Le competenze genitoriali in donne vittime di violenza

La violenza di genere indica gli atti di violenza verso le donne e comporta il formarsi di schemi cognitivi disfunzionali che si ripercuotono sui figli

ID Articolo: 172788 - Pubblicato il: 24 marzo 2020
Le competenze genitoriali in donne vittime di violenza
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Uno stile familiare caratterizzato da violenza di genere influenza la quotidianità dei figli, qualificandosi come una modalità relazionale pervasiva e prevaricante che influenza il pensiero e il modo di relazionarsi del bambino, provocando un apprendimento distorto circa lo stare insieme e le relazioni affettive e interpersonali.

Concetta Di Gioia e Fabio Pastore – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Messaggio pubblicitario La competenza genitoriale è un costrutto che può essere operazionalizzato mediante una serie di parametri relativi sia a qualità personali, sia a competenze relazionali e sociali (Bornstein, 1991).

Con l’espressione competenze genitoriali ci si riferisce all’insieme delle capacità e attitudini del genitore che gli consentono di comprendere e di soddisfare i bisogni emotivi, affettivi e materiali che il bambino esprime nell’arco della sua crescita.

Bornstein (1995) articola le competenze genitoriali su quattro livelli:

  • Il nurturant caregiving, ossia l’accoglimento e la comprensione dei bisogni di tipo primario come quelli fisici e alimentari:
  • Il material caregiving, che fa riferimento alle modalità con cui i genitori organizzano e strutturano il mondo fisico dei figli;
  • Il social caregiving, che riguarda l’insieme dei comportamenti che i genitori compiono per consentire e agevolare il coinvolgimento emotivo dei figli nelle relazioni interpersonali;
  • Il didactic caregiving, che include tutte quelle strategie che i genitori mettono in atto per stimolare i figli nel comprendere il proprio ambiente.

Visentini (2006) elenca otto funzioni genitoriali. La funzione protettiva fa riferimento alla ‘presenza del genitore’ col bambino, presenza che ne che garantisca la protezione e la sicurezza, che permetta e faciliti l’interazione del genitore col bambino e del bambino con l’ambiente.

La funzione affettiva intesa come ‘sintonizzazione affettiva’ che permette una adeguata comprensione dello stato d’animo e delle necessità del bambino.

La funzione regolativa genitoriale, che può essere ipoattiva, quando non risponde ai bisogni segnalati dal figlio, iperattiva, quando le risposte risultano intrusive e non permettono al figlio di comunicare ed esprimere i propri bisogni, oppure inappropriata, quando non vi è una giusta sincronia tra i tempi del genitore e del figlio.

La funzione normativa, che riguarda la capacità del genitore di riuscire a stabilire dei confini flessibili di regole che permettano al bambino di poter fare esperienza e sviluppare la propria autonomia.

La funzione predittiva, ossia la capacità del genitore di saper anticipare la tappa evolutiva successiva del figlio e quindi di modulare il modo di relazionarsi con esso.

La funzione significante, ovvero la capacità del genitore di attribuire il significato adeguato alle richieste del bambino permettendo a quest’ultimo di imparare a comprendere i propri bisogni.

La funzione rappresentativa e comunicativa, che si riferisce all’abilità del genitore di aggiornare la rappresentazione del figlio e di adeguare lo stile comunicativo attraverso messaggi chiari e congrui.

Infine la funzione triadica, che fa riferimento alla capacità dei genitori di far entrare il figlio nella relazione genitoriale.

Guttentag e collaboratori (2006) affermano che uno stile parentale comprensivo è caratterizzato dalla presenza della capacità di rispondere alle richieste dei figli e di mantenere un’attenzione focalizzata, di una ricchezza di linguaggio e di calore affettivo nei confronti dei figli.

Tali competenze potrebbero essere compromesse in caso di violenza di genere, dove le carenze genitoriali possono manifestarsi lungo un continuum di gravità crescente, fino alla violazione dei diritti e della dignità del figlio. La violenza comporta un nascere di schemi cognitivi disfunzionali, utili per la sopravvivenza di chi subisce la violenza, ma che si ripercuotono sui figli. Uno stile familiare violento ha un’influenza sulla quotidianità dei figli, qualificandosi come una modalità relazionale pervasiva e prevaricante che influenza il pensiero e il modo di relazionarsi del bambino, provocando un apprendimento distorto circa lo stare insieme e le relazioni affettive e interpersonali. Questi aspetti sono particolarmente importanti per gli effetti dannosi nell’evoluzione delle capacità relazionali e sociali dei figli, poiché influenzano fortemente le modalità di rapporto con i pari, nel riprodurre modalità aggressive e di sopraffazione o manifestando un’evidente incapacità nel gestire le relazioni. La violenza perpetrata dall’uomo sulla donna costringe il figlio ad adattamenti difficili che comportano una condizione di forte disagio e sofferenza. In queste condizioni aumenta la probabilità di sviluppare una sintomatologia di tipo post traumatico che non sempre viene riconosciuta in maniera precoce. È importante sottolineare come spesso i figli sono coinvolti nelle forme di maltrattamento inflitte alla madre e diventano a loro volta vittime vicarie di varie forme di maltrattamento, con le conseguenze note nei soggetti in età evolutiva, ovvero l’acquisizione di schemi disfunzionali.

La Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sui diritti umani di Vienna (1993) ha definito la violenza di genere come tutti gli atti di violenza contro il sesso femminile, che causano o sono suscettibili di causare alle donne danno o sofferenze fisiche, sessuali, psicologiche e che comprendono la minaccia di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica sia nella vita privata. E’ possibile individuare diverse tipologie di violenza:

  • La Violenza Fisica riguarda una vasta gamma di comportamenti lesivi nei confronti della donna. Tali comportamenti lesivi sono compiuti attraverso l’uso della forza e possono anche riguardare comportamenti di trascuratezza come la privazione del cibo, la privazione delle cure mediche oppure il sequestro della donna. Tali aggressioni possono condurre all’insorgenza di disturbi somatici, del sonno e a traumi, reversibili e non.
  • La Violenza Psicologica si riferisce a qualsiasi forma di abuso e mancanza di rispetto che danneggia la dignità e l’autostima della persona. La violenza psicologica comprende quell’insieme di comportamenti volti a esercitare un certo grado di potere e controllo sulla donna col fine ultimo di convincerla di essere priva di valore e capacità. La donna che subisce tale maltrattamento può iniziare a percepirsi come inadeguata e fragile, motivo per il quale sente di aver bisogno di una guida e di protezione per affrontare anche le più piccole difficoltà. Da qui si innesca un meccanismo di dipendenza verso l’aggressore, situazione che la porterà ad accettare passivamente ogni forma di abuso.
  • La Violenza Sessuale si verifica in qualsiasi atto sessuale agito contro la volontà della donna. La violenza sessuale, dunque, comprende lo stupro o di tentato stupro, lo sfruttamento e la molestia sessuale, la costrizione a pratiche sessuali umilianti, fino ad arrivare anche al controllo delle scelte riproduttive. Questo tipo di violenza viene spesso accettato dalla vittima poiché teme le ripercussioni negative che comporterebbe un suo rifiuto. Inoltre tale condizione può provocare danni alla struttura di personalità della donna vittima, la quale, per far fronte alla realtà che è costretta a subire, può mettere in atto meccanismi di difesa che le permettono di sopravvivere ma che possono allo stesso tempo provocarle stati di ansia e depressione, arrivando addirittura alla dissociazione.
  • La Violenza Economica fa riferimento a tutti quei comportamenti finalizzati a limitare e a controllare l’indipendenza economica della vittima. Con questo tipo di violenza l’aggressore stabilisce uno stato di dipendenza della donna, la quale rimane legata all’uomo e questo comporta per lui uno stato di tranquillità poiché la donna, non essendo più economicamente autonoma, difficilmente potrà abbandonarlo.
  • La Violenza Domestica comporta una violenza attuata da un uomo su una donna con la quale condivide il tetto coniugale.
  • Lo Stalking, infine, riguarda una serie di atteggiamenti e comportamenti che colpiscono la donna, perseguitandola, generando in lei paura e ansia, fino a compromettere lo svolgimento della normale vita quotidiana, con lo scopo di far sentire la vittima sempre controllata e in stato di pericolo. Questo causa nella vittima uno stato di tensione constante che le condiziona la vita e ne mina l’autostima.

Il carattere intermittente dell’abuso è inscritto nel ‘ciclo della violenza’. Esso è composto da tre fasi:

  • La prima fase – La crescita della tensione: la donna avverte la crescente tensione e cerca di prevenire l’escalation della violenza concentrando tutta la sua attenzione e le sue energie sull’uomo. Cerca di diminuire la tensione evitando qualsiasi tipo di discussione col partner, di modulare il proprio comportamento per controllare e prevenire l’agire violento del partner.
  • La seconda fase – Il maltrattamento: comporta la presenza di attacchi di aggressioni e percosse. In questa fase, per sottolineare il proprio potere, l’uomo può agire violenza sessuale. L’aggressione da parte del partner porta la donna a provare un senso di tristezza e di impotenza.
  • La terza fase – La luna di miele: in questa fase vi sono altre due sotto-fasi. La prima fa riferimento alle ‘scuse’ e alle ‘attenzioni amorevoli’ dove l’uomo attraverso regali e/o promesse chiede scusa. La seconda sotto-fase riguarda lo ‘scarico di responsabilità’, l’uomo attribuisce il suo comportamento a cause esterne, come il lavoro o situazione economica etc., e attribuisce alla donna la responsabilità di tale comportamento aggressivo. La terza fase, col progredire della violenza, si riduce maggiormente e permangono soprattutto le prime due fasi, con conseguenze gravi sulla donna a tal punto di metterla in pericolo.

La reazione mentale più pericolosa per la vittima è il sentirsi colpevole di quanto accaduto e di non essere in grado di reagire. Durante il trascorrere della loro vita tali donne hanno maggiori probabilità di compiere tentati suicidi e consumare sostanze e/o alcol; inoltre, risultano essere più vulnerabili rispetto al rischio di subire ulteriori violenze (Romito, 2013). La donna può entrare in un ciclo di autocolpevolizzazione assumendosi la responsabilità di quanto subisce. Tale dinamica porta la vittima a sentirsi colpevole ed incapace, negandosi la capacità e la forza di riacquistare la propria dignità e la propria vita. In queste condizioni la vulnerabilità della donna aumenta e la porta a sperimentare sempre più paura e ad essere maggiormente dipendente. Ciò renderà il rapporto ogni giorno più indissolubile, benché distruttivo (Diaz e Garofano 2013).

Un intervento utile alla donna vittima di violenza è la ricostruzione cognitiva di quanto accaduto. È un metodo clinico che ricostruisce gli eventi esterni con i vissuti emotivi e le motivazioni comportamentali, inserendoli in un quadro di sequenze logiche in grado di offrire alla persona il senso compiuto delle esperienze vissute. La ricostruzione comprende diverse finalità, tra cui il focalizzare e rendere consapevole della relazione con il partner all’interno del contesto di violenza, descrivere la tipologia dei comportamenti maltrattanti e collocarli nel contesto storico della relazione di coppia e descrivere la potenza del maltrattamento in rapporto alla modifica di un profilo di personalità o in rapporto agli stili di vita abituali. È importante evidenziare che solo quando la vittima riuscirà a comprendere questo meccanismo allora riuscirà anche a realizzare che la violenza non dipende da lei e dal suo comportamento. Una donna in grado di svolgere tale lavoro si riconoscerà nella citazione di Oriana Fallaci:

Non siamo una coppia. Siamo un persecutore e un perseguitato. Tu al posto del persecutore e io al posto del perseguitato… Ti insinuasti in me come un ladro, e mi rapinasti il ventre, il sangue, il respiro. Ora vorresti rapinarmi l’esistenza intera. Non te lo permetterò […].

La donna vive una duplice situazione e pressione. Da una parte la donna si sente colpevole nei confronti dei figli, ritenendosi responsabile della violenza a cui i figli sono sottoposti, accusandosi di ‘essere state lei a scegliere il padre sbagliato per i propri figli’, considerandosi per tale motivo una cattiva madre. Dall’altra parte alcune madri possono essere così sopraffatte dalla violenza subita da non essere in grado di ‘guardare’ i propri figli, sono talmente assorbite dal loro conflitto che dimenticano i figli.

Messaggio pubblicitario Nei rapporti segnati dalla violenza viene minata l’autorità della madre che la subisce. La violenza domestica è intrinsecamente distruttiva nei confronti dell’autorità materna perché gli abusi verbali e le aggressioni fisiche del violento forniscono un esempio per i bambini che possono imitare i comportamenti sprezzanti e aggressivi verso la madre. Un possibile risultato, confermato da molti studi, è che i figli di donne maltrattate mostrano una tendenza maggiore a disobbedire e ad usare la violenza contro le loro madri. Alcune madri maltrattate riportano che il maltrattante spesso impedisce loro di consolare il figlio che piange o di assisterlo se spaventato o ferito, e di fornire ai figli altre tipologie di supporto fisico ed emotivo. Interferenze di questo tipo possono convincere i bambini che la loro madre non si preoccupa per loro o che non è affidabile. L’aggressore può rafforzare questi sentimenti cercando di condizionare i bambini attraverso affermazioni squalificanti quali: ‘Tua madre non ti ama’ o ‘Mamma si preoccupa solo di se stessa’. Nelle relazioni di violenza possono essere presenti delle ritorsioni contro la madre quando tenta di proteggere i bambini. Una madre può essere aggredita o intimidita se tenta di impedire che il maltrattante aggredisca i bambini e potrebbe essere punita se prova a difenderli. Per questo motivo con il tempo la madre potrebbe smettere di intervenire in favore dei suoi figli e questa dinamica può portare i bambini a percepire la loro madre come incurante nei confronti del maltrattamento del violento verso di loro, e può contribuire al suo essere etichettata dai servizi di tutela dei minori come ‘genitore non protettivo’.

Le donne vittime di violenza spesso hanno difficoltà nell’impartire una adeguata educazione emotiva ai propri figli. I figli di donne maltrattate possono sviluppare una bassa autostima, sono costretti a crescere troppo in fretta, non ricevono un’educazione emotiva adeguata e quindi non riescono a gestire le emozioni proprie e altrui. Non sviluppano empatia, non riescono quindi a capire il dolore che possono provocare in un’altra persona: per questo i maschi sono poi più inclini, una volta cresciuti, a mettere in atto violenza nelle relazioni di coppia e le femmine, purtroppo, a subirla come fosse un destino ineluttabile. Peraltro, spesso i figli di madri abusate imparano che l’espressione dei sentimenti è pericolosa, perché per ‘non far arrabbiare papà’ le donne tendono a essere punitive coi loro bambini, a far sì che non parlino e non facciano nulla che possa dar fastidio e far scattare l’episodio violento: un modo per proteggere se stesse e i figli, che però non tiene conto dei bisogni dei più piccoli e li segna. Questo compromette il loro modo di vedere il mondo e vengono abituati a minimizzare e a negare la sofferenza provata; inoltre viene recato un danno molto significativo in quanto viene trasmesso il messaggio del ‘non essere visti’ e che è normale subire botte o disprezzo nelle relazioni affettive. A volte i bambini si sentono in colpa, incapaci ed impotenti dal momento che vengono sottoposti a modelli educativi confusi e laceranti e non possono così sviluppare quel senso di giustizia che orienta il comportamento verso la prossimità, la cura e il bene dell’altro. I bambini testimoni di violenza potrebbero mettere in atto dei comportamenti aggressivi e violenti utili per salvaguardare il rapporto affettivo con il genitore aggressore e cercare di avere una sensazione, illusoria, di controllo. Tale comportamento va a danneggiare la relazione tra il bambino e il genitore maltrattato, di conseguenza viene a mancare il luogo protetto capace di garantire sicurezza e fiducia. Tutti questi fattori potrebbero comportare un trauma affettivo che all’interno del Disturbo da Stress Post Traumatico ha trovato una configurazione particolare e si riferisce ai continui e persistenti traumi, micro o macro, della relazione affettiva. I traumi ripetuti e continui sono capaci di provocare profonde deformazioni della personalità. Ad esempio l’ansia, l’insicurezza e la depressione della donna vittima di violenza possono portare ad esiti negativi sullo sviluppo psicologico cognitivo e affettivo dei propri figli, comportando una disregolazione del sonno, temperamento difficile, ADHD (attention deficit hyperactivity disorder), disturbi della condotta e prestazioni cognitive inferiori. Si potrebbe ipotizzare, dunque, che le capacità genitoriali delle donne vittime di violenza subiscano delle variazioni e delle modificazioni in ambito affettivo, relazionale e sociale ma la letteratura presente non indaga scientificamente tale costrutto e sarebbe opportuno condurre uno studio più approfondito.

 

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Bibliografia

  • Bornstein, M.H. (1995). Handbook of Parenting 4 voll., Lawrence Erlbaum Associates, Mahwah.
  • Baumrind, D. (1991). The influence of Parenting Style on Adolescent and Substance Use. In Journal of Early Adolescence, 11, 1, pp. 56-95.
  • Visentini G. (2006). Definizione e funzioni della genitorialità.
  • Romito P. , Melato- Carocci M. (2017). La violenza sulle donne e sui minori. Una guida per chi lavora sul campo.
  • Diaz R., Garofano L. (2013). I labirinti del male. Femminicidio, stalking e violenza sulle donne: che cosa sono, come difendersi. Modena: Infinito.
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