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Fobia scolare: qual è il ruolo dei genitori nel prevenire la dispersione scolastica?

Sembra che i genitori iperprotettivi possano favorire l'insorgenza di fobia scolastica persiste, che può evolversi in una vera e propria evasione scolastica

Di Federica Liso

Pubblicato il 07 Feb. 2020

Spesso il contesto scolastico e i suoi risvolti vengono vissuti in modo molto stressante e accompagnati da intensa ansia e preoccupazione sia dagli studenti che dai loro genitori. L’atteggiamento di questi ultimi, tuttavia, se modificato, è in grado di limitare la fobia nei confronti della scuola dei figli.

 

Con le migliori intenzioni, il più delle volte, si ottengono i risultati peggiori!! (Oscar Wilde)

 

Introduzione

Arrivato settembre, iniziano a maturare pensieri disturbanti, come “Sarò in grado di superare anche quest’anno? Riuscirò a prendere un voto che superi la sufficienza?”, questo attiva uno stato ansioso eccessivo e, a volte, incontrollabile, relativo ai primi giorni di scuola, ai voti, alle verifiche, alle reazioni dei genitori circa una probabile insufficienza. Alcuni manifestano sintomi d’ansia generici, ma non eccessivi, prima del rientro a scuola: un certo livello di preoccupazione può essere normale, se tende a diminuire con il passare dei giorni quando ci si è adattati alla situazione. E’ diventata più comune, invece, negli ultimi anni, una condizione di anormalità, in cui il ragazzo/a si rifiuta di andare a scuola sin dai primi giorni, dopo il rientro. I primi sintomi sono relativi ad un’ansia elevata la sera prima o al momento del risveglio la mattina successiva, bisogno continuo di rassicurazione, insonnia e manifestazioni somatiche, come mal di testa, dolori addominali, nausea, vomito, diarrea. In questi casi l’ansia è eccessiva e potrebbe portare il ragazzo/a a rifiutarsi di andare a scuola per un periodo piuttosto lungo.

I fattori predisponenti

L’ansia potrebbe derivare sia da fattori organici (es. ereditarietà familiare) sia da fattori ambientali (ad esempio lo stile parentale, eventi di vita stressanti). Alcuni fattori come gli eventi di vita stressanti (un divorzio, un lutto recente, ecc) sfuggono al nostro controllo: tuttavia ci sono altri fattori, come gli atteggiamenti nei confronti dei propri figli, che i genitori possono “controllare” e che risultano essere protettivi, ovvero possono evitare che il ragazzo/a sviluppi ansia rispetto alla scuola. I genitori possono raccontare esperienze positive rispetto alla scuola in modo da stimolare pensieri positivi: ad esempio, potrebbero raccontare qualche episodio divertente del loro passato, mostrando, così, che la scuola è un luogo dove imparare cose nuove e stare con altri coetanei. Inoltre, se il ragazzo/a deve iniziare la scuola secondaria di primo grado ed entrare in contatto con nuove realtà, come la conoscenza di nuovi compagni/e e la presenza di nuovi professori/esse ed è molto timido, potrebbe essere utile avere un amichetto/a con cui iniziare il primo giorno: avere un viso conosciuto in classe renderà più leggero il passaggio. Spesso i genitori tendono a controllare ossessivamente i voti presenti sul “famoso” registro elettronico e/o ad incontrare i docenti almeno una volta ogni due settimane, elogiarlo eccessivamente per un bel voto e/o punirlo e/o denigrarlo per un’insufficienza: questo crea uno stato di insicurezza e/o di vulnerabilità, avente, nella maggior parte dei casi, come conseguenza il far smettere al ragazzo/a di impegnarsi perché non stimato né capace di poter migliorare.

Il passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria: quali sono gli effetti collaterali?

Prima del passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria di primo grado, è importante ricordare al ragazzo/a che il suo valore non dipende dai voti che prende: il voto indica semplicemente quanto si era preparati per quello specifico argomento. Qualsiasi voto è recuperabile, fare errori fa parte della crescita e dell’apprendimento: dunque un’insufficienza non deve essere vissuta come una tragedia. E’ importante che il genitore, davanti al voto, riesca a reagire in modo tranquillo e mai critico. Se l’insegnante segnalerà degli errori, oppure darà i compiti da rifare a casa, potrebbe essere utile aiutare, qualora fosse necessario, ricordando che si ha piena fiducia nelle sue capacità di miglioramento. E’ molto importante non fare confronti con altri fratelli e/o compagni di classe. Chiedere ripetutamente “Quanto ha preso il tuo amico?” oppure dire “Tuo fratello alla tua età prendeva sempre 8”, può provocare sentimenti d’inferiorità e di forte ansia qualora dovrà affrontare una successiva verifica in classe. Ognuno è unico e come tale deve sentirsi, con i propri punti di forza e le proprie debolezze. Al mattino prima di andare a scuola è molto importante l’atmosfera che regna in famiglia: un risveglio caotico, in cui si viene svegliati di corsa, lavati, vestiti e “buttati” in macchina, perché si è in ritardo non è sicuramente un buon modo per iniziare la giornata per entrambi (ragazzo/a e genitori). Sarebbe preferibile svegliarsi con calma, godersi la colazione ed i momenti trascorsi insieme, nei quali ciascuno può esprimere le sue aspettative o i suoi dubbi in merito alla giornata che è in procinto di affrontare.

Spesso, si verifica che il ragazzo/a sviluppa ansia, in quanto è il genitore stesso ad essere in ansia per l’inizio della scuola. Un genitore iperprotettivo e preoccupato, che tende a salutare il ragazzo/a mille volte prima che “entri” in classe e che continua a salutare dalla finestra manda un messaggio ambiguo, capace di innescare pensieri disfunzionali ed ingestibili come: “Se la scuola è un luogo sicuro e ci rivedremo presto che bisogno c’è di salutarmi in questo modo? Se la mamma è preoccupata allora devo preoccuparmi anch’io!!”. A questo proposito, le riflessioni di Bruner (1997, p. 9), secondo cui “l’educazione non ha luogo solo nelle aule scolastiche bensì quando la famiglia è riunita a tavola ed i suoi membri cercano di dare un senso insieme agli avvenimenti della giornata”, ha un duplice significato: da una parte, gli accadimenti e le dinamiche originanti entro il contesto familiare hanno grande influenza nella costruzione dell’identità personale e sociale del ragazzo/a e dall’altra è necessario coadiuvare l’interpretazione del loro ruolo educativo attraverso la rivitalizzazione delle personali responsabilità e la valorizzazione di tutti i “saperi” di cui sono portatori, ma di cui spesso non sono consapevoli (Bruner, 1997). Gli atteggiamenti dei genitori possono dunque influenzare le emozioni del ragazzo/a nei confronti della scuola: questi osservano e percepiscono molto le espressioni, le emozioni e gli atteggiamenti degli adulti intorno a loro. Per evitare lo sviluppo o il peggioramento dell’ansia scolastica è importante quindi mandare un messaggio positivo che tranquillizzi il ragazzo/a, che gli dimostri che la scuola è un luogo per crescere, apprendere ed esprimere le proprie potenzialità.

Stili genitoriali pericolosi: i genitori iperprotettivi creano terribili conseguenze per i figli

Alcune ricerche, che testimoniano una maggior frequenza del disturbo in figli di genitori che hanno a loro volta incontrato questa problematica nella loro vita, fanno pensare che possa esistere una vulnerabilità ereditaria (Kendler et al., 1992). Spesso la famiglia è molto coinvolta da questo problema e sperimenta tutte le strade possibili per spingere i figli ad andare a scuola. A volte intervengono anche nonni, zii, cugini e, in alcune realtà di paese, addirittura anche i vicini di casa, in una specie di processione mattutina in camera del ragazzo/a che, di conseguenza, tiene in scacco tutte quelle persone che si preoccupano per lui/lei.

Quando la fobia scolastica persiste e sfocia in un’evasione scolastica, la scuola può segnalare il caso ai servizi sociali che si uniranno a tutta la folta schiera di persone, insieme anche ad insegnanti e dirigente scolastico, interessati al giovane e alla sua fobia di andare a scuola. Ma, nella maggior parte dei casi, il problema è alla base: la presenza di genitori iperprotettivi potrebbe alterare la percezione che il ragazzo/a ha del mondo intorno a sé. L’iperprotettività dei genitori verso i loro figli, soprattutto durante il periodo dell’infanzia e della crescita, potrebbe causare danni psicologici permanenti da adulti.

Uno dei modelli di famiglia più diffusi negli ultimi anni è quello della famiglie iperprotettive, tali genitori assumono la mission di rendere la vita dei propri figli il meno complicata possibile, le loro parole d’ordine sono accoglienza, protezione, amore e spesso anche controllo. I genitori iperprotettivi tendono a vivere in uno stato di continua tensione, preoccupati per la salute e la felicità dei loro amati figli. I genitori trasformano la normale tendenza alla scoperta e all’esplorazione in apprensione e paura. Il messaggio che viene trasmesso sarà il seguente: “ti aiuto io perché tu da solo non sei in grado”. Una modalità disfunzionale consiste nel mettersi nei panni dei loro figli e fare le cose al loro posto, eliminando ogni difficoltà per paura che questi possano fallire. Così si ritarda la loro maturazione psicologica, la presa di responsabilità, aumentando l’insicurezza di sé e delle proprie abilità.

Quando diventano adolescenti o giovani adulti, spesso rinunciano a prendere il controllo, non escono da casa, si rifugiano sotto la loro campana di vetro, incapaci di affrontare la vita, in quanto non l’hanno mai imparato da nessuno, nessuno ha mai permesso loro di fare esperienza. Durante il periodo di passaggio da uno stato psicologico infantile ad uno più o meno adulto, i ragazzi/e avranno una serie di problemi, legati al fatto di non “potersi” assumere rischi e/o responsabilità, a non conoscere gli strumenti adatti per affrontare le difficoltà, a non sapere come fare. Le famiglie sono spinte a chiedere aiuto dalla necessità di conoscere il modo più utile per insegnare ai propri figli come gestire le proprie insicurezze e/o credenze disfunzionali, tra cui l’essere incapace. Spesso, vi è comorbilità con difficoltà scolastiche, disturbi d’ansia, difficoltà relazionali che potrebbero trasformarsi, con il trascorrere del tempo, in un atteggiamento depressivo, legato alla sessualità e all’alimentazione.

Un intervento macrosistemico

Il disturbo da fobia scolare può risultare invalidante fino a compromettere una frequenza scolastica continuativa (evasione scolastica). Le conseguenze riguardano diversi ambiti: lo sviluppo emotivo e sociale, le acquisizioni scolastiche, le difficoltà nei rapporti con la famiglia e con il gruppo dei coetanei. Tra le conseguenze a lungo termine vi è anche il rischio che tale atteggiamento possa in seguito riproporsi nella sfera lavorativa, minando ulteriormente la fiducia in se stessi, la propria autostima, rallentando il processo di crescita, inibendo l’autonomia e influenzando negativamente il processo di differenziazione ed emancipazione dalla famiglia. La teoria ecologica di Bronfenbrenner sembra essere una delle tesi più accreditate sull’influenza dell’ambiente sociale nello sviluppo della persona. Il modo di pensare, le emozioni che si provano o le preferenze sarebbero determinati da diversi fattori sociali (Bronfenbrenner, U., 1986). La famiglia risulta essere una risorsa importante per affrontare questo disturbo, in quanto, essendo un’alleata competente e motivata, è in grado di fornire una valida collaborazione in terapia (Kennedy – Moore, Watson, 1999). Urie Bronfenbrenner osservò che il modo di essere dei ragazzi/e cambia in funzione del contesto in cui crescono. Lo psicologo statunitense concepiva l’ambiente come un insieme di sistemi collegati tra loro. All’inizio ne individuò quattro, sebbene nelle versioni successive ne venne aggiunto un quinto. I cinque sistemi sono interconnessi tra loro. Di conseguenza, l’influenza di uno di essi sullo sviluppo del ragazzo/a dipende dalla relazione con gli altri. Anche un cambiamento in termini di situazione ambientale può influenzare la persona.

Fobia scolare: il ruolo dei genitori nel prevenirne lo sviluppo - Psicologia

I cinque sistemi della teoria ecologica di Bronfenbrenner sono i seguenti:

  • microsistema (contatto diretto, famiglia e/o scuola);
  • mesosistema (relazioni esistenti tra i membri del microsistema, relazione tra genitori e/o insegnanti);
  • esosistema (elementi che influenzano la vita del ragazzo/a, attività in cui lavorano i genitori);
  • macrosistema (elementi della cultura familiare e/o sociale, valori, esistenza di una religione ufficiale);
  • cronosistema (momento in cui si vivono determinate esperienze, lutto, trasferimento da una città ad un’altra).

Questo dimostra come l’influenza dei diversi gruppi sociali sulla vita di una persona possa essere fondamentale, anche, nella crescita psicologica.

In tal senso, un intervento efficace potrebbe coinvolgere entrambe le figure coinvolte nel circuito dell’ansia, ossia il ragazzo/a e i genitori. Nel primo caso, la riduzione dell’ansia sociale che ne deriva dall’essere costretto ad andare a scuola si potrebbe gestire con la rilevazione di indici comportamentali e cognitivi per giungere ad un’effettiva modificazione degli stessi. La terapia potrebbe essere articolata secondo queste fasi:

  • condivisione del modello cognitivista della fobia scolare e interventi psicoeducativi;
  • intervento cognitivista sugli schemi interpersonali e sul decentramento cognitivo;
  • intervento comportamentale sulle abilità sociali;
  • intervento comportamentale sui comportamenti protettivi;
  • esposizioni in vivo;
  • fase di chiusura ed esercizi di mantenimento.

E’ necessario, nel corso dell’intervento, mantenere un costante rapporto con entrambi i genitori, in modo da individuare quali siano gli errori e/o le difficoltà che si verificano nell’ambiente casalingo, quanto il sintomo possa porsi come impedimento nella gestione della quotidianità familiare e, se può essere utile, proporre ad entrambi i genitori un percorso di sostegno alla genitorialità e/o parent training, così da essere pronti per ogni avversità. Questo ha i seguenti obiettivi:

  • trovare la possibilità di esprimersi e di accrescere la consapevolezza tramite l’esplorazione del sé e l’analisi delle proprie modalità d’azione;
  • trovare uno spazio di accoglienza nel proprio “esser persona” ancor prima che genitore;
  • rinnovare le proprie modalità di analisi dei problemi e di ricerca di soluzioni;
  • percorrere diversificate strategie educative, soprattutto grazie allo scambio di esperienze pratiche;
  • rinforzare e arricchire le proprie positive propensioni educative;
  • individuare strumenti per migliorare la comunicazione entro il proprio gruppo familiare.

Se è possibile, contattare le istituzioni scolastiche e creare con gli insegnanti e il dirigente scolastico un rapporto di fiducia e di collaborazione, al fine di poter individuare un piano educativo e didattico speciale che potrebbe aumentare la sicurezza e la probabilità che un’eventuale ricaduta possa essere gestita diversamente.

Conclusione

Dunque, le tipologie di supporto alla genitorialità potrebbero contribuire a rendere i genitori consapevoli della loro modalità relazionale e rafforzare il ruolo di educatori (Margiotta U., Zambianchi E., 2012). Il più efficace supporto alla genitorialità mira alla consapevolezza del proprio sé (chi deve riuscire ad “essere” un individuo al fine di agire anche una “sufficientemente buona” genitorialità).

 

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Bruner, J. S. (1997). La cultura dell’educazione. Nuovi orizzonti per la scuola. Milano: Feltrinelli.
  • Bronfenbrenner, U. (1986). Ecologia dello sviluppo umano. Bologna: Il Mulino.
  • Grimaldi, P.; Semerari A. et al. (2019). Ansia sociale. Clinica e terapia in una prospettiva cognitivista integrata. Milano: FrancoAngeli.
  • Kendall, P.; Di Pietro M. (1995). Terapia scolastica dell’ansia. Guida per psicologi e insegnanti. Edizioni Erickson.
  • Procacci, M.; Popolo R.; Marsigli N. (2015). Ansia e ritiro sociale. Valutazione e trattamento. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Zambianchi, E., (2013) Apprendimento genitoriale: potenziare la riflessività coi linguaggi creativi e informali, in “Formazione & Insegnamento” a. XI, n. 3.
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