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Prevenzione del suicidio

Il suicidio è un gesto estremo di autolesionismo, scaturito molto spesso da condizioni di grave disagio o malessere psichico.

ID Articolo: 177296 - Pubblicato il: 14 settembre 2020
Prevenzione del suicidio
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Gli interventi di prevenzione del suicidio prevedono attività educative e sociali per il riconoscimento degli stressors, l’insegnamento di strategie di coping, il miglioramento dell’accesso ai servizi sanitari e l’incremento della socializzazione.

Alessandra Curtacci – OPEN SCHOOL, Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Introduzione

Messaggio pubblicitario La prevenzione del suicidio e l’assistenza ai soggetti a rischio suicidario sono argomenti relativamente recenti il cui sviluppo parte dal presupposto che il fenomeno del suicidio è molto complesso da comprendere, prevenire e trattare. Si punta allo sviluppo di una “cultura” della prevenzione del suicidio cercando di implementare approcci diversi, dai modelli neuropsicobiologici, ai costrutti del dolore mentale o Hopelessness, o ancora analizzando il fenomeno dell’emarginazione sociale. La prevenzione del suicidio si rivolge primariamente all’acquisizione della consapevolezza delle emozioni negative, disperazione, angoscia, tristezza, rabbia, che a lungo andare portano gli individui a decidere di togliersi la vita perché non in grado di sopportare lo stato di profonda disperazione in cui vivono. In generale gli interventi prevedono attività educative e sociali che puntano a riconoscere gli stressors, l’insegnamento di strategie di coping, il miglioramento dell’accesso ai servizi sanitari e l’incremento della socializzazione.

Il Suicidio

Anche l’uomo più sano e più sereno può risolversi per il suicidio, quando l’enormità dei dolori e della sventura che si avanza inevitabile sopraffà il terrore della morte. (Arthur Schopenhauer)

Con il termine suicidio si intende l’atto col quale una persona si procura volontariamente e consapevolmente la morte. E’ un gesto estremo di autolesionismo probabile in condizioni di grave disagio o malessere psichico. Può essere determinato anche da cause o motivazioni strettamente personali, particolari situazioni esistenziali sfavorevoli, stati avversi di salute o di non accettazione del proprio corpo, gravi condizioni economiche e sociali. Non esiste un modo per prevedere con certezza se un individuo metterà realmente in atto il gesto, ci sono però alcuni fattori statisticamente correlati all’esecuzione di questo atto:

Il proposito di suicidio imminente, a prescindere dalla palese dichiarazione di togliersi la vita, è determinato da tutte quelle situazioni in cui il soggetto si espone ad un elevato rischio o che attiva una serie di comportamenti mettendo in scena situazioni pericolose per la propria incolumità: salire su tetti, davanzali, maneggiare armi da fuoco o elementi taglienti, presenza di farmaci, di liquido infiammabile, di strumenti connessi all’alta tensione, gas, ecc. E’ possibile effettuare una distinzione tra i principali comportamenti suicidari:

  • autolesionismo deliberato: atti autoinflitti senza che vi sia la reale intenzione di morire, che possono però rappresentare un fattore di rischio;
  • ideazione suicidaria: pensieri riferiti alla messa in pratica di azioni atte a produrre la propria morte;
  • gesto suicidario o parasuicidio: azione sostenuta da una scarsa intenzionalità, attuata con mezzi poco lesivi. Fa quindi riferimento a tutte le manifestazioni di comportamenti suicidari non fatali ai quali la persona sopravvive. Rientrano in tale definizione anche azioni agite a scopo manipolativo/comunicativo e senza alcuna reale intenzione;

In generale in riferimento a quelli che potrebbero essere considerati dei gesti dimostrativi importante è essere consapevoli del fatto che non vanno sottovalutati in quanto chi li compie potrebbe commettere degli errori e provocare davvero la sua stessa morte.

  • mancato suicidio: il soggetto sopravvive per circostanze impreviste a gesti autolesivi potenzialmente efficaci nel causare la morte;
  • suicidi mascherati: ossia un suicidio provocato ad esempio rifiutando le cure o l’alimentazione, oppure per mezzo di incidenti stradali, creando situazioni che richiedono l’intervento e l’interesse di altre persone.

Messaggio pubblicitario La persona potrebbe apparire lucida oppure alterata da una qualsiasi sostanza assunta (ebrezza alcolica, uso di sostanze psicoattive, ecc) o disturbo (crisi d’ansia, crisi psicotica sia essa delirante o allucinatoria, ecc). Ogni situazione andrebbe affrontata secondo criteri specifici a seconda delle differenti cause e caratteristiche e, preferibilmente, da personale specializzato (psichiatri o psicologi). Quanto appena descritto è inerente ad una situazione in cui l’atto suicidario è in procinto di essere commesso; un intervento differente di supporto psicologico va invece dedicato alle vittime sopravvissute al tentativo. Questo ha l’obiettivo di indagare e ottenere informazioni utili sulle capacità personali di riconoscimento delle future condizioni di stress ed in particolare di sviluppare efficaci strategie per la gestione di queste ultime. L’intervento andrebbe portato avanti temporalmente, oltre il momento critico della messa in pratica dell’azione suicidaria, in quanto queste manifestazioni sono spesso espressione di una grave frattura avvenuta nel proprio ambito personale e sociale. La continuità del trattamento quindi persegue da un lato lo scopo di affrontare il disagio che ha causato la crisi, e dall’altro insegnare ai soggetti a rischio strategie alternative, comportamentali e cognitive, per far fronte ad eventuale altri momenti di disagio.

Prevenzione del suicidio

Nel corso dello sviluppo storico dell’uomo è sempre esistito il fenomeno del suicidio, e le parole, i pensieri associati o l’espressione di tale volontà sono rimaste sempre le stesse. Shneidman, a tale proposito, descrive la genesi dell’evento:

la mente passa in rassegna tutte le opzioni per risolvere il problema che causa sofferenza estrema finché ad un certo punto emerge il tema suicidio; la mente lo rifiuta e continua la verifica delle opzioni; ritrova il suicidio e lo rifiuta di nuovo; ma alla fine, scartate tutte le altre opzioni, la mente accetta il suicidio come soluzione, lo identifica come l’unica risposta disponibile e lo pianifica.

Può accadere quindi che quando un soggetto si trova a dover affrontare una sofferenza ritenuta estrema possa iniziare ad immaginare concretamente il suicidio che viene considerato con grande ambivalenza psicologica: da un lato il desiderio di morire e porre fine al dolore ed alla sofferenza dall’altro quello di essere salvati. Due aspetti fondamentali per una corretta attività di valutazione e gestione del suicidio sono:

  • la corretta valutazione del rischio;
  • la gestione dei soggetti che, in seguito all’adempimento della prima valutazione, risultano a rischio.

I fattori di rischio sono quelli che aumentano la probabilità che esso si verifichi, ed in linea generale questi vengono suddivisi in:

  1. fattori biopsicosociali: disturbi mentali, dipendenza da sostanza, hopelessness, storia personali di abusi e traumi;
  2. fattori ambientali: problemi economici, sociali, relazionali;
  3. fattori socioculturali: mancanza di sostegno sociale, isolamento, specifiche credenze culturali e religiose.

Il suicidio infatti raramente è un impulso dovuto ad una decisione improvvisa, possono essere preceduti da indizi, anche minimi e non palesi:

a) Segnali di tipo verbale o scritti, alcuni esempi:

  • parlare del suicidio e della morte,
  • espressioni più o meno dirette (es: prima o poi la farò finita; a cosa serve vivere, ecc),
  • accennare di aver già tentato il suicidio,
  • esprimere sensi di colpa illogici o sproporzionati,
  • dichiarare di dover espiare errori commessi.

b) Segnali di tipo non verbale o comportamentale, alcuni esempi:

  • isolarsi socialmente,
  • disfarsi o regalare cose o oggetti cari,
  • mettere in ordine i propri affari,
  • trascurare l’aspetto fisico e l’igiene,
  • mostrare un miglioramento improvviso ed inspiegabile dell’umore (segno che la persona ha trovato la soluzione per non soffrire più).

La valutazione del rischio deve poter essere supportata da quante più informazioni possibili ed alcune aree di interesse potrebbero corrispondere, oltre a quella già descritte, a:

  • la definizione di un piano su come suicidarsi;
  • tentativi di suicidio in anamnesi;
  • disturbi psichiatrici;
  • abuso di sostanza;
  • familiarità;
  • religione;
  • lutto e eventi di vita avversi.

La lettura di questi segnali può essere arricchita e completata dalla conoscenza delle esperienze pregresse del soggetto che li emette (es: storia familiare di suicidi e violenza, aver subito un lutto importante, problemi di salute, economici, legali, ecc). Alla luce di tali conoscenze il programma di prevenzione di un comportamento disfunzionale come il suicidio distingue 3 livelli di attività ciascuno dei quali si caratterizza per obiettivi ed interventi specifici:

1) Prevenzione primaria: diretta alla prevenzione ed al lavoro sui fattori di rischio e nella fattispecie a:

  • Migliorare le condizioni sociali (es: disoccupazione, isolamento sociale, ecc);
  • Promuovere ed aumentare le competenze personale di gestione e reazione agli eventi stressanti;
  • Assicurare una formazione specifica al personale e agli operatori che si occupano della popolazione ad alto rischio (es: comprensione degli indicatori dello stato di sofferenza che può anticipare un gesto suicidari).

Questo tipo di intervento è rivolto alla popolazione in generale.

2) Prevenzione secondaria: insieme di azioni orientate al controllo del fenomeno nella popolazione considerata a rischio. Esempi di gruppi a rischio sono:

  • Soggetti con diagnosi psichiatrica;
  • Soggetti che hanno vissuto eventi in grado di innescare uno stress traumatico, condizione in grado di alterare le capacità di adattamento alla realtà aumentando la sensazione di perdita di controllo e il senso di vulnerabilità;
  • Soggetti che subiscono quella che viene definita una crisi emozionale, ossia un grave stato di alterazione che porta alla rottura dell’equilibrio psichico, a un’intensa sofferenza emotiva ed al malfunzionamento degli abituali meccanismi di fronteggiamento dello stress.

Le persone che vivono determinate condizioni di tristezza ed angoscia possono sperimentare la sensazione di non avere vie d’uscita e l’unico modo per uscirne  consiste nell’attuare scelte disfunzionali che prevedono gravi alterazioni del comportamento, abuso di sostanza, agiti suicidari e parasuicidari. La fine della crisi, sia essa costituita da manifestazioni psicopatologiche sia dallo sviluppo di un nuovo equilibrio adattivo, dipende da una serie di fattori come le caratteristiche di personalità, il contesto e la rete sociale e la possibilità di accedere ad interventi specifici.

3) Prevenzione terziaria: consiste nell’insieme di interventi che vengono attivati:

  • In seguito ad un atto autolesivo non letale, al fine di scongiurarne la ripetizione;
  • Sostenere a livello emotivo i familiari di coloro che riescono a compiere l’atto del suicidio.

Conclusione

I programmi di prevenzione hanno quindi come obiettivo finale quello di sviluppare ed incrementare i fattori protettivi e ridurre i fattori di rischio noti e suscettibili di modifiche grazie all’applicazione di interventi mirati. I programmi per essere efficaci devono prevedere una durata adeguata e la possibilità di essere ripetuti nel tempo. Gli interventi descritti sono realizzati in modo tale da permettere di essere rivolti sia ad ogni membro della popolazione con informazioni che sensibilizzano al tema della prevenzione del suicidio, sia agli individui considerati ad alto rischio con interventi specifici. I principi che si intende veicolare con tali interventi riguardano il modo di riconoscere o aiutare un soggetto in crisi, accedere ai servizi di assistenza e rafforzare i fattori protettivi come il sostegno sociale e familiare e le proprie capacità di coping, promuovendo la presa di coscienza del fenomeno da parte della società.

 

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Bibliografia

  • American Psychiatric Association. Manuale Diagnostico e Statistico Dei Disturbi Mentali – DSM V. Raffaello Cortina Editore.
  • Lucchetti, L., (2014). Caduti senza l’onore delle armi. Lo studio e la prevenzione del suicidio nelle forze di polizia. Laurus Robuffo.
  • Pompili, M., (2013). La prevenzione del suicidio. Il Mulino.
  • Rampin, M., Anconelli, L., (2010). Gestire la crisi. Tecniche Psicologiche e comunicative in emergenza. Edizioni libreria militare: Milano.
  • Sbattella, F., (2009). Manuale di psicologia dell’emergenza. Milano: Franco Angeli.
  • Shneidman, ES. (1996). The suicidal mind. Oxford University Pres, New York.
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