Né istrice, né zerbino: imparare ad essere assertivi

Assertività: essere assertivi significa affermare il proprio punto di vista, senza imporlo con aggressività e accettando punti di vista diversi dal proprio 

ID Articolo: 120368 - Pubblicato il: 05 maggio 2016
Né istrice, né zerbino: imparare ad essere assertivi
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Assertività: Essere assertivi significa comunicare in maniera flessibile, affermando i propri punti di vista, senza prevaricare, né essere prevaricati: è un punto di equilibrio tra l’aggressività e la passività.

 

L’assertività: introduzione

Il primo a parlare di “assertiveness” fu, nel 1949, Joseph Salter, uno studioso statunitense di comportamento umano, che, esaminando le cause e gli effetti dell’ansia sociale, elaborò le prime teorie sui comportamenti assertivi. Joseph Salter intese l’assertività come un modello di comportamento interpersonale, capace di garantire non soltanto un livello di civiltà nei rapporti tra gli uomini, ma contemporaneamente uno stato di benessere emotivo per coloro che lo mettono in pratica.

Il termine assertività deriva dal verbo inglese “to assert” che, all’origine, significava “mettere uno schiavo in libertà”. Essere assertivi significa comunicare in maniera flessibile, affermando i propri punti di vista, senza prevaricare, né essere prevaricati: è un punto di equilibrio tra l’aggressività e la passività.

 

L’atteggiamento aggressivo

Chi ha un atteggiamento aggressivo (l’istrice) è concentrato sui propri desideri, ha la tendenza a dominare gli altri e l’unico obiettivo che si pone è il potere personale e sociale. Il suo stile espressivo è inequivocabile: tono autoritario, ritmi rapidi, tendenza a sovrapporsi all’interlocutore, accuse, domande calzanti. Le conseguenze relazionali di chi ha un atteggiamento aggressivo è facilmente immaginabile: di fronte ad un interlocutore timoroso avrà dei vantaggi immediati, ma, nel lungo termine, è probabile che collezionerà intorno a sè malumori, rabbia inespressa, insoddisfazioni, creando un clima di tensione e di rifiuto.

 

L’atteggiamento passivo

Chi invece ha un atteggiamento passivo (lo zerbino) asseconda gli altri per evitare il conflitto e subisce spesso le situazioni senza opporsi. In questo caso lo stile espressivo è ricco di affermazioni vaghe ed incompiute e frequenti sono i richiami ai propri doveri e le espressioni di giustificazione e di autocommiserazione. Un tale atteggiamento comporta una mancata espressione di se stessi e può portare a sedimentare frustrazione e rabbia. Persistendo in questo atteggiamento, i problemi interpersonali non si affrontano, ma tendono ad aggravarsi con ripercussioni molto negative sulla propria autostima.

 

L’assertività come equilibrio tra i 2 atteggiamenti

Tra l’istrice e lo zerbino c’è l’assertivo, cioè colui che definisce chiaramente la propria posizione, la svela senza ambiguità, la difende senza aggressività ed accetta un diverso atteggiamento da parte degli altri.

Messaggio pubblicitario L’assertività è la capacità di esprimere i propri sentimenti, di scegliere come comportarsi in un determinato momento/contesto, di difendere i propri diritti, di aumentare la propria autostima, di sviluppare una sana dose di sicurezza in sé, di esprimere serenamente un’opinione di disaccordo quando lo si ritiene opportuno, di portare avanti le proprie idee e convinzioni, rispettando, contemporaneamente, quelle degli altri.

La struttura concettuale dell’assertività è basata sulla funzionalità di cinque livelli, ognuno dei quali ne definisce un aspetto. Il primo livello è costituito dalla capacità di riconoscere le emozioni, il cui obiettivo riguarda l’autonomia emotiva e la percezione delle emozioni. Il secondo livello è costituito dalla capacità di comunicare emozioni e sentimenti, anche negativi, attraverso molteplici strumenti comunicativi e riguarda la libertà espressiva. Al terzo livello troviamo la consapevolezza dei propri diritti e la capacità di avere rispetto per sé e per gli altri; al quarto livello la disponibilità ad apprezzare se stessi e gli altri, che implica la stima di sé e la capacità di valorizzare gli aspetti positivi dell’esperienza. Il quinto ed ultimo livello è quello relativo alla capacità di autorealizzarsi e poter decidere sui fini e gli scopi della propria vita: per raggiungere tale obiettivo è necessario possedere un’immagine positiva di sé, fiducia e sicurezza personale.

Una condizione dell’assertività è dunque la capacità di saper riconoscere i meriti propri e quelli altrui, ovvero esprimere e chiedere apprezzamenti legittimi. Ogni apprezzamento costituisce un segnale di riconoscimento.

 

La teoria di Berne

Eric Berne (Montréal, 10 maggio 1910 – 15 luglio 1970), autore della celebre teoria dell’analisi transazionale, sostiene che “qualsiasi carezza”, intesa come unità di riconoscimento positiva o negativa, in forma di lode o di critica, sia meglio di nessuna carezza. Ovvero: il nostro bisogno di essere accarezzati è così importante che se non riceviamo sufficienti carezze positive, faremo in modo di avere almeno quelle negative. Tradurre questo concetto nella vita lavorativa significa pensare a tutte quelle situazioni in cui un dipendente vorrebbe un segnale di riconoscimento dal proprio superiore e non lo ottiene: questo caso specifico, protratto nel tempo, può generare disaffezione per il proprio lavoro e demotivazione, in quanto ad ogni essere umano piace sentirsi apprezzato e trattato in modo consono ed appropriato. Le “carezze” sono fondamentali nella vita e senza di esse, dice Berne, “la spina dorsale avvizzisce”. Ecco perché lo “scambio di carezze” è così importante nella vita personale e professionale di ciascuno di noi.

 

Le regole restrittive sulle carezze di Steiner

Messaggio pubblicitario Claude Steiner afferma che, da bambini, tutti noi siamo indottrinati dai nostri genitori con cinque regole restrittive sulle carezze, che sono:
NON CHIEDERE CAREZZE: questa posizione si basa sull’assunto che le carezze che rispondono a una specifica richiesta abbiano meno valore di quelle spontanee. Fa parte, invece, dell’essere Adulti la capacità di chiedere in maniera franca e aperta le carezze desiderate, accettando il rischio che l’altro possa rifiutarsi di dare la carezza richiesta e attivarsi, magari, in un’altra forma per soddisfare il suo bisogno di carezze positive.
NON DARE CAREZZE: è la posizione in base alla quale viene visto come un pericolo elargire carezze positive; invece, la circolazione di carezze positive, non fa che aumentare il benessere delle persone, colma il profondo desiderio di riconoscimento ed evita l’innescarsi dei conflitti.
NON ACCETTARE CAREZZE: si tratta di una posizione malsana che porta a respingere le relazioni e la generosità altrui.
NON RIFIUTARE CAREZZE ANCHE SE NON LE VUOI: significa sentirsi obbligati a dare o ricevere carezze, ma questo porta ad allontanarsi dalla spontaneità, generando svalutazioni ed emozioni parassite (rabbia, depressione). Nella realtà le persone non sempre si comportano come vogliamo noi; l’importante è essere consapevoli che è un diritto degli altri quello di poter avanzare delle richieste, così com’è nostro diritto rifiutarle se ci infastidiscono o rinegoziarle in base ai nostri obiettivi.
NON DARE CAREZZE A TE STESSO: fa riferimento alle carezze interne, cioè alla capacità di riconoscere le proprie qualità e capacità nutrendo così il proprio benessere. Le carezze interne, come le carezze esterne rappresentano un’importante fonte di riconoscimento.

 

Le 5 regole di Steiner applicate all’ambito organizzativo

L’insieme di queste cinque regole è alla base di ciò che Steiner definisce “l’economia delle carezze” che trovo molto valida anche applicata in ambito organizzativo: se infatti un dipendente si sente apprezzato per il lavoro che svolge lavorerà sempre al meglio, se in un’organizzazione esiste una buona qualità di rapporto con e tra il management (se vige, cioè, un’equilibrata “economia delle carezze”) si diffonderà un senso di rispetto e di apprezzamento reciproco. Se, al contrario, chi ha responsabilità direttiva si mostrerà avaro nel riconoscere un lavoro ben fatto o non valorizzerà i propri dipendenti, si genererà un ambiente di lavoro poco collaborativo e poco costruttivo. Solo apprezzando e riconoscendo in modo palese la qualità del lavoro le persone coglieranno chiaramente il valore del loro contributo al successo dell’azienda e saranno stimolate a ricercare sinergie creative e produttive e ad offrire la propria collaborazione ai colleghi.

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Bibliografia

  • Nanetti F. (2005). Assertività. Manuale di formazione integrata alla comunicazione efficace. Edizioni Pendragon. Bologna.
  • Giusti E. (1995). Autostima, psicologia della sicurezza in sé. Sovera Ed. Roma.
  • Berne E. (2008). A che gioco giochiamo? Bompiani. Milano.
  • Bauer B. (2002). Puoi anche dire NO! L’assertività al femminile. Baldini e Castoldi. Milano.
  • chuler E. (2003). Le tecniche assertive. Franco angeli Editore. Milano.
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