Il cervello d’oro – Quando l’adattamento alle aspettative genitoriali porta allo sviluppo di un falso Sé

Chi nell'infanzia era intimorito e condannato a tacere, con l'aiuto della psicoterapia, può finalmente esprimersi e iniziare la ricerca del vero Sé

ID Articolo: 175045 - Pubblicato il: 26 maggio 2020
Il cervello d’oro – Quando l’adattamento alle aspettative genitoriali porta allo sviluppo di un falso Sé
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Il dono ricevuto da un’infanzia difficile nella ricerca del vero Sé: un’analisi di un apologo utilizzato come metafora nella spiegazione del prezzo psicologico pagato dal “bravo bambino”, sino arrivare ad una delineazione terapeutica. Dal libro Il dramma del bambino dotato di Alice Miller.

 

Messaggio pubblicitario C’era una volta un bambino con un cervello d’oro. I genitori se ne accorsero per caso, vedendo sgorgare oro, anziché sangue, una volta che il bambino si era ferito alla testa. Presero dunque a sorvegliarlo con gran cura e gli proibirono di stare con altri bambini, per paura che lo derubassero. Quando il ragazzo divenuto grande volle andarsene per il mondo, la madre disse: “Dopo tutto quello che abbiamo fatto per te, anche a noi spetta un po’ della tua ricchezza”. Il figlio allora estrasse un pezzo d’oro dal suo cervello e lo donò alla madre. Ricco com’era, visse nel lusso insieme a un amico per un certo tempo. Ma una notte l’amico lo derubò e scappò via. Allora l’uomo decise che non avrebbe più rivelato ad alcuno il proprio segreto e, poiché le scorte si assottigliavano a vista d’occhio, pensò di mettersi a lavorare. Un bel giorno s’innamorò di una graziosa fanciulla e ne fu contraccambiato. Ma la fanciulla amava anche i bei vestiti, che egli le comprava in gran quantità. Sposatisi, vissero felici per due anni, dopodiché la fanciulla morì e per i suoi funerali, che dovevamo essere grandiosi, l’uomo spese tutto ciò che gli restava. Un giorno, mentre debole, povero e triste si trascinava per la strada, vide in una vetrina un paio di stivaletti che sarebbero andati giusti alla moglie. Dimenticando di essere vedovo (forse perché il suo cervello svuotato non funzionava più), entrò nel negozio per comperarli.

Ma in quel momento crollò a terra e il venditore lo vide giacere morto dinanzi a lui.

“Ci sono dei poveracci (…) che pagano le piccole cose della vita con oro zecchino, col loro midollo, con la loro sostanza. È un dolore che si rinnova ogni giorno; e poi quando sono stanchi di soffrire…”

Questo racconto, che può apparire bizzarro, è una metafora che incarna perfettamente una particolare situazione vissuta da alcuni nella primissima infanzia, dove il bambino, per conformarsi alle aspettative di chi si prende cura di lui, deve rimuovere il suo bisogno di amore, attenzione, sintonia, comprensione, partecipazione, rispecchiamento. Deve anche reprimere le sue reazioni emotive ai pesanti rifiuti che riceve, il che porta all’impossibilità di vivere determinati sentimenti (per esempio i sentimenti di gelosia, invidia, ira, abbandono, impotenza, paura) dapprima nell’infanzia e poi nell’età adulta. L’asperità ha origine nel sentimento originario del bambino piccolo, che non dispone di tutte queste possibilità di distrazione, e le cui comunicazioni verbali o preverbali non hanno raggiunto i genitori, perché nel profondo erano essi stessi ancora bambini permeati da carenze affettive. Risulta quindi ovvio che le mancanze verso il figlio non sono avvenute perché fossero dei cattivi genitori. Essi stessi infatti dipendevano da una certa sintonia con il bambino, a loro necessaria, nella continua ricerca di una persona disponibile. E per quanto ciò possa apparire paradossale il bambino è disponibile, il bambino non ci sfugge come un tempo ci era sfuggita nostra madre. Un bambino possiamo educarlo in modo da farlo diventare come piace a noi. Così come nella storia suddetta, la madre per paura che derubassero il figlio gli vieta di vedere altri bambini, lo sorveglia continuamente e il figlio “impregnato” dai sensi di colpa, quando chiede un po’ di libertà, estrae “un pezzo del suo oro” e lo dona alla madre, sacrificando un pezzo di Sé.

Come afferma Alice Miller, l’adattamento ai bisogni dei genitori conduce spesso (ma non sempre) allo sviluppo della personalità “come se”, ovvero a ciò che si definisce un falso Sé. L’individuo sviluppa un atteggiamento in cui si limita ad apparire come ci si aspetta che debba essere, e si identifica totalmente con i sentimenti che mostra. Il suo vero Sé non può fermarsi, né svilupparsi, perché non può essere vissuto. Si capisce allora come essi lamentino un senso di vuoto e di assurdo e in effetti questo vuoto è reale, così, come il bambino con il cervello d’oro, diventato adulto perde tutte le sue ricchezze, rimanendo solo un cervello svuotato. È stato infatti reciso l’elemento vitale del bambino e quindi la sua integrità. Dalle difficoltà di vivere e manifestare i propri sentimenti autentici deriva la permanenza del legame, che non consente una reciproca delimitazione. I genitori infatti hanno trovato nel falso Sé del bambino la conferma che cercavano, un sostituto alla sicurezza che a loro mancava, e il bambino, che non ha potuto costruirsi una propria sicurezza, dipenderà dapprima consciamente e in seguito in modo inconscio dai genitori. Non potendo abbandonarsi a sentimenti propri e non avendone fatto esperienza, egli non conosce i suoi veri bisogni ed è al massimo grado alienato da sé stesso, sino a non riconoscere e diversificare i propri bisogni da quegli degli altri, allo stesso modo in cui il protagonista della storia si trova a comprare degli stivali che non servono né a lui né alla moglie e ad aver soddisfatto sempre i desideri degli altri, non riconoscendo mai i propri bisogni.

Messaggio pubblicitario Un adulto, può vivere i propri sentimenti solo se da bambino ha avuto genitori o sostituti parentali amorevoli e dediti a lui. A coloro che hanno subito maltrattamenti, ciò è mancato, il vero Sé non può comunicare, essendo rimasto a uno stadio inconscio e dunque non evoluto, ingabbiato in una sorte di prigione interiore. Non saranno i rapporti con i custodi di una prigione a favorire uno sviluppo vitale. Solo dopo la liberazione, il Sé incomincia ad articolarsi, a crescere e a sviluppare la propria creatività. Non si tratta di un rimpatrio, perché non c’è mai stata patria, ma della scoperta di una patria. Risulta chiaro che per scoprire bisogna cercare e senza ombra di dubbio si tratterà di una ricerca ardua, dolorosa, affascinante, ma assolutamente ed inevitabilmente pura e liberatoria, dove finalmente potremmo permetterci di essere ciò che in realtà siamo sempre stati e per conformarci a quel falso Sé, abbiamo pagato l’amaro prezzo di sacrificare il nostro vero Sè pur di far felice qualcun altro. Dovremmo ricordarci che quando qualcosa di caro ci appartiene, non dovremmo permettere a nessuno, tantomeno a noi stessi di coprirlo, buttarlo, danneggiarlo, sostituirlo.

Alice Miller analizza quale aiuto può offrire la psicoterapia nella ricerca del vero Sé, delineando la risposta che l’esperienza della propria verità e la sua conoscenza post-ambivalente rendono possibile, a un livello adulto, il ritorno al proprio mondo affettivo, senza paradisi, è vero, ma con la capacità di vivere il proprio lutto, capacità che ci restituisce la nostra vitalità.

Uno dei cardini della terapia è che il paziente arrivi a una comprensione emotiva del fatto che tutto l’“amore” che si era conquistato con tanta fatica e a prezzo della rinuncia a esprimere sé stesso non riguardava affatto l’individuo che era in realtà: l’ammirazione per la sua bellezza e le sue brillanti prestazioni, non era rivolta al bambino reale.

Quindi non appena l’adulto è in grado di prendere sul serio i suoi sentimenti, incomincia a rendersi conto di come in precedenza avesse trattato i suoi sentimenti e bisogni e si avvede che quella era stata la sua unica possibilità di sopravvivere. Si sente alleggerito nel percepire in sé stesso cose che fino a quel momento era abituato a soffocare. Quando più siamo in grado di ammettere e di vivere i sentimenti della prima infanzia, tanto più ci sentiamo forti e coerenti. In tal modo siamo in grado di esporci ai sentimenti della prima infanzia e di vivere il senso di impotenza di allora, il che alla fine rafforza ulteriormente la nostra sicurezza. Una volta avviato, il processo terapeutico non si arresta più. La persona sofferente incomincia a esprimersi, mette da parte la propria docilità, ma in base alle esperienze infantili (non solo quelle avute con la madre, ma anche quelle avute con altre figure significative, dai nonni alle maestre della scuola) non può credere che ciò sia possibile senza incorrere nel rischio di perdere la vita. A partire dall’esperienza passata, si attende e teme di essere rifiutato, respinto e punito, si difende e combatte per i propri diritti, per arrivare poi sempre a provare un senso di liberazione per aver saputo tollerare il rischio e acquisire autonomia. Una volta che viene svegliata la sensibilità per i moti affettivi, non si può tornare indietro, ed ora il bambino che un tempo era intimorito e condannato a tacere può viversi come prima non avrebbe mai supposto di poter fare. Tuttavia tali sofferenze possono trasformarsi in risorse preziose, in un vero “cervello d’oro”, che, questa volta sa proteggere e spendere al meglio la sua ricchezza. Come afferma Alice Miller,

la sensibilità dello psicoterapeuta, la sua capacità di provare empatia, il suo essere provvisto di “finissime antenne”, rimandano proprio al suo essere stato usato, se l’uso non era addirittura degenerato in abuso da genitori che soffrivano di carenze affettive.

A mio parere, non tutti gli psicoterapeuti hanno vissuto ciò, ma questi probabilmente saranno sprovvisti di tali “antenne”, per via del proprio vissuto di non aver tradito mai il proprio Sé. Come dare torto alla Miller, sicuramente chi ha vissuto una determinata sofferenza, chi ha provato gli stessi sentimenti di vivere un “falso Sé”, addentrandosi in esperienze similari, toccandole con mano, sporcandosi, chi insomma, almeno una volta, “si è perso nel bosco per poi ritrovarsi”, può capire nel più profondo cosa significa perdersi. Per opera di ciò, il terapeuta può meglio entrare nel “mondo” delle altre persone, sentendone dentro la pelle e nel cuore i vissuti, in virtù delle sue geniali intuizioni, rendendosi un ottimo mentore che accompagna, ma non guida e con il quale il paziente incontrerà il suo vero Sé in modo consapevole, essendo l’unico che per primo lo conosce.

 

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Bibliografia

  • Miller, A. (1996). Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé. Bollati Boringhieri Editore.
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