia potrà sentirsi libera da accuse e criticismi, avendo modo di esprimersi con il terapeuta in piena fiducia. Inoltre, durante la psicoterapia, il paziente potrà fare propri alcuni aspetti positivi del terapeuta, come ad esempio determinati atteggiamenti e qualità. Tutto ciò avviene in un contesto relazionale che è regolato da vincoli etici e professionali, come ad esempio tempistiche, luogo e modalità del colloquio. Tali condizioni sono utili per tutelare la relazione d’aiuto che si instaurerà tra le parti.

Ogni psicoterapia sarà caratterizzata da rapporti relazionali molto diversi da paziente a paziente.

Il rapporto che si instaura tra terapeuta e paziente è comunque sempre basato sulla reciprocità: da un lato, consente al paziente di imparare a stare bene, dall’altro, anche il terapeuta impara qualcosa dal proprio paziente e che può aiutarlo ad esempio a migliorarsi come professionista. (Bressi & Invernizzi, 2017).

Il colloquio come mezzo di accesso alla mente

La psicoterapia si concretizza con i colloqui tra terapeuta e paziente. Un colloquio è uno scambio di interazioni tra due soggetti, non è assimilabile ad una comune conversazione, poiché è finalizzato ad un obiettivo che viene concordato tra le parti. In particolare, in ambito psicologico, il colloquio è indirizzato a comprendere il malessere della persona che si rivolge al clinico e grazie al quale potrà condurlo ad uno stato di maggiore benessere (Del Corno & Lang, 2005).

Il colloquio in ambito psicoterapico si differenzia da altre tipologie di colloqui, come potrebbe essere il colloquio con il giudice o con un poliziotto, poiché è finalizzato a comprendere la realtà psichica della persona che si rivolge al clinico (Semi, 2019).

Il colloquio psicologico richiede specifiche competenze professionali per essere gestito ed è parte di un percorso generalmente più lungo, l’esito di un lavoro che gradualmente si raffina. Durante il colloquio si addensano elementi professionali e tecnici, elementi umani e relazionali, si riattivano vissuti e si elaborano trasformazioni. Non si esaurisce mai a fine seduta, poiché psicologicamente continua sia nella mente del paziente che ne conserva il ricordo attraverso immagini e sensazioni, sia nella mente del clinico che rielaborerà il materiale attraverso osservazioni ed ipotesi, riflettendo anche sul suo stesso comportamento (Di Giorgio, 2018).

Come la psicoterapia modifica il cervello

Messaggio pubblicitario Per diverso tempo i risultati della psicoterapia sono stati studiati mediante osservazione dell’attenuazione dei sintomi, di alcune nuove abilità psicologiche e più in generale, del miglioramento del funzionamento sociale del paziente. Questo la distingue dall’utilizzo degli psicofarmaci il cui effetto è dato dal solo cambiamento biologico a livello cerebrale. Grazie all’avvento delle tecniche di neuroimaging funzionale è stato possibile osservare i cambiamenti dei sistemi cerebrali che la psicoterapia comporta (Karlsson, 2011).

Studi di neuroimaging sui disturbi d’ansia hanno evidenziato come i sintomi (ad esempio mani sudate, voce esitante, agitazione motoria) sono attivati da specifici circuiti neuronali che predispongono ad identificare un pericolo e a preparare il corpo ad agire. Inoltre, grazie a queste tecniche, si è potuto osservare come l’amigdala e la corteccia orbitofrontale siano deputate a mantenere in memoria i ricordi spiacevoli che le persone possono accumulare nel corso della vita.

Durante il colloquio di psicoterapia, per accedere alla sofferenza del paziente, il terapeuta si rappresenta mentalmente la situazione e solo grazie a ciò potrà aver luogo l’intervento psicoterapico. La comprensione della sofferenza del paziente viene fatta trasparire da parte del clinico mediante segnali sul piano emotivo e cognitivo. Se questo importante processo va a buon fine, il paziente interiorizza gli stimoli che gli giungono dal terapeuta in modo positivo, poiché si sentirà capito. Questo processo fa sì che riattivino ed inibiscano le aree cerebrali deputate al mantenimento dello stato di sofferenza. Durante il corso della psicoterapia, il paziente inizierà ad associare il miglioramento del suo malessere e le emozioni positive che prova, alla figura del terapeuta facendo sì che si attivino le aree celebrali della ricompensa o quelle deputate alla ricezione di stimoli relazionali positivi, ovvero quelle zone cerebrali che consentono di accedere ad uno stato di piacere e di provare benessere. In un percorso di psicoterapia, in cui la persona si senta accolta e protetta, il terapeuta potrà quindi offrire uno spazio per ridefinire le proprie difficoltà sul piano emozionale.

Studi sulla relazione tra bambino e caregiver, ovvero la figura che presta cure, riportano inoltre come uno stile di attaccamento sicuro sia correlato in maniera positiva ad una diminuzione dell’attivazione dei circuiti deputati alle reazioni di allarme e ad una maggiore attivazione delle aree connesse alla sensazione di gratificazione. L’attaccamento sicuro è infatti un legame speciale che si instaura tra bambino e figura di accudimento, in un contesto di affetto, cura e protezione ed è connesso ad emozioni positive. La psicoterapia potrà essere quindi un percorso volto a promuovere questo legame speciale, che consentirà al clinico di poter accedere alla sofferenza del paziente. (Del Corno & Lingiardi, 2010).

Le neuroscienze hanno scoperto anche un importante gruppo di neuroni che sono implicati nel processo di psicoterapia: i neuroni specchio. Questa è una categoria di neuroni che ci consente di dare significato alle azioni degli altri quando li stiamo osservando, consentendoci di attribuirvi emozioni e intenzioni e quindi risultano estremamente utili per consentirci di muoverci all’interno delle interazioni sociali. Nello specifico i neuroni specchio (mirror neurons) sono una categoria di cellule neurali che consentono alle persone di imitare un comportamento che viene eseguito da un’altra persona: vedere svolgere uno specifico comportamento attiva tali neuroni, il che consente di codificare quella determinata azione e successivamente, di imitarla. Questa categoria di neuroni è fondamentale anche nel riconoscimento delle emozioni di chi ci sta difronte, perché ne consentono la codifica attraverso il volto e ci fanno immedesimare nelle emozioni che la persona che abbiamo di fronte prova. Sono quindi fondamentali per provare empatia (Matarazzo & Zammuner, 2015).

Il buon esito del percorso di psicoterapia deriverebbe in particolare dai continui rispecchiamenti tra i sistemi dei neuroni specchio delle due persone coinvolte. La persona in terapia potrà rispecchiare l’empatia del clinico interiorizzando il suo atteggiamento: le emozioni negative verranno attenuate dall’atteggiamento positivo ed equilibrato dello psicoterapeuta consentendo così che vengano sbloccati nuovi circuiti cerebrali volti ad una migliore gestione della sofferenza emotiva (Del Corno & Lingiardi, 2010).

Grazie agli studi delle neuroscienze e allo sviluppo delle tecniche di neuroimaging è stato possibile quindi osservare concretamente cosa succede al nostro cervello durante un percorso di psicoterapia e quali cambiamenti provoca su questo, cosa che un tempo non era possibile.

Studi di neuroimaging sugli interventi della TCC

Per diverso tempo i trattamenti psicoterapici sono stati sottoposti a diverse critiche a causa della loro carenza di basi scientifiche, attualmente si sta assistendo ad un importante cambiamento in quest’ambito e alcuni orientamenti psicoterapici promuovono i propri interventi basandoli su studi che ne provano l’efficacia. In particolare, la psicoterapia ad orientamento cognitivo-comportamentale è il trattamento che vanta il maggior numero di studi, anche in ambito neuroscientifico, che ne supportano l’efficacia per svariate condizione psicopatologiche tra le quali spiccano in particolare depressione maggiore, disturbi d’ansia e disturbo ossessivo-compulsivo. (Del Corno & Lingiardi, 2010). Questa psicoterapia si muove appunto a livello cognitivo, con una ristrutturazione dei pensieri negativi della persona e dei comportamenti, con prescrizioni comportamentali.

In particolare, studi di neuroimaging su soggetti con fobia sociale e sottoposti allo stimolo di dover parlare in pubblico, dopo un percorso di terapia cognitivo comportamentale, hanno evidenziato una normalizzazione dell’attività dell’amigdala, zona cerebrale coinvolta nel mantenimento di questa psicopatologia, esattamente come avviene con il trattamento mediante psicofarmaci. La medesima efficacia si è riscontrata nei casi di fobia specifica a cui alle persone era chiesto di esporsi allo stimolo temuto; a seguito del trattamento, durante l’esposizione i pazienti risultavano avere una minor attivazione delle zone cerebrali implicate nelle fobie. Anche per quanto riguarda gli studi sul disturbo depressivo maggiore, dal punto di vista neurocerebrale sono emersi risultati che provano l’efficacia della TCC in relazione agli psicofarmaci, riportando risultati anche più duraturi nel tempo (Bellamoli et al., n.d.).

Uno studio condotto da Linden e collaboratori nel 2006 in quest’ambito, ha avvalorato l’efficacia degli interventi della terapia cognitivo-comportamentale. In particolare dai risultati è emerso come questa sia efficace nei casi di disturbo ossessivo-compulsivo. Attraverso l’utilizzo di neuroimaging funzionale è stata riscontrata una riduzione dell’attività del nucleo caudato destro, implicata nella genesi e mantenimento di questa condizione psicopatologica, in maniera analoga all’utilizzo degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), categoria di psicofarmaci utilizzati per la cura di questo disturbo (Linden, 2006).

In conclusione

La psicoterapia, grazie ai suoi interventi mediati da fattori comunicativi ed emotivi consente quindi di accedere ai circuiti cerebrali del paziente modificandone la conformità. La persona in terapia, durante il colloquio, rielabora ed interiorizza i messaggi inviati dal clinico consentendo così la modifica delle aree implicate nel malessere emotivo. Il terapeuta, grazie al suo lavoro, potrà quindi promuovere dei comportamenti più adattivi e stati emotivi funzionali.

Grazie a questi importanti studi nel campo delle neuroscienze, possiamo comprendere concretamente quali dinamiche consentono alle persone che si sottopongono alla psicoterapia, di uscire dallo stato di sofferenza e ricominciare a stare bene, mostrando inoltre come la psicoterapia sia un importante mezzo di cura che non genera effetti collaterali.

 

VOTA L'ARTICOLO
(voti: 11, media: 4,18 su 5)

Consigliato dalla redazione

Stimolazione cerebrale non invasiva: effetti sugli interventi di psicoterapia

Stimolazione cerebrale non invasiva per potenziare gli effetti di interventi comportamentali e di psicoterapia

Quale utilità possono avere le tecniche di stimolazione cerebrale affiancate ad interventi di tipo farmacologico e di psicoterapia in ambito psichiatrico?

Bibliografia

State of Mind © 2011-2021 Riproduzione riservata.
Condividi
Messaggio pubblicitario

Messaggio pubblicitario

Scritto da

Messaggio pubblicitario