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L’emergenza COVID-19: trauma o risorsa?

Il Covid-19 è stata un’esperienza straordinaria che, come tutte le esperienze non comuni, ci ha permesso di vivere la vita e le relazioni in modo nuovo.

ID Articolo: 177615 - Pubblicato il: 15 settembre 2020
L’emergenza COVID-19: trauma o risorsa?
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Le conseguenze dell’emergenza sanitaria sembrano aver colpito più profondamente la popolazione adulta, che si è trovata ad affrontare nuove grandi sfide. Il Covid-19, però, non ha prodotto solo evidenti, quanto scontati, effetti traumatici, la pandemia ha permesso anche di mobilitare nuove risorse.

 

Messaggio pubblicitario Durante l’emergenza sanitaria causata dal COVID-19, è cambiata la percezione del pericolo per l’incolumità fisica propria e dei propri cari. Se oggi viviamo in un’epoca storica in cui l’attenzione all’infanzia è notevolmente aumentata rispetto al passato, non fosse altro perché i figli fanno spesso da collante in famiglie sempre più fragili, negli ultimi mesi la preoccupazione si è decisamente spostata verso gli adulti, in quanto soggetti più esposti dei bambini agli effetti diretti della pandemia sulla salute fisica (Whyte, 2020).

Quale può essere stata l’influenza di un simile cambio di prospettiva?

La pandemia come trauma…

E’ possibile ritenere che la pandemia abbia avuto un effetto “traumatico”: se alcune famiglie hanno subito dolorose perdite, molte hanno comunque affrontato la situazione con preoccupazione. Che i genitori abbiano parlato ai figli in modo esplicito della pandemia, dando talvolta vita a fenomeni di “infodemia”, o che abbiano scelto di non coinvolgerli troppo, allo scopo di evitare loro un “trauma”, è certo che i bambini abbiano colto, attraverso i loro occhi, le emozioni che essi stavano provando. Alcune ricerche evidenziano che il modo con cui i bambini e i pre-adolescenti affrontano un trauma non è tanto influenzato da quanto essi siano stati esposti direttamente ad un evento stressante, quanto dalle reazioni dei loro adulti di riferimento (Green BL, Karol  M, Grace MC et al, 1991; McFarlane A.C., 1987).

Il lockdown, naturalmente, ha avuto anche degli effetti indiretti: se è indubbio che i bambini e gli adolescenti hanno sofferto per la mancanza della dimensione sociale della scuola, è possibile ritenere che i genitori che hanno perso il lavoro, o comunque hanno avuto difficoltà che hanno portato con sé incertezza per il futuro, abbiano avuto un notevole carico dal punto di vista emotivo.

…e come risorsa

Chi adotta una prospettiva sistemico-relazionale non si limita a considerare i tanto evidenti quanto scontati effetti traumatici della pandemia, ma guarda con interesse anche alle risorse che si mobilitano in conseguenza a una situazione tanto straordinaria.

Consideriamo un primo aspetto “strutturale” (Minuchin, 1974): i cambiamenti della routine quotidiana, avvenuti durante la cosiddetta fase 1, hanno portato alla drastica riduzione delle attività extra-familiari e ad un evidente aumento delle interazioni tra i membri che appartengono allo stesso nucleo convivente. Si può quindi affermare che la pandemia è stata una naturale occasione per rendere i confini tra l’extra-familiare e l’intra-familiare più solidi.

Nella pratica psicoterapeutica, ad esempio, non è infrequente imbattersi in situazioni nelle quali i confini tra la famiglia nucleare e una o entrambe le famiglie di origine siano diffusi: vi sono famiglie di origine che intervengono sulle scelte a tanti livelli, sia sul piano educativo dei figli, che, in casi più gravi, su decisioni sostanziali della vita in famiglia. In situazioni simili, il lockdown può aver avuto quale effetto strutturale la riduzione del livello di intrusività e una maggiore definizione dei confini, con l’ulteriore vantaggio di non connotare la mancata interazione in modo espulsivo, ovvero come un movimento per tutelare i figli dall’intrusività dei nonni, ma bensì per proteggere i nonni stessi dalla possibilità di essere contagiati.

Un secondo effetto del lockdown, sono state le maggiori interazioni tra familiari appartenenti allo stesso nucleo: se normalmente il tempo che genitori e figli condividono tende ad essere esiguo, l’emergenza ha offerto la possibilità di trascorrere, quanto meno dal punto di vista fisico, più tempo insieme, facendo riscoprire lo scambio emotivo, talvolta faticoso, che solo l’interazione quotidiana può garantire.

Messaggio pubblicitario Il lockdown è stata poi un’occasione per valorizzare i legami con il vicinato: se in molte grandi città spesso tra i vicini i rapporti sono così scarsi da far pensare a forme di isolamento collettivo, la pandemia ha permesso talvolta di riscoprire l’importanza dei rapporti di prossimità abitativa, spesso una risorsa fondamentale per chi è socialmente isolato. Paradossalmente, per alcune famiglie particolarmente sole, talvolta con figli anche piccoli, il fatto di avere dei vicini più disponibili del solito è stata un’occasione per stringere maggiori legami.

Arriviamo infine alla scuola, argomento tanto dibattuto in questi mesi: se la didattica a distanza, comportando la necessità di disporre di strumenti tecnologici per poter essere sostenuta, in alcuni casi ha aggravato fenomeni di dispersione scolastica, è stata l’occasione per la scuola di rinnovarsi, di superare alcune rigidità burocratiche, nonché l’opportunità di attivare risorse di rete tra i docenti e i servizi. Gli alunni, dal canto loro, hanno dimostrato, in molti casi, di essere comprensivi verso le difficoltà che i docenti andavano affrontando.

Personalmente, ho avuto l’occasione di condurre alcuni progetti presso la scuola secondaria di primo grado: se è evidente che, rispetto all’interazione in presenza, lo scambio emotivo a distanza è più difficile, interagire con i ragazzi attraverso il video ha permesso di conoscerli da una prospettiva diversa. La possibilità, offerta dalle piattaforme per le videoconferenze, di far parlare i partecipanti uno alla volta senza essere interrotti, aspetto non sempre possibile in presenza, ha permesso di dare maggior spazio a chi solitamente parla poco in classe, permettendo non solo al conduttore, ma anche ai compagni, di conoscere meglio le risorse di ciascuno. Un’esperienza dunque che, se letta con attenzione, permette di ampliare le abilità che vengono valorizzate durante l’attività scolastica, migliorando il coinvolgimento degli alunni più difficili.

La mia attività di psicologo scolastico, in questi mesi, ha anche previsto la consulenza agli insegnanti e alle famiglie. Il caso di Dario, che ho iniziato a seguire prima della quarantena, risulta particolarmente emblematico per evidenziare le risorse emerse nel corso di questo periodo.

Un caso clinico: il lockdown di Dario

Il caso di Dario, ragazzo di 11 anni che frequenta la prima classe della scuola secondaria di primo grado, mi viene presentato a dicembre 2019: si tratta di un ragazzo molto chiuso da un punto di vista relazionale, soprattutto con i compagni, e con alcune difficoltà didattiche, che pure compensa grazie a uno studio scrupoloso. Già la maestra della scuola dell’infanzia aveva segnalato il problema: a seguito di una valutazione presso la neuropsichiatria infantile, era emersa la necessità di un sostegno educativo, che era stato tuttavia rifiutato dalle insegnanti della primaria, che avevano dichiarato di non averne bisogno. Così Dario arriva alla scuola secondaria.

Il contesto in cui Dario vive non sembra aiutare la sua apertura relazionale: è figlio unico; i genitori hanno notevoli difficoltà economiche in quanto la madre è disoccupata ed il padre lavora in modo precario come bracciante agricolo: il ragazzo non svolge alcuna attività ludico-ricreativa extrascolastica a pagamento; il nucleo familiare abita in una corte lontana dal centro abitato e ha scarsi rapporti con il vicinato; la famiglia di origine paterna è totalmente assente; Dario e la madre, senza il padre, si recano, spesso per l’intero fine settimana, dalla famiglia materna, composta da genitori anziani che coabitano con il nucleo composto dalla zia del paziente, dal marito e dal loro unico figlio, un bambino di 8 anni con una grave disabilità fisica e intellettiva.

La situazione del lockdown ha avuto, nel caso di Dario, alcuni aspetti positivi: la situazione economica della famiglia, pur negativa, non è peggiorata; il fatto di abitare in una corte ha permesso a Dario di giocare con alcuni coetanei, che, durante il tempo libero, sono normalmente impegnati in attività extrascolastiche; Dario, nel fine settimana, ha avuto la possibilità di trascorrere più tempo con il padre, che l’ha coinvolto in alcuni piccoli lavori manuali, cosa che non accade quando frequenta la famiglia di origine materna, che presenta una situazione per lui poco stimolante.

Gli aspetti positivi intervenuti nel corso della pandemia vissuta da Dario e dalla sua famiglia, hanno permesso al ragazzo di essere più attivo e disponibile nel corso dei colloqui psicologici, migliorando la sua compliance.

Conclusioni

Il COVID-19, e tutto ciò che ne è conseguito, è stata un’esperienza straordinaria, che non dimenticheremo e che, come tutte le esperienze non comuni, ci ha permesso di vivere la vita e le relazioni in modo nuovo: non si è quindi trattato solo di un trauma, che può essere o meno superato a seconda che si abbia più o meno resilienza, ma di un processo di conoscenza di se stessi, degli altri e della relazione tra noi e gli altri che avrà tanto più valore quanto più non verrà dimenticato.

 

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