Brevi riflessioni sul caso Dora di Sigmund Freud – Un articolo di Giancarlo Dimaggio

Oggi un terapeuta, dinnanzi a Dora, nota paziente di Freud, si concentrerebbe sull’impatto che la freddezza affettiva della madre e il comportamento ambiguo del padre avevano sulla ragazza..

ID Articolo: 158600 - Pubblicato il: 18 ottobre 2018
Brevi riflessioni sul caso Dora di Sigmund Freud – Un articolo di Giancarlo Dimaggio
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Stanley Kubrick si è mai chiesto se mettere in scena Doppio Sogno di Schnitzler, o Il caso Dora di Freud? Avrebbe comunque girato un gran film. Un racconto potente, torbido, sensuale: “La casa era in fiamme; mio padre, in piedi accanto al mio letto, mi diceva di alzarmi; mi vestii in fretta”.

Articolo scritto da Giancarlo Dimaggio per il Corriere della Sera il 25/08/18

 

Un sogno, una finestra su un quadrilatero amoroso sghembo, malato, perverso e quindi avvincente. Il padre di Dora ha una relazione con la signora K. Il signor K. di suo tenta di sedurre Dora quattordicenne.

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Dora si presenta con sintomi isterici: afonia, tosse nervosa, emicrania. Si annoia. L’analisi fallì. Malgrado questo Freud ci costruì sopra teorie che purtroppo hanno rallentato il progresso della psicoterapia. Pierre Janet prima e Freud stesso fino ad allora attribuivano i sintomi isterici a eventi traumatici reali. Oggi sappiamo che è così e curiamo i pazienti di conseguenza. Freud invece insistette sulle fantasie sessuali di Dora, che immaginava necessariamente eccitata dalla corte del signor K. I sintomi isterici per lui nascevano da lì. Sono stati necessari decenni per tornare all’origine traumatica della sofferenza psichica. Oggi un terapeuta si concentrerebbe sull’impatto che la freddezza affettiva della madre e il comportamento ambiguo del padre avevano sulla ragazza. Cercherebbe di farle capire che i sintomi nascevano da motivi sensati: sei afona, non hai voce e chi non ha voce è perché sa che non viene ascoltato.

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Eppure c’era del genio, me lo dice il mio amico Francesco Gazzillo, psicoanalista acuto. Il lavoro sui sogni: indagarli, perché offrono tracce del funzionamento intrapsichico e relazionale. Grande idea. E poi Freud capì che quello che chiamiamo transfert, ovvero il modo in cui il paziente vede il terapeuta, dipende sì dalla storia del paziente, dai suoi schemi relazionali. Ma in parte dalle caratteristiche reali del terapeuta. Siamo terapeuti ma anche umani, con la nostra storia e la nostra posizione del mondo. I pazienti si confrontano con questo.

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