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Sexting e revenge porn: quando ad essere colpevolizzata è la vittima

Se il contenuto del sexting sfocia nel reato di revenge porn, si può innescare un fenomeno per cui si tende ad attribuire la responsabilità alla vittima

Di Gloria Rossi

Pubblicato il 12 Feb. 2021

Uno studio di Scott e Gavin del 2018 ha indagato la percezione di responsabilità attribuita alla vittima di revenge porn che ha precedentemente praticato il sexting, da parte di altre persone non direttamente coinvolte.

 

Il sexting può essere definito come la trasmissione tramite mezzi elettronici di immagini o video sessualmente provocatori o espliciti, che presentano qualcuno noto al mittente e/o destinatario (Lippman & Campbell, 2013).

Secondo la definizione della Lenhart che risale al 2009, il sexting consiste nella creazione e nell’invio di immagini di nudo o seminudo, sessualmente allusive, tramite messaggi di testo.

In lingua inglese, infatti, col termine texting si indica lo scambio di messaggi di testo tramite dispositivi elettronici.

Sexting: che cosa c’entra con il revenge porn?

L’espressione revenge porn sta per revenge pornography e con essa intendiamo divulgazione di immagini o video sessualmente espliciti realizzata senza il consenso delle persone rappresentate (L. 69/2019; Scott & Gavin, 2018).

Questa pratica, in Italia, è stata dichiarata reato dall’estate del 2019 (L. 69/2019).

Che cos’hanno a che fare revenge porn e il sexting?

Spesso, il secondo precede il primo: la vittima, cioè, aveva precedentemente inviato i propri contenuti intimi ad un’altra persona.

Ed è proprio qui che sorge un altro problema: quello del victim blaming.

Sexting e victim blaming

Quando una persona invia ad un’altra immagini sessualmente esplicite, se queste vengono poi divulgate in rete, si può innescare un fenomeno per cui si tende ad attribuire la responsabilità alla vittima.

In gergo tecnico si parla di victim blaming, cioè la tendenza a ritenere la vittima di un reato come responsabile dell’accaduto (Gravelin et al., 2018).

Sexting e revenge porn: la vittima se l’è cercata?

Uno studio di Scott e Gavin del 2018 ha indagato la percezione di responsabilità attribuita alla vittima di revenge porn che ha precedentemente praticato il sexting, da parte di altre persone non direttamente coinvolte.

Gli autori volevano vedere se esistesse un grado differente di colpevolizzazione della vittima tra coloro che, nella loro vita, avevano almeno una volta inviato dei contenuti intimi a un partner sessuale e coloro che, al contrario, non l’avevano mai fatto.

A questo scopo, è stato preso un campione rappresentativo del corpo studentesco di un’università del Regno Unito, composto da 239 studenti (120 di sesso maschile e 119 di sesso femminile) e con un’età media di 20 anni.

A sua volta, il campione è stato diviso tra “sexter” e “non sexter”, cioè persone che avevano fatto o meno esperienza di sexting.

Da questa ricerca sono emersi molti dati interessati.

Ad esempio, il 40% degli intervistati aveva condiviso foto intime con un partner (reale o potenziale) e proprio costoro, cioè i sexters, erano meno propensi a ritenere responsabile la vittima di revenge porn rispetto ai non sexters.

In altre parole: secondo i risultati di questo studio, quando parliamo del reato di revenge porn, chi ha praticato il sexting colpevolizzerebbe di meno la vittima, mentre chi non l’ha mai fatto tenderebbe più facilmente a reagire con un: ‘Se l’è cercata’.

 

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