L’alessitimia in età adulta: quale correlazione tra alessitimia e psicopatologia?

L'alessitimia genera disfunzioni interpersonali, difficoltà nel riconoscimento e nella regolazione delle emozioni e nel controllo degli impulsi - Psicologia

ID Articolo: 114922 - Pubblicato il: 29 ottobre 2015
L’alessitimia in età adulta: quale correlazione tra alessitimia e psicopatologia?
Messaggio pubblicitario SFU Magistrale
Condividi

Grazia Artoni, Martina Atti, Enrica Giaroli e Susanna Paterlini, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

 

L’alessitimia appare come un insieme di disfunzioni interpersonali, una vasta gamma di sintomi e scarsa regolazione degli impulsi, tutti problemi che rappresentano tratti distintivi dei disturbi di personalità. Si è per questo ipotizzato che essa sia una caratteristica di molti pazienti affetti da questi disturbi (Grabe et al., 2004), un’idea supportata da dati che mostrano come l’alessitimia non sia una reazione a stressors ma un tratto stabile di personalità (Luminet et al., 2001).

LEGGI ANCHE: (1) Introduzione – (2) Alessitimia in età evolutiva – (3) Alessitimia in adolescenza   

Recentemente gli studi sulla popolazione adulta hanno indagato il collegamento tra l’alessitimia e i disturbi del comportamento alimentare (Harrison, Sullivan, Tchanturia, & Treasure 2009), l’abuso di alcool e sostanze (Taylor, Bagby, & Parker, 1997; De Rick, Vanheule, & Verhaeghe, 2009), la depressione (Luminet, Bagby, & Taylor, 2001) e, in particolare, il sottotipo resistente al trattamento (Ogrodniczuk, Piper & Joiyce, 2004; Vanheule, Desmet, Verhaeghe, & Bogaerts, 2007), lamentele somatiche e disturbi somatoformi (PedrosaGil et al., 2008), dissociazione patologica e tentativi di suicidio (Maaranen et al., 2005).

L’alessitimia negli adulti appare anche correlata alla tendenza a evitare i conflitti, e a relazionarsi con gli altri in un modo distaccato (Taylor et al., 1997) oltre che con un minore impegno nel processo psicoterapeutico (Ogrodniczuk et al.,2005). Questi pazienti evitano relazioni sociali strette e tendono a formare legami superficiali. Vanheule et al.(2007) hanno trovato che l’alessitimia è collegata a due tipologie di indifferenza interpersonale: ci si aspetta poco dagli altri e c’è un interesse limitato nel soddisfare le aspettative altrui.

L’alessitimia dunque appare come un insieme di disfunzioni interpersonali, una vasta gamma di sintomi e scarsa regolazione degli impulsi, tutti problemi che rappresentano tratti distintivi dei disturbi di personalità. Si è per questo ipotizzato che essa sia una caratteristica di molti pazienti affetti da questi disturbi (Grabe et al., 2004), un’idea supportata da dati che mostrano come l’alessitimia non sia una reazione a stressors ma un tratto stabile di personalità (Luminet et al., 2001).

Alcuni autori, nello studio di pazienti con disturbi di personalità, hanno indagato il ruolo della mentalizzazione (Bateman & Fonagy, 2004) o della metacognizione (Semerari, Carcione, Dimaggio, Nicolò, & Procacci, 2007), due processi strettamente correlati all’essere in grado di riconoscere e pensare i propri stati interni. E’stato ipotizzato che la difficoltà nel tradurre stati corporei in parole sia una caratteristica centrale degli individui affetti da disturbo di personalità borderline. Altri disturbi come l’evitante, l’ossessivo-compulsivo o il narcisistico sono stati descritti nei termini di scarsa consapevolezza emotiva e difficoltà nel comunicare agli altri le emozioni (Semerari et al., 2003; Dimaggio, Semerari, Carcione, Nicolò, & Procacci, 2007; Colle, D’Angerio, Popolo & Dimaggio, 2010).

Nonostante la plausibilità del legame tra alessitimia e disturbi di personalità, pochi studi hanno esplorato questa relazione e quasi nessuno si è concentrato in modo particolare su di essi. Bach, De Zwaan, Ackard, Nutzinger, & Mitchel (1994) hanno trovato che il disturbo schizotipico di personalità, il dipendente, e l’evitante, così come la mancanza di caratteristiche istrioniche, emergevano come predittori significativi di alessitimia. Honkalampi e al. (2001), dopo aver analizzato un campione di pazienti con depressione maggiore, hanno scoperto che l’alessitimia era più pronunciata nei pazienti appartenenti al cluster C. Inoltre, l’alessitimia persisteva dopo il recupero dalla depressione, in tal modo ciò rafforza l’idea che essa sia un tratto della personalità stabile.

Bouchard et al. (2008) hanno esaminato le Adult Attachment Interviews di 73 partecipanti, con e senza disturbi psichiatrici. Essi hanno scoperto che molti aspetti della capacità di pensare il pensiero, inclusa la possibilità di descrivere stati somatici in termini di sentimenti erano collegati con la presenza di un maggior numero di diagnosi di disturbo di personalità. Spitzer e al. (2005) hanno rilevato che lo stile interpersonale di individui alessitimici era caratterizzato da un comportamento freddo e socialmente evitante, corrispondente al pattern di attaccamento insicuro.

Alessitimia: quali possibilità terapeutiche?

Vista la sovrapposizione tra il costrutto dell’alessitimia e alcuni disturbi di personalità si è generato un dibattito sulla possibilità di modificare questi tratti in psicoterapia.
L’impatto stesso del costrutto sull’esito in psicoterapia è poco chiaro. In primo luogo, i soggetti con alessitimia sono spesso socialmente evitanti, freddi, meno emotivamente coinvolti nelle interazioni (Saarijärvi, Salminen, & Toikka, 2006). Questo potrebbe portare ad una ridotta aderenza alla psicoterapia nonostante grave disagio mentale. In secondo luogo, la mancanza di immaginazione, e la scarsa consapevolezza degli stimoli emotivi possono significativamente ridurre la capacità di impegnarsi con successo in una psicoterapia.

Le osservazioni cliniche degli anni ‘60 e ‘70 mostravano che i pazienti alessitimici rispondevano poco alla psicoterapia psicodinamica. Ciò era spiegato dalla difficoltà di questi pazienti a svolgere alcuni compiti proposti in terapia, tra cui l’introspezione e la comunicazione dei loro sentimenti, il riconoscimento di cause psicologiche e l’utilizzo di strategie mentali e relazionali per regolare le emozioni. Questi presentavano, inoltre, grosse difficoltà a sviluppare una alleanza con i clinici e, di conseguenza, si impegnavano meno a mettere in atto le raccomandazioni fornite.

Negli ultimi anni, i ricercatori hanno rivolto la loro attenzione a studiare il ruolo potenziale dell’alessitimia nel predire la prognosi a lungo termine. L’alessitimia predice scarsi esiti della terapia per l’ansia e per i disturbi somatoformi (Bach & Bach, 1995), la depressione (Ogrodniczuk, Piper, e Joyce, 2004), l’alcolismo (Cleland, Magura, Foote, Rosenblum, & Kosanke, 2005), i disordini funzionali gastrointestinali (Porcelli et al, 2004), e disturbi psichiatrici misti (McCallum, Piper, Ogrodniczuk, & Joyce, 2003).

In contrasto con questi risultati negativi, altri studi hanno evidenziato la possibilità che la presenza di questo costrutto non influenzi gli esiti di trattamento di altri sintomi.

In uno studio (Rufer, et al., 2004) su pazienti alessitimici con disturbo ossessivo compulsivo e depressione in comorbidità sottoposti a terapia cognitivo comportamentale si è evidenziata una riduzione significativa dei sintomi ossessivi e depressivi, mentre non si sono verificati cambiamenti assoluti nella TAS – 20 punteggi totali e suoi fattori 1 e 3 (difficoltà nell’identificare i sentimenti e pensiero orientato all’esterno). Solo i punteggi del fattore 2 (difficoltà nel comunicare i sentimenti agli altri) sono diminuiti in modo significativo. Questo dato supporta l’idea che l’alessitimia sia un tratto stabile di personalità piuttosto che un fenomeno di stato-dipendente nei pazienti ossessivo- compulsivi. Emerge, inoltre, la possibilità che un trattamento cognitivo comportamentale produca un miglioramento di questi pazienti rispetto alla capacità di descrivere le loro sensazioni.

Grabe, Spitzer, & Freyberger (2001) hanno valutato un ampio campione di pazienti ricoverati e sottoposti a psicoterapia per indagare sulle seguenti ipotesi : ( 1 ) visti i livelli elevati di stress interpersonale e i comportamenti di evitamento sociale , gli alessitimici interromperanno più spesso il trattamento nelle prime fasi della terapia; ( 2 ) alla baseline , i pazienti alessitimici mostreranno livelli più elevati di disagio psicopatologico rispetto ai non alessitimici; ( 3 ) La riduzione dei sintomi negli alessitimici sarà inferiore e il distress psicopatologico alla fine dell’intervento sarà ancora significativamente elevato rispetto ai non alessitimici.

La prima ipotesi non viene confermata. I pazienti che interrompono il trattamento entro le prime 4 settimane non sono più alessitimici rispetto ai pazienti che hanno continuato il programma.
Inoltre, uno studio sperimentale ha fornito dati che mostrano come una risposta empatica verbalizzata da parte del clinico può essere particolarmente cruciale per l’alessitimico.
La soddisfazione dei pazienti può, quindi, diventare la base per una solida alleanza terapeutica (Graugaard, Holgersen, & Finset, 2004). La seconda ipotesi è stata pienamente confermata e si è evidenziato, quindi, un significativo livello di stress psicopatologico in pazienti alessitimici all’inizio della terapia. In contrasto con la terza ipotesi degli autori, la psicoterapia condotta nel contesto ospedaliero ha prodotto una significativa riduzione dei sintomi negli alessitimici comparabile alla riduzione riscontrata nei non alessitimici.

Messaggio pubblicitario Dato che i pazienti alessitimici sembrano non avere le competenze stesse che la psicoterapia richiede, ad esempio, auto-riflessione, l’interesse per eventi interni e l’accesso ai sentimenti, sembrerebbe ragionevole supporre che essi tendano anche a evitare trattamenti psicoterapici e preferiscano, invece, altre forme di trattamento, ad esempio, la farmacoterapia.

Recentemente è stato esaminato questo problema (Ogrodniczuk et al., 2009), attraverso la raccolta di dati provenienti da pazienti in due diversi ambulatori psichiatrici. In questo studio si sono prese in considerazione le tre caratteristiche principali del costrutto: difficoltà di identificazione sentimenti, difficoltà a comunicare sentimenti e il pensiero orientato all’esterno. E’ stata data la possibilità ai pazienti di indicare il trattamento che avrebbero preferito. La scala prevedeva la scelta tra “trattamento medico”, “psicoterapia”, o “nessun trattamento”. I soggetti potevano anche indicare se avrebbero preferito una psicoterapia di gruppo o individuale.

I risultati mostrano che la presenza di alti livelli di alessitimia non porta a differenze significative tra i gruppi di pazienti che scelgono il trattamento farmacologico, la psicoterapia, o nessun trattamento. Questa scoperta suggerisce che l’alessitimia abbia le stesse probabilità di essere presente in mezzo a coloro che preferiscono la psicoterapia come coloro che preferiscono un trattamento farmacologico.
Sembrerebbe, quindi, non opportuno assumere che i pazienti alessitimici abbiano riserve a ingaggiarsi in un trattamento psicoterapeutico. Si è, inoltre, riscontrato che i pazienti che preferivano la terapia di gruppo avevano livelli più elevati di alessitimia rispetto a coloro che preferivano l’individuale. È possibile che questi pazienti percepiscano la terapia di gruppo come un ambiente che offre qualche opportunità di essere un osservatore passivo. Possono ritenere che la terapia individuale richiederebbe loro costante partecipazione nella discussione dei sentimenti e che potrebbero non essere completamente a proprio agio. In alternativa, i pazienti alessitimici potrebbero credere che la terapia di gruppo potrebbe fornire loro maggiori opportunità di imparare a lavorare con sentimenti.

Nel complesso, i risultati di questi studi mostrano che, sebbene la psicoterapia con pazienti alessitimici può ritenersi una sfida, questo tipo di trattamento sembra essere facilmente accettato da questi e può produrre miglioramenti significativi nei sintomi associati al costrutto.

L'articolo continua nelle pagine seguenti : 1 2Bibliografia

VOTA L'ARTICOLO
(voti: 6, media: 4,17 su 5)

Consigliato dalla redazione

Alessitimia e psicopatologia: un'analisi evolutiva - Introduzione - Immagine: 65135935

Alessitimia e psicopatologia: un'analisi evolutiva - Introduzione

L’incapacità di dare parole al dolore rappresenta una sofferenza per ciascun individuo: non a caso l’espressione emotiva è legata a una migliore salute. %%page%%

Bibliografia

  • Bach, M., & Bach, D. (1995). Predictive value of alexithymia: a prospective study in somatizing patients. Psychotherapy and Psychosomatic, 64, 43-8.
  • Bach, M., De Zwaan, M., Ackard, D., Nutzinger, D.O., & Mitchell, J.E. (1994). Alexithymia: relationship to personality disorders. Comprehensive Psychiatry 35, 239–243.
  • Bateman, A., & Fonagy, P. (2004). Psychotherapy for borderline personality disorder. Oxford University Press, Oxford, UK.
  • Bernhardt B. C., Valk S. L., Silani G., Bird G., Frith U., & Singer T. (2013). Selective disruption of sociocognitive structural brain networks in autism and alexithymia. Cereb. Cortex. [Epub ahead of print]. 10.1093/cercor/bht182
  • Bouchard, M.A., Target, M., Lecours, S., Fonagy, P., Tremblay, L.M., Schachter, A., & Stein, H., (2008). Mentalization in adult attachemnt narratives: reflective functioning, mental states and affect elaboration compared. Psychoanalytic Psychology, 25, 47–66.
  • Caria, A., Sitaram R., Veit R., Begliomini C., & Birbaumer N. (2010). Volitional control of anterior insula activity modulates the response to aversive stimuli. A real-time functional magnetic resonance imaging study. Biol. Psychiatry 68, 425–432.
  • Carretti, V., & La Barbera D. (a cura di) (2005). Alessitimia . Valutazione e trattamento, Astrolabio, Roma.
  • Cleland, C., Magura, S., Foote, J., Rosenblum, A. & Kosanke, N. (2005) Psychometric Properties of the Toronto Alexithymia Scale (TAS-20) for Substance Users. Journal of Psychosomatic Research, 58, 299-306.
  • Colle, L., d’Angerio, S., Popolo, R., & Dimaggio, G. (2010). Different metacognitive dysfunctions in personality disorders. In: Dimaggio, G., Lysaker, P.H. (Eds.), Metacognition and severe adult mental disorders: from basic research to treatment. Routledge, London.
  • De Panfilis, C., Salvatore, P., Marchesi, C., Cazzolla, R., Tonna, M., & Maggini, C. (2008). Parental bonding and personality disorder: the mediating role of alexithymia. Journal of Personality Disorders, 22, 496–508.
  • De Rick, A., Vanheule, S.,& Verhaeghe, P. (2009). Alcohol addiction and the attachment system: an empirical study of attachment style, alexithymia and psychiatric disorders in alcoholic inpatients. Subst Use Misuse. 2009;44(1):99–114.
  • Dimaggio, G., Semerari, A., Carcione, A., Nicolò, G., Procacci, M., (2007). Psychotherapy of personality disorders: metacognition, states of mind and interpersonal cycles. Routledge, London.
  • Grabe, H.J., Spitzer, C., & Freyberger, H.J. (2004). The relationship between alexithymia, personality and psychopathology. American Journal of Psychiatry 161, 1299–1301.
  • Grabe, H.J., Spitzer, C.,& Freyberger, H.J. (2001). Alexithymia and the temperament and character model of personality. Psychotherapy and Psychosomatics 70, 261–267.
  • Graugaard, PK., Holgersen, K., & Finset, A. (2004). Communicating with alexithymic and non-alexithymic patients: an experimental study of the effect of psychosocial communication and empathy on patient satisfaction. Psychosom Psychother 2004; 73: 92–100.
  • Graugaard, PK., Holgersen, K., & Finset A. (2004). Communicating with alexithymic and non-alexithymic patients: an experimental study of the effect of psychosocial communication and empathy on patient satisfaction. Psychosom Psychother 2004; 73: 92–100.
  • Harrison, A., Sullivan, S., Tchanturia, K., & Treasure, J., (2009). Emotion recognition and regulation in anorexia nervosa. Clinical Psychology and Psychotherapy, 16, 348–356.
  • Honkalampi, K., Hintikka, J., Antikainen, R., Lehtonen, J., & Viinamäki, H., (2001). Alexithymia in patients with major depressive disorder and comorbid cluster c personality disorders: a 6-month follow-up study. Journal of Personality Disorders 3, 245–254.
  • Kano, M., Fukudo, S., Gyoba, J., Kamachi, M., Tagawa, M., Mochizuk,i H., Itoh, M., Hongo, M., & Yanai, K. (2003). Specific brain processing of facial expressions in people with alexithymia: an H2 15O-PET study. Brain: a journal of neurology. 2003;126:1474–1484.
  • Lane, RD., & Schwartz, GE. (1987). Levels of emotional awareness: a cognitive-developmental theory and its application to psychopathology. Am J Psychiatry. 1987;144:133–143.
  • Luminet, O., Bagby, R.M., & Taylor, G.J. (2001). An evaluation of the absolute and relative stability of alexithymia in patients with major depression. Psychotherapy and Psychosomatics, 70, 254–260.
  • Maaranen, P., Tanskanen, A., Honkalampi, K., Haatainen, K., Hintikka, J., & Viinamäki, H., (2005). Factors associated with pathological dissociation in the general population Australian and New Zealand. Journal of Psychiatry, 39, 387–394.
  • McCallum, M., Piper, WE., Ogrodniczuk, JS., & Joyce, AS. (2003). Relationships among psychological mindedness, alexithymia and outcome in four forms of short-term psychotherapy. Psychology and Psychotherapy 76(Pt 2):133-44.
  • Mihara, M., Miyai, I., Hattori, N., Hatakenaka, M., Yagura, H., Kawano T. (2012). Neurofeedback using real-time near-infrared spectroscopy enhances motor imagery related cortical activation. PLos ONE 7:e32234 10.1371/journal.pone.0032234.
  • Moriguchi, Y., & Komaki, G. (2013) Neuroimaging studies of alexithymia: physical, affective, and social perspectives. BioPsychoSocial Medicine. 2013;7:8.
  • Nicolò, G., et al., Alexithymia in personality disorders: Correlations with symptoms and interpersonal functioning, Psychiatry Res. (2010).
  • Ogrodniczuk, J.S., Piper, W.E. & Joyce, A.S. (2005). The negative effect of alexithymia on the outcome of group therapy for complicated grief: what role might the therapist play. Comprehensive Psychiatry, 46, 206–213.
  • Ogrodniczuk, J.S., Piper, W.E., & Joyce, A.S. (2004). Alexithymia as a predictor of residual symptoms in depressed patients who respond to short-term psychotherapy. American Journal of Psychotherapy, 58, 150–161.
  • Ogrodniczuk, J.S., Piper, W.E., Joyce, A.S.,& Abbass, A.A., (2009). Alexithymia and treatment preferences among psychiatric outpatients. Psychotherapy and Psychosomatics 78, 383–384.
  • Parker, J.A., Keefer, K.V., Taylor, G.J., & Bagby, R.M. (2008). Latent structure of the alexithymia construct: a taxometric investigation. Psychological Assessment, 20, 385–396.
  • Pedrosa Gil, F., Ridout, N., Kessler, H., Neuffer, M., Schoechlin, C., Traue, H.C. & Nickel, M. (2008). Facial emotion recognition and alexithymia in adult with somatoform disorders. Depression and Anxiety, 25, 133–141.
  • Piaget, J., Brown, TA., Kaegi, CE., Rosenzweig, MR. (1981). Intelligence and Affectivity: Their Relationship During Child Development (Annual Reviews monograph) Palo Alto: Annual Reviews Inc.; 1981.
  • Porcelli, P., Affatati, V., Bellomo, A., De Carne, M., Todarello, O. & Taylor, G. J. (2004). Alexithymia and psychopathology in patients with psychiatric and functional gastrointestinal disorders. Psychotherapy and Psychosomatics, 73, 84-91.
  • Rota, G., Sitaram, R., Veit, R., Erb, M., Weiskopf, N., Dogil, G., et al. (2009). Self regulation of regional cortical activity using real-time fMRI: the right inferior frontal gyrus and linguistic processing. Hum. Brain Mapp. 30, 1605–1614.
  • Rufer, M., Hand, I., Braatz, A., Alsleben, H., Fricke, S., & Peter, H (2004). A prospective study of alexithymia in obsessive-compulsive patients treated with multimodal cognitive-behavioral therapy. Psychotherapy and Psychosomatics.2004;73:101–106.
  • Ruiz S., Lee S., Soekadar S. R., Caria A., Veit R., Kircher T., et al. (2013). Acquired self-control of insula cortex modulates emotion recognition and brain network connectivity in schizophrenia. Hum. Brain Mapp. 34, 200–212.
  • Saarijärvi, S., Salminen, JK., Toikka, T. (2006). Temporal stability of alexithymia over a five-year period in outpatients with major depression. Psychosom Psychother 2006; 75: 107–112.
  • Semerari, A., Carcione, A., Dimaggio, G., Falcone, M., Nicolò, G., Procacci, M., & Alleva, G. (2003). How to evaluate metacognitive functioning in psychotherapy? The Metacognition Assessment Scale and its applications. Clinical Psychology and Psychotherapy 10, 238–261.
  • Semerari, A., Carcione, A., Dimaggio, G., Nicolò, G., & Procacci, M. (2007). Understanding minds: different functions and different disorders. The contribution of psychotherapy research. Psychotherapy Research, 17, 106–119.
  • Spitzer, C., Siebel-Jürges, U., Barnow, S., Grabe, H.J., & Freyberger, H.J., (2005). Alexithymia and interpersonal problems. Psychotherapy and Psychosomatics, 74, 240–246.
  • Taylor, G. J., Bagby R. M. & Parker, J. D. A. (1997). Disorders of affect regulation. Alexithymia in medical and psychiatric illness. Cambridge: Cambridge University Press (trad. it. I disturbi della regolazione affettiva).
  • Vanheule, S., Desmet, M., Verhaeghe, P., & Bogaerts, S. (2007). Alexithymic depression: evidence for a depression subtype. Psychotherapy and Psychosomatics 76, 135–136.
State of Mind © 2011-2019 Riproduzione riservata.
Condividi
Messaggio pubblicitario