Psicologia, la google map dell’anima

La psicologia fornisce alcune risposte alle domande che pone l'anima e che ci imprigionano in situazioni in cui non si sa scegliere. 

ID Articolo: 140506 - Pubblicato il: 17 ottobre 2016
Psicologia, la google map dell’anima
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È uno stato d’animo che conosci bene, si chiama: incertezza. Accompagnato a un brivido, quella sensazione strisciante che nelle vene inizia a formarsi il ghiaccio. La psicologia la incontri lì: previene i cristalli di ghiaccio.

Articolo di Giancarlo Dimaggio, pubblicato sul Corriere della Sera di 29/09/2016

 

Quante volte ti sei trovato impreparato. Intorno a te assenza di logica, scoppi di nervi, una cronica tendenza all’incapacità di comunicare. Ti fai l’idea che le relazioni umane siano una missione in Kurdistan. Ti ci hanno mandato senza preavviso né addestramento.

Quante decisioni hai dovuto prendere senza una Google Maps dell’animo che ti indicasse la strada giusta e che segnalasse cosa troverai nella mente di chi incontri sul tuo percorso. E ti manca il TripAdvisor che ti dice se lì valga la pena di fermarsi a cena. È uno stato d’animo che conosci bene, si chiama: incertezza. Accompagnato a un brivido, quella sensazione strisciante che nelle vene inizia a formarsi il ghiaccio. La psicologia la incontri lì: previene i cristalli di ghiaccio.

Hai deciso di andare all’estero, hai un’idea, la vuoi sviluppare. Tuo padre si ritira in un silenzio ostile: “La gente ti frega. Io ho costruito tutto da solo. Fuori dalla famiglia troverai solo nemici”. Dubiti. Tua madre ha il mal di testa, si preoccupa: “Mi abbandonerai, l’ho sempre saputo. Ho tua nonna in casa che mi toglie l’anima, vuol dire che l’affronterò da sola”. Ti senti in colpa.

Avevi un piano, sembrava brillante, ora all’improvviso senti l’energia che sale verso il cielo in un vortice spettacolare e dentro di te resta, sì, il ghiaccio.

Messaggio pubblicitario Nei libri di psicologia se cerchi la soluzione, qualcosa la trovi. Compulsi volumi che ti dicano il da farsi. Apri alla parola diffidenza. Ti rimanda a: rancore. Rimbalzi su: si offende facilmente, non dimentica i torti ed è vendicativo. Ne rivedi ogni azione, ne ripassi i gesti, ripensi agli amici che hai allontanato, ti rendi conto che a casa tua non c’era mai nessuno ospite a cena e i tuoi non accettavano inviti. Trovi le parole che ti illuminano: personalità paranoide. Tuo padre, capisci, non ha semplicemente ragione. È l’incarnazione di un archetipo che esiste dagli albori della tua razza, e appare con regolarità in ogni luogo.

A te questa consapevolezza cambia molto. Sei intelligente, unisci le informazioni e deduci: se è un archetipo non è il portatore della verità, è l’espressione di una visione del mondo. E la visione del mondo, per definizione, è una prospettiva. Se cambi prospettiva vedi uno scorcio di panorama che prima potevi affermare che non esistesse. Continui a compulsare. Assunzione di prospettiva. Egocentrismo cognitivo. Bello. Questo concetto ti piace, suona bene, ti ispira. Egocentrismo cognitivo, la tendenza a credere che il proprio punta di vista sia oggettivo, l’incapacità di capire che gli altri vedono il mondo da una prospettiva diversa dalla loro. Giochi un po’ col suono delle parole, le soppesi – e intanto il vortice che conteneva il tuo animo si è arrestato, pacchetti di energia stanno rientrando nel tuo corpo – le ripeti, egocentrismo, egocentrismo. Come un adesivo appena comprato provi a vedere come sta addosso a tua madre. Aderisce perfettamente. Mamma, pensi, è ferma nel suo punto di vista: è convinta che il mio bene si realizzerebbe se coincidesse col suo bene. Ma non è così.

Però hai una sensazione strana. Il ghiaccio si è sciolto. Ma ti senti incatenato. Il biglietto per Berlino ancora non riesci a farlo. Ti stendi sul letto e pensi: catene, vincolo, legame. Freud una cosa del genere la chiamava libere associazioni. Legame ti convince, è la parola che ti tiene fermo a casa. Riprendi a sfogliare libri di psicologia, legame ti porta a Gregory Bateson. Doppio legame. “Figlio mio fai quello che vuoi”, detto mentre tutti i segnali comunicativi non verbali (ti piace che esista il concetto di comunicazione non verbale) urlano l’opposto. Doppio legame: ti vincolano e non hai neanche la possibilità di protestare. “Mamma, ma tu vuoi che io non parta”. “Che dici figlio mio, tua madre vuole solo che tu stia bene”. Tu lo sai che non è vero. Sei anche disposto a non partire, per un attimo ti basterebbe inchiodarla alla responsabilità delle sue azioni. Non c’è verso. Una roba, dice Bateson, da farti diventare matto.

Messaggio pubblicitario Apri la finestra. L’aria è frizzante, ti riempi i polmoni, la tua terra oggi, proprio quando ti senti più pronto a salutarla, forse per qualche anno, forse per sempre, ti sembra più bella. Vai al computer, studi i voli. Rileggi la mail del professore di Berlino che è interessato al tuo progetto. Al momento di fare click, prenota, ti fermi. Ti guardi intorno, nervoso. Perché non ci riesci. Frustrazione, rabbia, stavolta ce l’hai con te stesso.
La sera esci con gli amici, due birre, queste lo sai che ti rilassano senza doverne cercare conferma sui libri. Parlate di ragazze, musica, calcio, niente argomenti pesanti. Torni a casa, ti metti a letto. Sogni.

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