La costruzione del legame adottivo: l’importanza dell’attaccamento

Attaccamento: costruire un legame sicuro tra genitori adottivi e bambino/a significa fare i conti con le ferite lasciate dall'abbandono e da traumi

ID Articolo: 165017 - Pubblicato il: 17 maggio 2019
La costruzione del legame adottivo: l’importanza dell’attaccamento
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La teoria dell’attaccamento ha rappresentato, negli ultimi anni, una tra le cornici teoriche di riferimento più significative tra i modelli di sviluppo psico-affettivo del bambino per comprendere i processi emotivi dell’adottato.

 

Messaggio pubblicitario L’attaccamento può essere definito come una relazione o legame affettivo che si instaura con una figura specifica, principalmente la madre o più in generale con tutte quelle figure che interagiscono in modo precoce e continuativo con il bambino. Questo legame, frutto di una serie di interazioni, può influenzare le reazioni future che il bambino avrà non solo con la figura principale di accudimento ma anche con altre figure significative (Battacchi, 2004).

Attaccamento: il legame che lega il bambino ai genitori

Questa di Bowlby è una grande scoperta in quanto si afferma per la prima volta che non è, come sosteneva Freud, la pulsione a dirigere la vita del bambino ma è il bisogno primario di attaccamento e sicurezza (Bowlby, 1969). Quanto detto da Bowlby fu confermato poi anche da Fairbairn (1952) che nel corso dei suoi studi venne in contatto con bambini che avevano avuto rapporti molto dolorosi con i loro genitori ma che nonostante ciò quando si vedevano presentare altri adulti che gli avrebbero certamente garantito un futuro migliore e si sarebbero presi cura di loro, li rifiutavano mostrando grande devozione verso i loro genitori naturali.

Se la libido cerca prima di tutto il piacere, gli oggetti libidici dovrebbero essere intercambiabili (Fairbairn, trad. it. 1952, pag. 25-26).

In virtù di questo bisogno primario di vicinanza e sicurezza vediamo come il comportamento di attaccamento viene attivato dalla separazione o, dalla minaccia di essa dalla figura di attaccamento e si attenua, invece, quando il caregiver è vicino. Il bisogno di vicinanza può variare in base alla natura della minaccia. La relazione di attaccamento può essere definita, sostanzialmente, dalla presenza di tre caratteristiche: la ricerca di vicinanza ad una figura “preferita”; l’effetto “base sicura”, ovvero la capacità della figura di attaccamento di garantire al tempo stesso uno stato di rilassamento e di benessere ed un trampolino per la curiosità e l’esplorazione dell’ambiente; la protesta per la separazione, identificata come la risposta primaria provocata nei bambini dalla separazione dei genitori (Bowlby, 1969). Un concetto chiave e che non può essere trascurato della teoria dell’attaccamento è quello di modello operativo interno (Bowlby, 1973, 1980). Si tratta di rappresentazioni interne che ogni individuo ha del mondo, delle proprie figure di accudimento, di sé stesso e delle relazioni che intercorrono tra tutti questi elementi. Scrive Bowlby (trad. it. 1973, pag. 259-260):

È plausibile supporre che ogni individuo si costruisca dei “modelli operativi” del mondo e di sé stesso nel mondo, con l’aiuto dei quali percepisce gli eventi, prevede il futuro e costruisce i propri programmi. Nel modello operativo del mondo che ciascuno si costruisce, una caratteristica chiave è il concetto di chi siano le sue figure di attaccamento, di dove le si possa trovare, e del modo in cui si può aspettare che reagiscano.

Questi modelli operativi interni sono abbastanza stabili e persistenti e permettono che i pattern di attaccamento formatisi nell’infanzia vengano poi trasposti nella vita adulta e trasmessi alla nuova generazione (Holmes, 1994).

Attaccamento: i diversi tipi scoperti nella Strange Situation

Messaggio pubblicitario La relazione di attaccamento bambino-caregiver può essere distinta in sicura ed insicura. Queste classificazioni si basano sullo studio di comportamenti di alcuni bambini tra i 12 e i 20 mesi di età osservati nel corso di una situazione sperimentale precisa, la Strange Situation, messa a punto da Mary Ainsworth (1978). Questa osservazione si propone di valutare il tipo di attaccamento che il bambino mostra di fronte a situazioni di stress moderato come l’assenza della figura significativa e la presenza dell’estraneo. La Strange Situation consiste in una sequenza di tre minuti in cui inizialmente madre e bambino giocano e vengono poi raggiunti da un estraneo. A quel punto la madre lascia la stanza e il bambino resta solo con la figura estranea. Trascorso qualche minuto, utile per esplorare le reazioni e il comportamento del bambino, la madre ritorna. In base al modo in cui i bambini reagiscono saranno classificati come bambini sicuri o insicuri. I bambini con attaccamento sicuro manifestano un chiaro desiderio di vicinanza, di contatto fisico e di interazione con la figura di accudimento; sono abbastanza autonomi nell’esplorazione dell’ambiente anche se  ricercano spesso la partecipazione attiva dell’adulto. Durante la separazione e di fronte alla presenza dell’estraneo possono mostrare segni di stress e disagio attribuibili all’assenza del caregiver. Quando la figura di accudimento fa il suo ritorno il bambino appare contento, la saluta con gioia e manifesta chiari segnali di voler interagire con lei. Il bambino sicuro promuove quindi in pieno quel concetto di base sicura di cui parlava Bowlby in cui il bambino, mosso dalla curiosità, si spinge nell’osservazione dell’ambiente circostante sapendo di avere però alle spalle un “porto sicuro” (il caregiver) qualora ne avesse bisogno.

Attaccamento insicuro: i tipi

Per quanto riguarda l’attaccamento insicuro questo viene distinto in evitante, ambivalente o resistente e disorganizzato/disorientato:

  • insicuro evitante: il bambino appare abbastanza autonomo nell’esplorazione dell’ambiente e concentrato più nelle attività che svolge che sulla presenza dell’adulto. Nelle separazioni mostra meno segni di disagio rispetto al bambino sicuro e il ritorno del caregiver viene accolto con evitamento a cui seguono spesso rimproveri. Si tratta di bambini che hanno sperimentato una relazione in cui le richieste di cura e protezione sono state solo parzialmente accolte dal genitore che ha preferito instaurare un rapporto basato sull’autonomizzazione e sulla distanza fisica;
  • insicuro ambivalente: è tipico di quei bambini che riescono a dedicarsi poco all’esplorazione dell’ambiente mostrando un notevole disagio di fronte alla separazione. Il ritorno del genitore non riesce comunque a consolarli mostrando una sorta di carenza nel poter disporre di una figura stabile di accudimento. I bambini alternano richieste di vicinanza e protezione a comportamenti estremamente passivi e resistenti. Questi bambini sperimentano un attaccamento mediamente protettivo caratterizzato dall’imprevedibilità del genitore;
  • insicuro disorganizzato: questo tipo di attaccamento è stato scoperto recentemente da Main (1991) e descrive un bambino che mostra dei comportamenti caratterizzati da una mancanza di coerenza logica nella relazione con il genitore. Generalmente questi bambini hanno sperimentato una relazione con un adulto disorganizzante che ha vissuto a sua volta esperienze traumatiche, di lutto o perdita che non è riuscito ad elaborare e che vengono quindi riattivate nella relazione con il figlio. Bowlby aveva notato che questi atteggiamenti contradditori evidenziavano in realtà sentimenti di rabbia, ansia e timore verso l’adulto che però non venivano manifestati liberamente per non alienarsi ulteriormente la figura di attaccamento. Tali atteggiamenti potrebbero essere interpretati anche come difese che il bambino attivava da un lato per evitare il dolore emozionale causato dall’allontanamento del caregiver e dall’altro per escludere rappresentazioni dolorose di sé e dell’oggetto (Solomon, George, 1999a).

Alla luce di quanto detto appare evidente come possa essere devastante e traumatico per un bambino l’abbandono, presupposto necessario per l’adozione. Vale la pena ribadire che se è vero che un attaccamento disorganizzato possa rappresentare una vulnerabilità per il soggetto è altrettanto vero che possono intervenire dei fattori riparativi e protettivi, come appunto l’adozione, che possono “cancellare” l’esperienza negativa precedente (Liotti, 1992b). In quest’ottica, l’adozione ha come obiettivo trasformare il bambino che è stato privato di un ambiente familiare in un figlio, garantendogli un legame. In questa accezione vediamo come l’adozione è essenzialmente un processo di separazione e di creazione di un nuovo legame con nuove figure di attaccamento che possono creare una “rete di salvataggio” per lo sviluppo futuro del bambino (Palacios, Román, Camacho, 2010).

Il ruolo dei genitori adottivi nella prospettiva dell’attaccamento

Howe (2001) ha descritto almeno tre differenti storie preadottive che questi bambini possono aver sperimentato:

  • good start/late-placed: si tratta di bambini che durante i loro primi due anni di vita hanno avuto delle relazioni positive con i loro caregiver che solo successivamente sono peggiorate portando il bambino a sperimentare vissuti di negligenza, abuso e maltrattamento. Queste esperienze possono influire sulla formazione di uno stile di attaccamento parzialmente sicuro con la presenza di aspetti ansiosi legati al timore di perdere il caregiver. Durante l’esperienza adottiva, proprio il timore di perdere la nuova figura di riferimento, può spingere il bambino a sviluppare sentimenti di dipendenza eccessiva verso il genitore;
  • poor start/late-placed: si tratta di bambini che fin dalla nascita hanno sperimentato relazioni qualitativamente scarse con assenza di cure e affetto; spesso hanno sperimentato abusi (anche sessuali), abbandono e trascuratezza. Tali esperienze li spingono a sviluppare una attaccamento insicuro sui tre versanti resistente, evitante e disorganizzato.
  • institutional care: in questo caso ci troviamo di fronte a bambini che sono stati istituzionalizzati fin dalla nascita e che non hanno mai avuto esperienze di relazioni affettive con un caregiver significativo. Come i poor start/late-placed possono sviluppare o assenza di legame verso i “nuovi” genitori o viceversa un bisogno incondizionato di affetto e cura. Proprio l’istituzionalizzazione sembra essere una delle esperienze più traumatiche e sfavorevoli che i bambini possono aver vissuto e sarà tanto più grave quanto più precocemente avviene. L’istituzionalizzazione potrebbe infatti causare il Disturbo Reattivo dell’Attaccamento che può creare o ritardo nello sviluppo cognitivo o gravi disordini relazionali (Balbernie, 2010).

Attaccamento in caso di adozione: i “requisiti” dei genitori

Alla luce delle debolezze psicologiche del bambino late-adopted, assume molta importanza la qualità del parenting. È fondamentale infatti che i genitori adottivi posseggano caratteristiche di personalità e capacità di comprensione molto più elevate rispetto a quelle dei genitori biologici. La qualità del parenting di bambini che vivono in famiglie adottive dovrebbe soddisfare almeno cinque caratteristiche chiave (E. D’Onofrio, C. Serena Pace, V. Guerriero, G. Zavattini, A. Santona):

  1. promuovere la fiducia nella disponibilità: i genitori devono essere consapevoli della dipendenza fisica ed emotiva del bambino; devono mantenere sempre viva nella loro mente la presenza stessa del bambino a prescindere dalla sua presenza fisica; devono mostrare preoccupazione e disponibilità (verbale e non verbale) per il futuro del bambino. Solo se i genitori si mostrano sufficientemente sensibili il bambino potrà riacquistare la fiducia precedentemente persa mostrando un aumento nella sua capacità di esplorazione;
  2. promuovere la Funzione Riflessiva: prima di descrivere questa seconda caratteristica mi sembra necessario spendere poche righe per spiegare cosa si intende con Funzione Riflessiva. La Funzione Riflessiva è stata definita da Fonagy e Target (2003) come quella capacità che permette all’individuo di vedere sé stesso e gli altri in termini di stati mentali (sentimenti, convinzioni, idee e sentimenti) e di ragionare sui propri e altrui comportamenti in termini di stati mentali. Questa funzione assume importanza dal punto di vista clinico in quanto quegli individui che presentano deficit nella Funzione Riflessiva, possono sperimentare la realtà come priva di significato, trattare sé e gli altri come oggetti e strutturare i rapporti in termini molto concreti. Questa Funzione permette inoltre al bambino di riuscire a prevedere il comportamento degli altri e di rispondere in maniera adattiva a una serie di esperienze interpersonali. Fondamentale è il ruolo della figura di riferimento: un caregiver capace di riflettere su sé stesso e sull’esperienza interna del proprio bambino è in grado di creare una rappresentazione intenzionale del bambino. Questa immagine intenzionale viene poi interiorizzata dal bambino e va a formare il nucleo del suo sé mentalizzante (Fonagy, Steele H., Steele M., 1996). La capacità di regolare gli affetti e sperimentarne una vasta gamma è un diretto risultato della capacità di Funzione Riflessiva. I bambini adottati sono bambini che, seppur in maniera diversa, hanno subito un trauma e quindi molto probabilmente sono state vittime di una madre che non è riuscita a rispondere adeguatamente ai loro bisogni o che non si è sintonizzata con i loro ritmi impedendogli quindi una buona regolazione. Ecco perché è fondamentale che, durante la costruzione della nuova relazione, i genitori svolgano due funzioni importanti: aiutare il bambino a esprimere i propri sentimenti e desideri contenendo quei pensieri e emozioni caotiche e aiutarli ad avere una visione più sistematica e gestibile sia del mondo che di loro stessi. Così facendo i bambini saranno maggiormente capaci di riflettere sulle loro esperienze, di esprimere le loro difficoltà, di regolare le loro emozioni acquisendo una maggiore competenza sociale e interpersonale (Kretchmar, Worscham, Swenson, 2005);
  3. promuovere l’autostima: i genitori devono imparare ad accettare completamente e totalmente i bambini per quelli che sono sia quando danno risposte positive e, a maggior ragione, quando ne danno di negative. Può essere utile parlare con il bambino anche dei minimi progressi che ha raggiunto mostrandosi orgogliosi e soddisfatti. Un tale atteggiamento contribuirà a formare nel bambino un’immagine più equilibrata di sé e lo spronerà, molto probabilmente, a fare sempre meglio.
  4. promuovere l’autonomia e la self-efficacy: l’autonomia deve essere promossa comunicando ai bambini che le loro idee e i loro pensieri sono presi in considerazione e che nessuna decisione è stata già presa. In tal modo il bambino mostrerà maggiore fiducia nei suoi pensieri e nelle sue abilità di negoziazione;
  5. promuovere la family membership: è importante che i genitori riescano a includere il bambino all’interno di una famiglia in cui non ci sono legami biologici mostrando però sempre grande attenzione alle “diversità” culturali del bambino (nel caso di adozioni internazionali) e riconoscendo quanto desiderio ha il bambino di sentirsi incluso nella nuova famiglia;

Attaccamento nell’adozione: le difficoltà di lasciarsi alle spalle un abbandono

Alcuni autori hanno evidenziato che quando il bambino mostra rabbia, rifiuto o li allontana, i genitori adottivi dovrebbero cercare di comprendere le ragioni che ci sono dietro tali atteggiamenti, prima fra tutte il timore di un nuovo abbandono. Dovrebbero mostrare affetto e presenza fisica ed emotiva costante affinché il bambino possa interiorizzare un nuovo modello relazionale con un genitore amorevole, sensibile e attento che si contrappone al genitore precedente, freddo e rifiutante (Dozier, Sepulveda, 2004). Un’altra caratteristica importante è quella di riuscire a bilanciare i comportamenti amorevoli con quelli autorevoli nell’educazione del bambino. In particolare è importante che il genitore trasmetta al bambino la capacità di gestire la frustrazione e godere di fronte a emozioni e affetti positivi (Pace, Zavattini, D’Alessio, 2012). Attraverso l’adozione quindi, il bambino potrebbe riuscire a modificare i Modelli Operativi Interni formatisi attraverso le esperienze negative e trasformarli possibilmente in “sicuri”. Studi recenti sembrano confermare questa ipotesi (Verissimo, Salvaterra, 2006); è emerso in particolare che madri “sicure” riusciranno ad infondere, con molta probabilità, nei propri bambini una maggiore coerenza e favoriranno una rappresentazione positiva di sé, degli altri e delle relazioni. Viceversa, madri “irrisolte” non faranno altro che rafforzare l’aggressività dei propri figli (Kaniuk, Steele, Hodges, 2004). Inoltre è stato evidenziato che una buona capacità riflessiva e un attaccamento sicuro nella madre possono rappresentare dei fattori predittivi sia di una buona capacità meta cogntiva sia di una sicurezza dell’attaccamento del bambino (Fonagy, Target, 2001).

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