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Una malattia chiamata genitori (2005) di A. A. Schutzenberger e G. Devroede – Recensione del libro

'Una malattia chiamata genitori' di Schutzenberger e Devroede parla della trasmissione intergenerazionale dei traumi da genitori a figli

ID Articolo: 162215 - Pubblicato il: 06 febbraio 2019
Una malattia chiamata genitori (2005) di A. A. Schutzenberger e G. Devroede – Recensione del libro
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La trasmissione transegenerazionale dei traumi è il tema principale del libro Una malattia chiamata genitori, scritto dalla Prof.ssa Schutzenberger e dalla chirurgo Devroede.

 

Messaggio pubblicitario Era la mia prima lettura di queste due Autrici, che definiscono la loro “una medicina narrante, medicina umanista o medicina della persona”. Il libro si focalizza sugli abusi (specie sessuali) e sulle conseguenze che questi lasciano nel corpo di chi li subisce ma anche nella trasmissione alla loro progenie perché “I traumi hanno vita lunga”.

Vengono presentati molti casi clinici, specie di bambini, con dovizia di dettagli sulla loro condizione sofferente, anche dal punto di vista anatomico. La parte finale è dedicata alla descrizione della trasmissione collettiva dei traumi legati a guerre e catastrofi naturali.

Una malattia chiamata genitori: il corpo nella trasmissione dei traumi

Il corpo è più affidabile dei ricordi. E’ infatti possibile rintracciare le stigmate corporee di una storia di abuso sessuale.

Questo sostengono le Autrici, che rintracciano nei loro casi clinici diverse problematiche al tratto gastro intestinale. Una di queste è l’anismo

Quando un soggetto normale spinge per defecare, il suo ano si rilassa completamente, per lasciar passare le feci, senza che si debbano compiere sforzi. Nelle persone affette da anismo, l’ano, invece di rilassarsi, si contrae. Questa anomalia costringe il soggetto a spingere più forte.“Non vuol passare,” dicono i malati, “ma sento che devo farla.” Si devono allora sostenere grossi sforzi, che porteranno la persona affetta da anismo a sviluppare tutta una serie di disturbi d’organo collegati. Anche se la presenza di anismo non è segno inequivocabile di un avvenuto abuso sessuale, è stato dimostrato che le persone vittime di abuso ravvisano anismo con una frequenza di dieci volte maggiore rispetto alle persone che non hanno subito alcun abuso.

In molti dei casi narrati si assiste alla scomparsa del sintomo somatico del piccolo paziente nel momento in cui il genitore parla al terapeuta del proprio trauma subito: da lettore, la cosa assume dei contorni quasi magici. Mi è mancato capire perché secondo le Autrici il sintomo è scomparso proprio in quel momento.

Inoltre evidenziano anche come i segreti famigliari relativi a traumi subiti e mai affrontati, siano deleteri e diano luogo ad una trasmissione trans-generazionale di sofferenza, anche fisica, nel tratto gastro-intestinale. Per capirci: lo stupro subito da una donna, potrebbe essere la causa dei problemi di transito intestinale e defecazione del figlio.

Una malattia chiamata genitori: l’approccio clinico

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Da giovane clinica avrei apprezzato molto che i casi (davvero molti) fossero stati raccontati esplicitando, di volta in volta, il razionale delle scelte cliniche, una sorta di concettualizzazione del caso e delle tempistiche scelte per alcuni esami medici o per la rieducazione delle zone del corpo interessate con biofeedback. Questo mi avrebbe permesso di comprendere meglio un punto di vista teorico e operativo diverso da quello che mi appartiene, il cognitivo – comportamentale. Avrei trovato utile e stimolante che le Autrici sottolineassero cosa, nelle loro scelte cliniche, ha funzionato; cosa non ha funzionato e in entrambi i casi, perché. Del resto rimango convinta del fatto che se non abbiamo in mente un razionale delle nostre scelte cliniche, non si può nemmeno capire perchè la terapia ha funzionato, se ha funzionato.

Non mi è stato sempre immediato capire dove finiscano i riferimenti agli studi scientifici e dove inizino le ipotesi “cliniche”, specie nel trattamento dei pazienti e mi chiedo se sia così anche per un lettore non addetto ai lavori. Del resto, nella parte finale del libro, secondo Schutzenberger e Devroede:

Per la medicina “scientifica”, tutte le storie che abbiamo fin qui raccontato non sono che “aneddoti”, propri di un modo antico di praticare la medicina; un modo fatto di osservazioni personali che, per quanto vaste possano essere, mai consentirebbero una valutazione statistica, al fine di verificare se una data ipotesi – emessa sulla base dell’esperienza – sia vera o meno. Tuttavia, come sosteneva Freud, è necessario istruire casi clinici, per poter mettere paletti e pavimentare la via della ricerca medica fondamentale.

Credo che ogni clinico accumuli, sulla base della sua esperienza, impressioni, osservazioni, ipotesi. Credo anche, però, che lo status di professionisti della salute che ci è stato riconosciuto, implichi l’obbligo deontologico e professionale di impegnarci a trovare buone pratiche di provata efficacia da diffondere nella comunità scientifica, che in questa epoca storica assume il metodo scientifico ed il falsificazionismo come paradigmi ai quali rifarsi. Condivido il seguente passaggio:

Semmai, il difficile è praticare una medicina umana, che non sia disincarnata. L’incontro tra colui che cura e colui che chiede aiuto deve per forza essere una relazione da soggetto a soggetto, egalitaria; e non quella con uno psy (o un “guru”) che “sa” e che, come fanno i genitori, dice all’altro cosa è meglio fare. Anzi, piuttosto è vero il contrario. La persona che soffre sulla propria pelle deve prendere in mano la propria vita e si accontenta di essere accompagnata. La pillola della felicità o dell’amore non esiste…

Non mi è chiaro, dai casi clinici illustrati, come venga raggiunto questo obiettivo dalle Autrici. Come viene co-costruito col paziente il senso della sua sofferenza? Come impostano una relazione cooperante all’interno della quale capire la funzione dei sintomi? Come rendono il paziente, pian pianino, in grado di sapersi “aiutare” a stare meglio senza di noi?

Sono convinta che avere come riferimenti teorici degli approcci che si sviluppano e fondano su dati di ricerca e che saper usare i relativi strumenti sulla scorta di indicazioni precise non sia inconciliabile con un approccio profondamente umano e fatto su misura per chi abbiamo nel nostro studio, anzi. Non mi riferisco solo alla terapia cognitivo-comportamentale in senso stretto, ma penso anche alla DBT, alle terapie basate sulla Mindfulness, all’MCT, alla TMI.

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Bibliografia

  • Schutzenberger, A. A.; Devroede, G. (2005) Una malattia chiamata “genitori”. Di Renzo Editore
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