Sigmund Freud: un drammaturgo erede di Shakespeare

La biografia 'Sigmund Freud nel suo tempo e nel nostro' consente una riflessione: perché Freud, nell'immaginario collettivo, è più forte delle sue idee?

ID Articolo: 115216 - Pubblicato il: 09 novembre 2015
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Articolo di Giancarlo Dimaggio, pubblicato sul Corriere della Sera di Domenica 01/11/2015

 

Come mai nessuno ha preso il posto di Freud nell’immaginario collettivo? Cosa gli ha permesso di sopravvivere alla messa in mora delle sue idee?

L’uso della cocaina, le sfide feroci con i colleghi, le lettere alla moglie… Il mito dello psicoanalista oggi sopravvive ancora in talent e serie TV.

Leggo l’ultima biografia di Freud con una domanda che mi risuona nella testa: cosa ha permesso all’immagine di quest’uomo di sopravvivere con tanto successo alle sue stesse idee? Perché se a X-Factor Mika si improvvisa psicologo, neanche male, Fedez commenta: ‘Gli è stato infuso qualche gene di Freud durante la notte da qualche alieno’ ? Lo osservo agire.

Freud che scrive lettere alla futura moglie Martha, protestando perché non sente il suo amore casto ricambiato con la stessa intensità. Freud che sperimenta la cocaina confidando di stare per compiere una scoperta scientifica rilevante. Freud e l’avversario, il nemico-amico di cui sempre avrà bisogno, un doppio nel quale specchiarsi e un traditore dal quale difendersi. Lo stampo: il nipote John, compagno di giochi dell’infanzia. L’esempio più compiuto: Jung. Quasi li vedo a Brema, nel 1909, pronti ad imbarcarsi alla conquista dell’America. Al ristorante, Jung interrompe l’astinenza dal vino dopo anni. Freud lo interpreta come un atto di fedeltà a lui. A cena Jung racconta di leggende: corpi mummificati di uomini preistorici. Freud per tutta risposta ha una sincope. Al risveglio spiega a Jung e Ferenczi, uno dei suoi allievi più brillanti – la psicoanalisi di oggi gli somiglia – che il racconto indica come in Jung alberghi il desiderio di un figlio di uccidere il padre. Jung reagisce rabbiosamente: accusa Freud di delirare.

Messaggio pubblicitario Sulla nave continuano un gioco che mille volte ho visto fare nei primi anni della mia formazione: l’interpretazione reciproca. Non richiesta. Un modo raffinato di insultarsi. Jung racconta un sogno: due crani umani sul suolo di una grotta. Freud insiste: desideri la mia morte. Jung dissentiva. Si delineava la rottura. Freud che in quello stesso viaggio si diverte all’idea di come le sue idee sulla sessualità umana avrebbero scandalizzato gli Americani, ai suoi occhi anime semplici e puritane. A Central Park Freud ha un problema urinario, cose che in viaggio succedono. Jung rintuzza e interpreta: desiderio di attirare l’attenzione.

Nella biografia scritta, con troppi dettagli, da Élisabeth Roudinesco, ‘Sigmund Freud nel suo tempo e nel nostro‘, scene come queste si susseguono senza pause. La costruzione della ‘Società psicologica del mercoledì’. Le battaglie intellettuali contro gli eretici: Adler, Reich. Il senso perenne della scoperta, il piacere della costruzione di un sistema di pensiero. La hybris del non volerla ricondurre ad altro: non psicologia, non neurologia, non semplice filosofia. Psicoanalisi. Aveva l’intelligenza e l’ambizione sufficienti, e il carattere testardo e tirannico lo aiutavano. La curiosità febbrile della scoperta di un mondo nascosto nei meandri dei lapsus e dei sogni delle sue pazienti isteriche. La convinzione di offrire una cura efficace, potente, inaudita.

Il ruolo di Freud nella psicoterapia moderna è diventato marginale. Molte correnti di psicoanalisi seguono pratiche lontane dal maestro. Le psicoterapie dinamiche, di matrice psicoanalitica, hanno riferimenti più freschi. Ero a Montreal il mese scorso, per il congresso sui disturbi di personalità – la diagnosi che riceverebbero oggi tanti dei pazienti da lui trattati. Nessun collega lo ha citato, neanche quelli che lavorano all’Anna Freud Centre. Per capire come curare l’animo si pesca in laghi diversi. La psicoanalisi è in crisi tremenda, di praticanti e di pazienti.

Leggiamo i fenomeni clinici inforcando lenti differenti. Roudinesco riporta una delle osservazioni di Freud più studiate, il gioco ‘Fort-Da’. Protagonista il nipotino Ernstl, diciotto mesi. Quando la madre si assentava giocava col rocchetto legato alla cor dicella. Lo lanciava emettendo un “ÔÔÔÔÔ” che significava: ‘Fort’, partito. Poi lo richiamava a sé con un ‘Da’, ecco. Secondo Freud era un modo di padroneggiare il dolore, esprimere sentimenti ostili e vendicarsi della madre. Una spiegazione che ormai consideriamo contorta.

Meglio leggerla nel linguaggio di John Bowlby, ideatore della teoria dell’attaccamento e psicoanalista mal tollerato dalla sua comunità quando emerse. Il bambino soffre, normalmente, per l’allontanamento della madre. Si arrabbia? Niente di strano se gli si toglie l’oggetto d’amore indispensabile. Il gioco del rocchetto simulava l’allontanamento della madre, la convinzione che la madre sarebbe tornata e la gioia anticipatoria. Poi la madre morirà. Il bambino ha bisogno di mantenere il legame simbolico. Allontana il rocchetto e lo recupera. Ha bisogno di farlo, il dolore della perdita è troppo intenso. E forse in famiglia non lo avevano aiutato a esprimerlo, ci chiederemmo con curiosità attuali.

Messaggio pubblicitario Freud che si scontra con Pierre Janet, lo psicologo che prima di lui spiegò i sintomi isterici. Janet lo sfida nel 1913 a Londra: io ho formulato da anni i concetti di analisi psicologica e subconscio. E meglio. Janet è oscurato da Freud, diventa una nota a margine dei libri di psicologia per decenni. Bowlby faticò a restare nella società di psicoanalisi. Hanno avuto la loro rivalsa, la psicoterapia che pratichiamo è quella ispirata a Janet e Bowlby, molto più che a Freud.

La domanda mi ritorna in mente. Come mai nessuno ha preso il suo posto nell’immaginario collettivo? Cosa ha permesso a Freud di sopravvivere alla messa in mora delle sue idee? Molte risposte possibili, nessuna decisiva. Una tra tante: Freud come erede di Sofocle e Shakespeare. La tragedia riscritta in forma di sistema di pensiero. Per dire, in linea ereditaria, dopo di lui c’è Il padrino.

Ma il mondo dell’arte inizia a guardare altrove, anche se Woody Allen è produttivo, Bertolucci indimenticabile e Dalì contrabbanda sogni perturbanti negli studi professionali. Freud sopravvive in ‘In treatment‘ – versione americana, i consulenti italiani non sono all’altezza del compito – storie di uno psicoanalista aggiornato che riesegue alcuni canoni dell’analisi classica.

Gli sceneggiatori aprono altri libri. ‘Inside out’, splendido: un trattato di psicologia cognitiva delle emozioni reso narrazione. ‘Lie to me: le espressioni facciali tradiscono la verità, le emozioni non mentono. La teoria di Paul Ekman – e Darwin – diventata strumento investigativo. ‘Criminal minds‘: analisi del comportamento psicopatico basato sulle scienze della personalità.

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Bibliografia

  • Roudinesco É. (2015). Sigmund Freud nel suo tempo e nel nostro. Einaudi Editore, pp. 512
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