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Le rivendicazioni e i movimenti sociali dei nostri giorni: come si spiegano?

Le rivendicazioni degli ultimi anni avvengono nei limiti della democrazia ma si rischia di prendere decisioni gravi senza pensare a possibili conflitti

Di Giovanni Maria Ruggiero, Sandra Sassaroli

Pubblicato il 30 Ott. 2017

È il bello della democrazia, il fatto che tutto si mantenga nei limiti della civiltà dei modi e dei comportamenti, ma è anche un suo ingannevole incantamento. Ci si lascia andare a decisioni gravissime convinti che tutto sarà privo di pericoli e di conflitti. La natura non violenta del confronto democratico è ottimale per gestire il cambiamento nelle abitudini sociali, come a esempio l’evoluzione del rapporto tra uomo e donna negli ultimi cento anni, dalle suffragette allo scandalo di Harvey Weinstein. Questa efficienza tuttavia non è facilmente applicabile a conflitti tra stati o a tentativi di secessione.

Articolo di Giovanni Maria Ruggiero e Sandra Sassaroli pubblicato su Linkiesta il 28/10/2017

 

L’illusione di sicurezza e le rivendicazioni sociali dei nostri giorni

Una strana illusione di superficiale sicurezza accompagna il crescere dei rancori e delle rivendicazioni sociali degli ultimi anni. Nelle interviste a passanti casuali dopo la Brexit molti elettori inglesi favorevoli al “leave” sembravano increduli delle conseguenze pratiche della loro scelta, quasi sbalorditi che la loro idiosincrasia personale si fosse realizzata in un evento fin troppo reale. Oggi la questione della Catalogna oscilla tra rischio di reale lesione violenta dell’unità politica della Spagna –con tutte le implicazioni di ordine pubblico e militari del caso- e sensazione che si tratti della solita tempesta in un bicchier d’acqua, dell’ultima manifestazione di un malcontento di piazza fine a se stesso e privo di sviluppo pratico.

Al contrario, nel referendum del Kurdistan gli attori sembrano consapevoli delle conseguenze politiche, legali e militari dell’atto -gli eserciti si schierano- mentre in Europa atti gravidi di effetti storici sembrano sempre esprimersi in una maniera attutita, priva di conseguenze davvero rischiose. Rivoluzioni pacifiche nel migliore dei casi, altre volte eventi privi di sostanza.

È il bello della democrazia, il fatto che tutto si mantenga nei limiti della civiltà dei modi e dei comportamenti, ma è anche un suo ingannevole incantamento. Ci si lascia andare a decisioni gravissime convinti che tutto sarà privo di pericoli e di conflitti. La natura non violenta del confronto democratico è ottimale per gestire il cambiamento nelle abitudini sociali, come a esempio l’evoluzione del rapporto tra uomo e donna negli ultimi cento anni, dalle suffragette allo scandalo di Harvey Weinstein. Questa efficienza tuttavia non è facilmente applicabile a conflitti tra stati o a tentativi di secessione.

Le conseguenze psicologiche di questa illusoria sensazione di sicurezza può essere la tendenza a ragionare solo in termini di astratta giustizia e di diritti da assicurare seduta stante. Il che va bene, se però si unisce anche a un ragionamento concreto sui percorsi da imboccare per ottenerli questi diritti, e sugli inevitabili costi ed effetti collaterali negativi che qualunque cambiamento implica. Invece la sensazione è che si inneschino eventi potenzialmente giganteschi con la leggerezza con la quale si gioca alla playstation. Ci sono videogiochi in cui è possibile, prima di cena, gestire imperi millenari e partire alla conquista del mondo. Dopodiché si può anche chiudere la serata soddisfatti. Promuovere la separazione dall’Europa o dalla Spagna con lo stesso spirito svagato forse è meno consigliabile.

Il senso di pretesa come stato psicologico disfunzionale del narcisismo e il malessere sociale

Ragionare in termini semplicistici non è solo un segnale di stupidità. È anche una posizione verso il mondo, uno stato psicologico disfunzionale che non a caso è alla radice di molti disturbi. Il senso di pretesa, il cosiddetto “entitlement” per cui le cose ci sembrano dovute e –appunto- pretendiamo che esse ci siano subito, qui e ora solo perché è giusto, è alla base del narcisismo.

Naturalmente anche questo è troppo semplice. Il malessere sociale che viviamo in questa epoca agitata non è imputabile a una causa psicologica e nemmeno è possibile sostenere il contrario. Tuttavia, i due concetti, sociale e psicologico, possono illuminarsi a vicenda. In psicoterapia, accanto al momento della vicinanza psicologica e dell’accoglimento si dà importanza anche a quello dell’appello alle risorse personali e all’impegno a rafforzare la propria capacità di sopportare la frustrazione, ad avere un rapporto realistico con il mondo e a esporsi coraggiosamente alle situazioni temute: parlare in pubblico, impegnarsi nei rapporti sociali, andare nei luoghi dove si prova ansia, controllare le proprie emozioni peggiori nei luoghi di lavoro: rabbia, invidia, rancore, gelosia. La previsione degli aspetti negativi e concreti fa parte della crescita psicologica. Aspettarsi che un cambiamento psicologico avvenga solo attraverso l’ascolto e la comprensione dei propri traumi è illusorio, sebbene oggi la teoria del trauma sembri tornare in voga, dopo che lo stesso Freud la aveva seppellita un secolo fa.

Nel campo politico e sociale questa nozione sembra scomparire, soprattutto nei cosiddetti movimenti populisti ma non solo. Ci si imbarca in avventure che lasciano perplessi, si pensa di poter rievocare stati e nazioni risalenti a epoche lontane, oggi la Catalogna o magari domani la Repubblica di Venezia, ritenendo di poter dirimere ogni ostacolo con una democratica stretta di mano tra amici. Vedremo cosa accadrà, vedremo come va a finire.

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Giovanni Maria Ruggiero
Giovanni Maria Ruggiero

Direttore responsabile di State of Mind, Professore di Psicologia Culturale e Psicoterapia presso la Sigmund Freud University di Milano e Vienna, Direttore Ricerca Gruppo Studi Cognitivi

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Sandra Sassaroli
Sandra Sassaroli

Presidente Gruppo Studi Cognitivi, Direttore del Dipartimento di Psicologia e Professore Onorario presso la Sigmund Freud University di Milano e Vienna

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