La relazione terapeutica e il ruolo del terapeuta in psicoterapia psicodinamica e in psicoterapia cognitivo comportamentale

Sia la psicoterapia psicodinamica che quella cognitivo comportamentale considerano la relazione terapeutica un presupposto fondamentale.

ID Articolo: 146520 - Pubblicato il: 12 giugno 2017
La relazione terapeutica e il ruolo del terapeuta in psicoterapia psicodinamica e in psicoterapia cognitivo comportamentale
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Molte ricerche scientifiche in campo psicoterapico, che si sono interrogate su quali siano gli elementi decisivi per un buon outcome in terapia, hanno sottolineato il peso determinante della relazione terapeutica nonché dell’alleanza terapeutica, che si viene a creare tra terapeuta e paziente.

Mara Di Paolo, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI BOLZANO

 

Messaggio pubblicitario Da quando Freud, fine ‘800 primi del ‘900, descrisse l’analista, nel setting analitico, come schermo opaco, neutrale e “anonimo” è trascorso molto tempo, e la stessa teorizzazione della psicoanalisi ha visto un’evoluzione tale da quasi rovesciare il paradigma : l’approccio della cosiddetta “psicoanalisi relazionale”, soprattutto americana (Mitchell, Hoffman, Ogden, Yalom), postula non solo come ovvio e naturale il coinvolgimento emozionale del terapeuta, ma sopratutto lo considera elemento da utilizzare nel processo di cura.

Attualmente in ambito psicoterapico esistono molti orientamenti : psicodinamico, cognitivo-comportamentale, rogersiano, gestaltista, etc, ma tutti chi più, chi meno, si sono interrogati e si interrogano sul ruolo del terapeuta nella relazione terapeutica. La stessa scoperta dei neuroni specchio in campo delle neuroscienze ha fornito un ulteriore spunto di riflessione sull’argomento.

La relazione terapeutica nella psicoterapia psicodinamica

La psicoanalisi relazionale fin dai suoi albori ha assunto l’opinione secondo la quale il lavoro clinico migliora quando si abbandona la velleità della neutralità dell’analista (Loiacono, 2002).

Nel corso degli ultimi anni nel linguaggio psicoanalitico accanto al concetto di self revelation si è affacciato anche il termine di self disclousure. La self revelation da sempre presente nel contesto analitico è quell’atto passivo e inevitabile che riguarda tutte le informazioni che il terapeuta con la sua presenza dà di se stesso al paziente e che riguardano il suo stile, il suo arredamento, le sue inflessioni linguistiche, i suoi interessi etc. La self revelation è quindi un tipo di disvelamento del terapeuta non consapevole e che permette al paziente di conoscere aspetti reali della persona analista. Mentre la self disclousure è un’azione vera e propria e riguarda tutto ciò che l’analista decide deliberatamente di mostrare di sè al paziente (Levensen). Molti autori usano spesso i termini di self disclosure e disclousure in modo intercambiabile, mentre altri preferiscono distinguere la disclousure della soggettività dell’analista (S.Cooper), dalla disclousure controtransferale (C.Bollas, D.Ehrenberg, I. Greenberg, etc).

Il concetto di self disclousure deve essere inscritto nel contesto dello sviluppo della psicoanalisi nord americana, con lo sviluppo della Psicologia del Sè di Khout e degli analisti appartenenti alle correnti di pensiero, conosciute come intersoggettivisti e interpersonalisti. Nel contesto europeo invece il pensiero Freudiano si è ampliato ai paradigmi della scuola britannica e a sua volta ha influenzato alcuni analisti americani.

Secondo gli analisti intersoggettivisti americani è impossibile per il terapeuta mantenere “l’anonimato” , ma anzi proprio perché l’analista è coinvolto in un rapporto terapeutico, non può non rapportarsi con e attraverso la sua soggettività, considerando che anche nella condizione più neutrale egli porta sempre qualcosa di sé attraverso la self rivelation. Tuttavia non tutti gli analisti sono a favore della self disclousure schierandosi nettamente contro e difendendo il setting tradizionale (Hanley, 1998); questi analisti temono che attraverso la self disclousure si possa inficiare la terapia psicoanalitica, in quanto potrebbe compromettere le dinamiche proiettive transferali del paziente. Nonostante i sostenitori a favore della forza della self disclousure, in terapia psicodinamica e in psicoanalisi, permane comunque l’assunto che la relazione terapeutica, che si viene a creare tra terapeuta e paziente è asimmetrica, con un terapeuta che gestisce un potere più ampio del proprio paziente, che per la sua stessa condizione di sofferenza è in una posizione di subordine.

La relazione terapeutica nella psicoterapia cognitivo comportamentale

Nell’ambito cognitivo-comportamentale il discorso è sempre stato diverso fin dall’inizio. Albert Ellis, psicologo clinico formatosi come psicoanalista presso il Karen Horney Institute di New York alla fine degli anni 40 del ‘900, fondatore della terapia cognitiva, si scontrò con i limiti reali di alcune prescrizioni pratiche della psicoanalisi dell’epoca, modificando il fulcro dell’azione terapeutica. Se Freud metteva al centro dell’azione terapeutica i contenuti inconsci, Ellis considerava l’importanza di concentrarsi sui contenuti coscienti.

Per Ellis la persona soffre per come pensa coscientemente i suoi attuali problemi, dunque sono questi pensieri coscienti, che vanno accertati, criticati, disputati e ripensati. Per Ellis il terapeuta non può essere neutrale, attendista e distaccato, bensì deve essere attivo e persuasivo e la seduta non è più teatro della riproposizione della tragedia edipica, ma del dialogo socratico (Ruggiero, Sassaroli, 2013;2015).

La relazione terapeutica, per i fondatori della terapia cognitiva Ellis e Beck (anch’egli formatosi inizialmente come psicoanalista) e per tutti i loro seguaci passati e presenti, è sempre stata di collaborazione paritaria e pragmatica tra terapeuta e paziente. Beck e i suoi colleghi (Beck,Rush, et.al 1979; Beck ed Emery, 1985; Beck e Young 1985) con il termine di “empirismo collaborativo” intendevano la necessità per i terapeuti di sviluppare relazioni di collaborazione con i pazienti al fine di aiutarli a scoprire le percezioni, che non trovano un riscontro concreto nella realtà. Secondo Beck e J. E. Young (1985) per riuscire a sviluppare una buona collaborazione terapeutica, il terapeuta dovrebbe essere ricco di calore umano, empatico, aperto e sollecito e non impersonare il ruolo dell’esperto assoluto. Liotti ad esempio crede nel fatto che il terapeuta non debba essere quello schermo privo di caratteristiche su cui il paziente possa proiettare i propri schemi transferali, ma al contrario il terapeuta possa far uso consapevole della propria diversità avendo un modello epistemologico e dell’uomo, che permetta di farlo.

Messaggio pubblicitario La relazione terapeutica può essere plasmata, in accordo con le disposizioni, le tendenze e le caratteristiche che un terapeuta riconosce in sé, terapeuta che, così edotto ed educato durante la sua formazione, può fare uso delle proprie risorse personali del tutto legittimate all’interno di un’ epistemologia che lo permette” (Liotti) . La teoria dei sistemi motivazionali (Gilbert 1989; Liotti 1994/2005; Liotti, Monticelli, 2009) , enfatizza in terapia il ruolo determinate e necessario del sistema di cooperazione paritetica, cioè quel sistema di regolazione del comportamento sociale a base innata, che si attiva tra i membri dello stesso gruppo nel momento in cui un obiettivo possa essere raggiunto più facilmente considerandosi reciprocamente pari e tramite uno sforzo congiunto.

Spesso i terapeuti cognitivo comportamentali sono stati tacciati ingiustamente dai colleghi di orientamenti diversi, di essere più che dei terapeuti in carne ed ossa, dei meri tecnici, che di tecniche ne han fatto virtù. In realtà cognitivisti del calibro di Bara e Liotti si sono spesso confrontati sul valore e ruolo delle tecniche di terapia cognitivo-comportamentale nella relazione terapeutica; entrambi condividendo, seppur con delle visioni diverse per certi aspetti, l’assunto che non esistono le tecniche fuori dalla relazione terapeutica. Bara crede fermamente nel fatto che se il terapeuta non riesce per prima cosa ad instaurare un binario relazionale con il proprio paziente, nulla passerà ed alcuna tecnica funzionerà. La relazione per Bara consiste in una condivisione come stato mentale ed è legata al costruire insieme dei significati; nell’interazione psicoterapica terapeuta e paziente si devono accordare sul senso da attribuire all’interazione terapeutica stessa. Il terapeuta costruisce insieme al paziente ciò che percepisce e ciò che sta accadendo nell’hic et nunc della seduta. Per Bara solo nel momento in cui terapeuta e paziente hanno costruito qualcosa insieme e si sono accordati sul senso di quell’intervento particolare, allora solo a quel punto tutte le tecniche diventano utilizzabili.

 

 

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Bibliografia

  • Giocare a Carte scoperte: il problema della self disclousure, Owen Renik, tratto da script riflessioni-i campi della soggettività, n13, maggio 2007.
  • Il colloquio in psicoterapia cognitiva, Giovanni Maria Ruggiero, Sandra Sassaroli, Raffaele Cortina Editore, Milano, 2013.
  • Il colloquio come strumento psicologico, A.Lis, P.Venuti, M.Rosa De Zordo, Giunti, 2011.
  • La dimensione relazionale in psicoterapia cognitiva F.Moser, A. Genovese, et. al, Ed. Curu &Genovese, Trento, 2005.
  • Self Reveletion, self disclousure, e/o disclousure del processo analitico, Anna Maria Loiacono, III Simposio Nazionale A.F.P.I-I.P.A PSICOANALISI INTERPERSONALE:PROSPETTIVA O MODELLO?, 2002.
  • Self Disclousure in psicoanalisi, Ettore Jogan – 7/2014
  • Tecnica del colloquio, A. Semi, Raffaelo Cortina Editore, Milano, 2013.
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