La diffusione del panico nella folla: l’importanza del fenomeno nella medicina delle catastrofi

La medicina delle catastrofi distingue comportamenti collettivi adatti e inadatti. Quest'ultimi si riferiscono a modalità di comportamento di risposta illogica e irrazionale che producono conseguenze pericolose per la sicurezza delle vittime e degli stessi soccorritori, tra i più significativi troviamo il panico.

ID Articolo: 159540 - Pubblicato il: 13 novembre 2018
La diffusione del panico nella folla: l’importanza del fenomeno nella medicina delle catastrofi
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Il panico rappresenta una paura esasperata che conduce verso comportamenti afinalistici. Se la paura costituisce una reazione vantaggiosa per la preservazione della specie e dell’individuo, il panico, al contrario, non avendo una funzione specifica né di tutela del singolo né di risposta ad un evento avverso, può sfociare in comportamenti deleteri per l’individuo stesso e per il suo entourage.

Monica Patetta, Marco Tanini, Simona Leone

 

Messaggio pubblicitario Una catastrofe è sempre grave, improvvisa e imprevista e la sua gravità è misurata con parametri quantitativi (Ligi, 2009).

Secondo la definizione delle Nazioni Unite, una catastrofe o disastro è “un evento concentrato nel tempo e nello spazio, nel corso del quale una comunità è sottoposta a un grave pericolo ed è soggetta a perdite dei suoi membri, o delle proprietà o dei beni, in misura tale che la struttura sociale è sconvolta e risulta impossibile lo svolgimento delle funzioni essenziali della società stessa” (Scandone, Giacomelli, 2015).

Esistono molteplici classificazioni di disastri e catastrofi a seconda del parametro preso in considerazione: numero delle vittime, fattori scatenanti configurazione geografica ecc…

Prozeski nel 1979 classifica i disastri in base all’entità (piccola, media o grande) al totale delle persone coinvolte (tra 25 e 99, tra 100 e 999 o più di mille) e al numero di pazienti che necessitano di trattamento ospedaliero (tra 10 e 49, 50 e 249 o maggiore di 250).

I comportamenti collettivi

Per un’analisi efficace dei fattori di una catastrofe e per la sua gestione, non possiamo prescindere da una valutazione di tipo filosofico, sociologico e antropologico dei meccanismi che sono alla base dei comportamenti collettivi.

Per comportamento si intende l’insieme delle risposte che un organismo animale dà in conseguenza di uno stimolo esogeno e/o endogeno. Il comportamento può essere individuale o collettivo (Moro, 2003). Secondo Smelser il comportamento collettivo (Smelser, 1968) è caratterizzato da una risposta spontanea e non strutturata di un gruppo di persone quale reazione nei confronti di una situazione di incertezza o di minaccia.

Parlando di medicina delle catastrofi i comportamenti collettivi sono definiti adatti quando la struttura di quel gruppo sociale sopravvive o è in grado di riorganizzarsi oppure comportamenti collettivi inadatti, quando una risposta illogica e irrazionale produce conseguenze pericolose per la sicurezza delle vittime e degli stessi soccorritori. Tra i più significativi troviamo il panico (Cuzzolaro, Frighi 1991).

Goode ha stabilito una classificazione dei comportamenti collettivi secondo otto prospettive teoriche (Goode, 1978, 1990). Se ne prenderanno in considerazione in questo contesto solo quattro: la teoria del contagio, la teoria della convergenza, la teoria della norma emergente e la teoria del valore aggiunto.

La teoria del contagio, che si ispira a Le Bon (Le Bon, 1979), rappresenta la prima di tali prospettive e mette in evidenza quanto i comportamenti collettivi tendano ad essere uniformi: protetto dall’anonimato della massa anche l’individuo più flemmatico può diventare audace ed irruente, agendo per imitazione o suggestione. L’assenza di un controllo diretto e la formazione di una massa “critica” costituitasi casualmente, aumenta il senso di deresponsabilizzazione, portando all’azione collettiva. Quando la frenesia della massa si propaga e diventa collettiva si parla di contagio sociale.

Secondo la teoria della convergenza individui inclini al medesimo atteggiamento, che si ritrovino nella medesima condizione tenderanno verosimilmente ad assumere il medesimo comportamento collettivo, anche qualora questo fosse aggressivo, prevaricatore o distruttivo.

Queste teorie suppongono che il comportamento collettivo abbia in sé delle connotazioni negative in violazione di norme consolidate.

Turner e Killian (Turner e Killian, 1957, 1987), con la teoria della norma emergente, ipotizzano la costruzione di nuove norme comportamentali, plausibili, ammissibili ed attuabili, a partire da un rimodellamento della norma preesistente, nel momento in cui questa appaia obsoleta o inadeguata o ambigua. Gli individui inseriti in una determinata situazione riscriverebbero la norma comportamentale fondendola con la norma precedente e con la propria opinione personale.

Per quanto riguarda inoltre la teoria del valore aggiunto, attribuibile a Smelser, un comportamento collettivo si verificherà solo e soltanto al realizzarsi in sequenza di determinate condizioni, vale a dire:

  1. presenza di una situazione che permetta o promuova un determinato comportamento
  2. ansietà diffusa causata dall’incertezza che diventa problema da risolvere
  3. presenza di credenze o “sentito dire”, per cui agire in uno specifico modo
  4. intervento di fattori precipitanti
  5. intervento di un leader che promuova la mobilitazione
  6. mancanza o eccesso di controllo sociale

Se la sequenza viene interrotta per la mancata realizzazione di una delle condizioni, secondo Smelser il comportamento collettivo non sarà presente.

Nel comportamento collettivo si individuano 3 emozioni fondamentali: paura, ostilità, gioia (Lofland, 1985) preceduti nel caso di una situazione catastrofica dalla sorpresa.

La paura

La paura è una emozione derivata dalla percezione di un pericolo, reale o presunto; si tratta di un’emozione primaria, condivisa con molte specie animali, che ha come unico obiettivo la sopravvivenza dell’individuo o della specie (Oliviero Ferraris 2013).

La reazione di attacco e fuga, innescata dalla paura è una risposta ancestrale vantaggiosa per l’evoluzione, chiamata anche reazione da stress acuto e descritta da Walter Cannon (1929).

Cannon teorizza che gli animali compreso l’uomo, reagiscono alle minacce del mondo esterno con una scarica generale del sistema nervoso simpatico.

Molti ricercatori nel corso degli anni si sono dedicati allo studio delle emozioni, partendo da Cannon (1927), Bard (1934), Schachter e Singer (1962), fino ad arrivare a Zajonc e Sherer (1984).

Per sua natura, la reazione di attacco e fuga scavalca la mente razionale, l’organismo si muove in modalità “attacco” e il mondo viene percepito come minaccioso (Nardone, 2016).

Messaggio pubblicitario Nel suo lavoro del 2007, Porges analizza i meccanismi ancestrali delle reazioni umane ascrivibili all’attivazione delle due branche del sistema nervoso autonomo: il sistema simpatico, la cui attivazione è generata dalla dismissione in circolo di adrenalina e noradrenalina che causano le reazioni di “fight or flight” (lotta e fuga), e quello parasimpatico, attivato dall’acetilcolina, che provoca le risposte “rest and digest”, cioè di rilassamento fisiologico. Lo studio di Porges presuppone che la componente parasimpatica sia distinta in due parti: la branca vago-ventrale sarebbe attiva in situazioni percepite come relativamente sicure, producendo uno stato di tranquillità mentre la branca vago-dorsale si attiverebbe in situazioni percepite come rischiose per la vita dell’individuo, producendo tramite un crollo del tono vagale uno stato di catalessia e di “morte apparente” provocato dall’ipotonia muscolare. Questa reazione, che ci deriva dai rettili, è un ricordo ancestrale vantaggioso dal punto di vista evolutivo. La neurocezione è il processo neurale che coinvolgendo il lobo temporale e il sistema limbico è in grado di soppesare gli stimoli ambientali distinguendone la pericolosità e dunque discriminando fra quale delle tre reazioni sia la più idonea in un determinato contesto (Porges, 2001).

Il panico

Pànico (agg. e s. m. dal lat. panĭcus, gr. πανικός , derivato dal nome del dio Πάν, Pan): 1- nella mitologia greca Pan era il dio delle montagne e della vita agreste, patrono del riposo meridiano; in particolare, era detto timor panico, terrore panico quel timore misterioso e indefinibile che gli antichi ritenevano cagionato dalla presenza del dio Pan. 2- s. m. Senso di forte ansia e paura che un individuo può provare di fronte a un pericolo inaspettato, e che determina uno stato di confusione ideomotoria, caratterizzata per lo più da comportamenti irrazionali: farsi prendere, lasciarsi vincere dal panico. In particolari situazioni, tale reazione può diffondersi rapidamente tra più individui di una folla, dando luogo a fenomeni di panico collettivo: la folla è fuggita in preda al panico; lo scoppio improvviso ha suscitato il panico del pubblico. Anche, psicosi collettiva provocata dal diffondersi di notizie allarmanti: il crollo delle azioni ha fatto nascere il panico nell’ambiente della borsa; le notizie sull’epidemia hanno diffuso il panico nella popolazione.

La debolezza dei comportamenti di crisi, sottolineata da alcuni autori, è legata alla destrutturazione del corpo sociale, anziché alla sua mobilitazione. La manifestazione limite di questi comportamenti è rappresentata dal panico, che si palesa quando un corpo sociale percepisce l’aleggiare di una minaccia aspecifica, ardua da individuare e conseguentemente da affrontare.

Il panico rappresenta la reazione ad una catastrofe, sia essa naturale, come un terremoto o un’alluvione o un tornado, che di origine antropica, quale un incidente aereo, il collasso di una diga o un incendio.

Secondo Touraine il comportamento di crisi decompone il gruppo e lo sostituisce con una folla incapace di decisioni finalizzate, in cui ogni singolo individuo agisce solo per la propria salvaguardia.

È a questo punto che entrerebbe in gioco la figura del leader, il quale, secondo le opinioni di Le Bon e Freud, imporrebbe il suo dominio non tanto sulla totalità degli individui, quanto sul singolo.

Il panico rappresenta quindi una paura esasperata che conduce verso comportamenti afinalistici; se la paura costituisce una reazione vantaggiosa per la preservazione della specie e dell’individuo, il panico, al contrario, non avendo una funzione specifica né di tutela del singolo né di risposta ad un evento avverso, può sfociare in comportamenti deleteri per l’individuo stesso e per il suo entourage.

Il panico è una situazione senza via di scampo, in cui prevale una sensazione di ineluttabilità. Nella realtà delle cose il panico scoppia solo se c’è la percezione di un grande pericolo per sé o altre persone vicine, se il salvataggio è visto come possibile, ma le vie di fuga e le opzioni sono limitate e quando l’individuo si lascia sopraffare da una sensazione di impotenza e incapacità di evitare il pericolo in altri modi.

La paura, nonostante sia una motivazione forte, non porta necessariamente a comportamenti di panico in situazioni di disastro e di emergenza. (Lavanco 2007)

Al contrario: soprattutto durante situazioni estreme gli esseri umani hanno fondamentalmente un atteggiamento prosociale, solidale, generoso e disponibile.

Questo vale ancora di più se le altre persone coinvolte non sono estranee. Il “fattore sociale”, pertanto, può effettivamente diventare un pilastro della cultura della sicurezza operativa.

Conclusioni

Il numero delle vittime di un disastro può essere ridotto attraverso la conoscenza, da parte della popolazione esposta al rischio, di misure comportamentali da adottare al verificarsi dell’evento disastroso, finalizzate a ridurre la distruttività e i danni personali.

La diffusione di tali informazioni riduce l’evoluzione dei fenomeni negativi di origine psicologica che caratterizzano le grandi emergenze (es. panico). Considerazioni come queste non vanno trascurate in quanto, soprattutto nei luoghi affollati, l’ipereccitazione o l’apatia possono generare morti e pericoli in quantità superiore rispetto a quelli dovuti all’agente causa dell’emergenza.

Il panico, seppur preceduto dallo svilupparsi di un’intensa paura, può scatenarsi improvvisamente e propagarsi velocemente per imitazione o subalternità. In queste situazioni ci si aspetta di riscontrare il dissolversi della coscienza individuale accompagnata da alterazioni delle percezioni e del giudizio, regressione, suggestionabilità, impulsività, gregarismo acritico con adeguamento automatico al movimento degli altri, sentimento di appartenere a una potenza oscura e partecipazione violenta senza responsabilità. Se tutto ciò dipinge efficacemente quello che ci si attende da una reazione di panico collettivo, occorre prestare attenzione a non generalizzare quest’immagine come l’unica capace di descrivere ciò che accade in una folla durante una situazione di emergenza. Vi è, infatti, un’altra reazione, ben più pericolosa e insidiosa che viene troppo spesso sottovalutata: la negazione del pericolo.

Si può pensare di limitare i danni derivanti dalla folla colta dal panico solo attraverso un meccanismo di prevenzione che si basa principalmente sulla diffusione di informazioni esatte, sui pericoli che si possono presentare nei diversi tipi di catastrofi e sul comportamento da adottare in tali circostanze.

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Bibliografia

  • Cannon, W.B. (1929). Bodilychanges in pain, hunger, fear, and rage, New York, Appleton-Century-Crofts.
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  • Lofland, J. (1985). Protest studies of collective behavior and social movements. New Brunswick (N.J.).
  • Lovanco, G. (2003). Psicologia dei disastri. Comunità e globalizzazione della paura. Franco Angeli.
  • Nardone, G. (2016). La terapia degli attacchi di panico. Adriano Salani editore.
  • Oliviero Ferraris, A. (2013). Psicologia della paura. Bollati Boringhieri.
  • Porges, S.W. (2001). The polivagal theory: philogeneticssubstrates of a social nervous system. International Journal of Psycophysiology, 42:123-146.
  • Scandone, R., Giacomelli, L. (2015). Catastrofi naturali: Previsione e Prevenzione. Scienze e Ricerche
  • Smelser, N.J. (1968). Il comportamento collettivo, Firenze , Vallecchi.
  • Turner, R.H., Killian, L.M. (1987). Collective behavior, EnglewoodCliffs (N.J.).
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