La famiglia che uccide. Un contributo psicoanalitico alla discussione sul caso Schreber – Recensione del libro

La famiglia che uccide, di Morton Schatzman, presenta una riflessione psicoanalitica sul caso del "presidente" Schreber, affetto da paranoia e schizofrenia.

ID Articolo: 166426 - Pubblicato il: 03 luglio 2019
La famiglia che uccide. Un contributo psicoanalitico alla discussione sul caso Schreber – Recensione del libro
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La famiglia che uccide, uscito per la prima volta in USA nel 1973, è un libro decisamente innovativo e di rottura per il suo tempo. Per diversi aspetti anticipa i modelli che si affermeranno negli anni a seguire e che avranno al centro l’esperienza della persona nel contesto delle relazioni familiari e la concezione dello sviluppo infantile come esito di relazioni con figure reali e specifiche piuttosto che di pulsioni universali e sovra determinate.

 

Messaggio pubblicitario La famiglia che uccide (titolo originale: Soul murder, omicidio dell’anima) commenta una vicenda resa celebre da Freud, che nel 1911 scrisse a proposito del “presidente” Daniel Paul Schreber. Si tratta di un caso di paranoia e schizofrenia tra i più noti e studiati nell’intera storia della psichiatria, che ha suscitato particolare interesse clinico.

Nonostante le numerose pubblicazioni in proposito, il contributo di Morton Schatzman appare decisamente originale e non assimilabile ad altri pur importanti scritti su Schreber. Schatzman infatti compie un’operazione inedita: ricostruisce con la precisione dello storico e con la meticolosità del biografo le esperienze infantili e l’educazione del paziente e le confronta con i sintomi e i deliri che lo affliggeranno nell’età adulta. Lo fa esaminando delle fonti dirette e particolarmente attendibili: il diario redatto da Daniel Paul Schreber sulle esperienze vissute durante il ricovero in manicomio e successivamente da lui stesso pubblicato (Memorie di un nevropatico, 1903) e i principi educativi e la pedagogia del padre di Daniel Paul, il Dottor Schreber, descritti nei molti libri che questi scrisse.

Daniel Paul Schreber: la figura del padre

Il padre di Daniel Paul Schreber, il Dottor Daniel Gottlieb Moritz Schreber (1808- 1861), era un medico molto noto, autore di numerose opere pedagogiche che influenzarono parecchio la sua epoca e che questi applicò puntualmente anche ai suoi due figli maschi, Daniel Paul e Daniel Gustav.

I principi educativi del Dottor Schreber erano diffusi e apprezzati a quel tempo, tuttavia oggi diremmo che si basavano sulla repressione, sull’autoritarismo e sulla violenza psicologica e fisica. Entrambi i suoi due figli maschi ebbero un triste destino: Daniel Paul (1842-1911) dopo essere stato un personaggio importante, un giudice, Presidente della Corte di Appello di Dresda, “a quarantadue anni impazzì, guarì e otto anni e mezzo dopo impazzì nuovamente”. Il fratello Daniel Gustav si suicidò.

Anche se i testi pedagogici del padre di Daniel Paul erano ben noti a Freud, e sicuramente qualche conoscenza ne avevano anche altri psichiatri che si occuparono in seguito del caso Schreber, né a Freud né ad altri era venuto in mente di fare delle connessioni tra i comportamenti genitoriali del padre e la sintomatologia del figlio. Il che oggi apparirebbe scontato nei principali approcci clinici (relazionale sistemico ma anche psicodinamico: basti pensare a Le due analisi del signor Z, di Heinz Kohut, edito nel 1979).

Schatzman invece fa proprio questo. Così scrive:

Collego la straordinaria esperienza di Daniel Paul Schreber, a causa della quale fu considerato pazzo, ai metodi di educazione del padre nell’infanzia. Metto in luce e collego tra loro due gruppi di fatti – le strane esperienze del figlio da adulto e le tecniche paterne di educazione dei bambini – e faccio delle ipotesi sulle loro possibili connessioni.

L’autore precisa inoltre, di nuovo anticipando consapevolezze che si diffonderanno in seguito, che:

Gran parte di ciò che viene ritenuto come pazzia può essere visto come una sorta di adattamento a certe situazioni di apprendimento, per quanto maladattato possa essere nel mondo esterno a quelle situazioni.

La famiglia che uccide: un punto di vista differente e sconvolgente sul caso Schreber

Anche se il testo La famiglia che uccide ha come sotto titolo “un contributo psicoanalitico alla discussione sul caso Schreber è evidente come il taglio adottato da Shatzman, che è centrato sul contesto familiare e sulla sua influenza sullo sviluppo del bambino, poco abbia a che fare con la lettura del caso fatta a suo tempo da Freud e poco abbia a che fare con l’ approccio psicoanalitico originario, dove la pulsione sessuale è centrale e gli “oggetti” paiono istanze universali astratte e non storicizzate, né collocate in una relazione concreta di scambio.

Messaggio pubblicitario Piuttosto, l’autore di La famiglia che uccide, nel suo tentativo di avvicinarsi al vissuto e all’esperienza del paziente, senza etichettarlo, sembra più vicino al filone della cosiddetta anti psichiatria di Ronald Laing. Con Laing del resto Schatzman aveva lavorato a lungo a Londra, condividendone la ricerca e il pensiero. Anche la conoscenza degli studi pioneristici di Gregory Bateson (che cita nell’introduzione al testo tra gli autori a cui si sente debitore) sulla schizofrenia può averlo influenzato. Se pure con diversi approcci e differenti riferimenti teorici, sia Laing (L’Io diviso, 1955) sia Bateson (Verso una teoria della schizofrenia, 1956) legano il processo che esita nella schizofrenia al contesto relazionale ed esperienziale reale e storico del paziente e alle comunicazioni disfunzionali in cui questi è immerso, piuttosto che a una sua idiosincratica disposizione alla patologia, come pretendeva la psichiatria tradizionale, o al complesso di castrazione e alla negazione della pulsione omosessuale di Daniel Paul Schreber nei confronti del proprio padre, come riteneva Freud nella sua analisi del 1911.

La famiglia che uccide, uscito per la prima volta in USA nel 1973, è dunque un libro decisamente innovativo e di rottura per il suo tempo. Per diversi aspetti anticipa i modelli che si affermeranno negli anni a seguire e che avranno al centro l’esperienza della persona nel contesto delle relazioni familiari e la concezione dello sviluppo infantile come esito di relazioni con figure reali e specifiche piuttosto che di pulsioni universali e sovra determinate.

Anche oggi, dopo quasi cinquant’anni, resta un libro decisamente interessante e coinvolgente. Scritto senza tecnicismi, con esemplare chiarezza e percepibile passione, può piacere ai clinici già esperti di patologie maggiori, a chi è ancora in formazione ma anche a chi ama riflettere e pur non disponendo di competenze specifiche desidera avvicinarsi con curiosità e rispetto alle forme gravi della sofferenza umana e cercare di darvi senso.

Va ricordato che l’autore si è sempre impegnato nella propria vita oltre che nel trattamento delle malattie mentali nella costruzione di una società tollerante e non repressiva, e che questo suo impegno profondamente etico, oltre che scientifico, si ritrova anche nelle pagine di La famiglia che uccide.

Struttura e contenuti del libro

La famiglia che uccide è organizzato in undici capitoli. Schatzman tratta il caso Schreber confrontando le esperienze allucinatorie del Presidente Schreber con i metodi educativi del Dottor Schreber, metodi che avevano lo scopo deliberato di soggiogare e sottomettere i bambini fin dai loro primi tempi di vita, ritenendo che la dura disciplina e l’incondizionata sottomissione e obbedienza ai genitori fossero le condizioni per ottenere una gioventù meno decadente e lassista.

Tra i tanti esempi che pongono in chiara connessione le esperienze “deliranti” di Daniel Paul con i metodi educativi del padre è difficile scegliere. Si va da attrezzi particolari, scomodissimi e sadici, che garantivano una certa postura da parte del bambino, a discutibilissime pratiche (es. alternanza di acqua calda e acqua gelata) considerate efficaci in vista di un fisico forte, a una regolare e inscalfibile repressione e sottomissione dei sentimenti e della libertà espressiva del bambino, raccomandata per di più dal Dottor Schreber a partire dalla culla fino al raggiungimento della giovinezza. E’ evidente che anche la sessualità infantile veniva repressa, scoraggiata e punita con grande durezza, e che i genitori, i padri in particolare, costituivano un’autorità assoluta, praticamente divina.

Non è casuale, ci spiega Schatzman, che la natura del delirio e delle allucinazioni di Daniel Paul Schreber fosse religiosa: questi attribuiva l’origine dei suoi gravi malesseri a Dio in persona, ed ai particolari e dolorosissimi miracoli che questi voleva compiere su di lui. Anche per questo probabilmente Schreber venne etichettato come pazzo.

Riporto un esempio puntuale in modo che il lettore abbia chiara sia la natura “religiosa” del delirio di Daniel Paul sia la corrispondenza tra le esperienze infantili e i sintomi emersi successivamente. Leggiamo nel diario di Daniel Paul:

Uno dei miracoli più terribili era il cosiddetto miracolo della compressione del petto… consisteva in una tale compressione della cassa toracica, che lo stato di oppressione causato dalla mancanza di respiro veniva trasmesso a tutto il mio corpo (Memorie di un nevropatico, pag. 151).

Leggiamo in uno dei testi pubblicati dal Dottor Schreber che questi raccomandava l’utilizzo di un congegno di sua invenzione (il raddrizzatore di Schreber) per costringere i bambini a stare seduti diritti. Si trattava di una sbarra di ferro a forma di croce fissata al tavolo al quale il bambino stava seduto a leggere o a scrivere. La sbarra esercitava una pressione contro la clavicola e la parte anteriore delle spalle per prevenire movimenti in avanti o una posizione curva. Il Dottor Schreber sostiene che il bambino non può stare a lungo appoggiato alla sbarra a causa della pressione esercitata da questo oggetto duro contro le ossa e della conseguente scomodità; il bambino tornerà così spontaneamente (ovvero costretto dal dolore!) alla posizione eretta. Il Dottor Schreber precisa che aveva fatto costruire una sbarra che si dimostrò sempre utilissima per i suoi stessi bambini. Di qui il cosiddetto miracolo della compressione del petto lamentata da Daniel Paul.

Un capitolo, l’ottavo, è invece dedicato al confronto del proprio punto di vista con l’analisi di Freud. Schatzman ricorda che Freud riteneva che la paranoia fosse la difesa contro un amore omosessuale e che la causa dell’infermità di Schreber fosse legata all’esplosione di impulsi omosessuali e incestuosi nei confronti del padre. Schatzman non contesta in modo netto l’analisi di Freud; tuttavia sottolinea che nella trattazione di questi il padre di Schreber non è considerato un agente e che la sua condotta reale nei confronti del figlio non viene mai valutata nè presa in considerazione. Pur dichiarandosi d’accordo con la lettura di Freud a proposito di un amore incestuoso di Daniel Paul per il padre, evidenzia la necessità di guardare al contesto e all’ambiente sociale e ai comportamenti dei genitori per comprendere i vissuti e le esperienze psichiche del paziente. Precisa altresì che si attiene alla sola figura del padre in quanto i suoi scritti sono la sola fonte disponibile, e si duole che altre informazioni sulla famiglia di Daniel Paul (anche Schatzman, come faremmo noi, si domanda come fosse la madre di Daniel Paul) non siano rintracciabili.

Di grande interesse e attualità è infine la connessione esplicita che Schatzman a conclusione del libro fa tra i metodi educativi raccomandati dal Dottor Schreber e l’educazione promossa dai regimi totalitari: le società totalitarie predicano obbedienza assoluta e dura disciplina, come il Dottor Schreber raccomandava nei suoi libri pedagogici. Il nazismo che non molti anni dopo esploderà in Germania sembra anch’esso dovere importanti tributi alla pedagogia del Dottor Schreber e al suo sistematico omicidio dell’anima.

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Bibliografia

  • Schatzman, M. (1973). La famiglia che uccide. PGreco Edizioni
State of Mind © 2011-2019 Riproduzione riservata.
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