Birdman: l’imprevedibile virtù dell’ignoranza (2014) – Cinema & Psicologia

Birdman di Iñárritu è la storia di un attore in declino che cerca di allontanarsi dal personaggio dell'uomo uccello, mettendo in scena un nuovo spettacolo.

ID Articolo: 107527 - Pubblicato il: 06 marzo 2015
Birdman: l’imprevedibile virtù dell’ignoranza (2014) – Cinema & Psicologia
Messaggio pubblicitario SFU Magistrale
Condividi

Birdman (2014) di Alejandro González Iñárritu.

La caduta nell’abisso di un’identità che non vuole morire – resa con altalenante efficacia da un Sé altro che si esprime col tono sepolcrale di una coscienza annichilita – è un percorso che dovrebbe uscire dallo schermo e travolgere il pubblico insieme al senso di fallimento, all’utopia del poter essere qualcosa che non si è mai stati per non dover odiare ciò che si è inseguito nell’interesse dei propri limiti.

Esistono tre categorie di film premiati con l’Oscar: le scelte sacrosante, le scelte inspiegabili se non con la logica del soldo al botteghino, e le scelte che si possono accogliere ma anche discutere. Birdman di A. G. Iñárritu appartiene alla terza classe. Il film attrae, non c’è dubbio; la trama invita ad andare al cinema già alla prima fugace lettura. Le aspettative crescono con l’approssimarsi dei titoli di testa e proprio l’introduzione sulle parole di Carver prepara lo spettatore per l’inizio del viaggio.

Michael Keaton interpreta un attore della sua stessa età, forse riflesso nella sua stessa carriera, incastrato senza rimedio nella parte dell’uomo uccello (Birdman) recitata vent’anni prima con esagerate ovazioni di pubblico, molto meno di critica. Il denaro, la celebrità, la vita molle e lussureggiante fra Hollywood e Malibù, nella dicotomia americana tra la California teatro del fatuo mestiere di star e Nel York Mecca del vero mestiere di attore. West Coast e East Coast, sole e pioggia, flash dei red carpet e fuliggine ombrosa delle scene di Broadway: queste e altre fantasie percorrono l’immaginario mentre l’uomo uccello si dibatte nella sua nuova avventura, riadatta a teatro un testo di Carver per dimostrare che anche lui, anche l’idolo che tutti in America riconoscono per le piume che indossa, è in grado di sbarcare nella Grande Mela che non fa sconti agli orfani del talento.

Messaggio pubblicitario Birdman si dipana così, raccontando la genesi di uno spettacolo che nasce fra incidenti grotteschi, litigi furiosi di un cast di attori superlativi nella funzione esterna, cinematografica e altrettanto intensi in quella interna faticosamente negoziata fra solitudini, vagabondaggi esistenziali e occasioni perdute, davanti alla sentenza teatrale.

Una sola eccezione, parziale ma decisiva vista la centralità del ruolo: Michael Keaton non fugge dalla propria essenza di attore discreto ma non eccelso, donando solo un po’ di sé, solo un po’ di noi all’uomo uccello. Rimane a metà e non solo nel personaggio – lui sì legittimamente sospeso fra il desiderio di volare per sempre, libero dall’ira frustrante di un destino incompiuto e il tormento di scoprirsi reale, vecchio, inutile – bensì nella capacità di rendere penetrante, violento, torturante questo dilemma.

La disperazione che uno sfogo repentino di sua figlia rende sanguigna, crudele, con poche battute piene di uno sguardo smarrito che chi incrocia quegli occhi non può in alcun modo levigare, rimane per Birdman un’emozione poco trasformante.

La caduta nell’abisso di un’identità che non vuole morire – resa con altalenante efficacia da un Sé altro che si esprime col tono sepolcrale di una coscienza annichilita – è un percorso che dovrebbe uscire dallo schermo e travolgere il pubblico insieme al senso di fallimento, all’utopia del poter essere qualcosa che non si è mai stati per non dover odiare ciò che si è inseguito nell’interesse dei propri limiti.

Messaggio pubblicitario Birdman manca di questa potenza, muove senza scuotere. Colpisce senza distruggere la certezza che si tratti pur sempre di un film. Un ottimo film che genera ammirazione per la precisione degli spunti, la pulizia con cui si sviluppa, senza però indurci un’angoscia reale per un tema al quale nessun essere umano può sfuggire.

Chi siamo di fronte alla consapevolezza delle nostre ambizioni fallite? Come reagiamo davanti a un raccomandato che riceve più elogi di noi? La coscienza sepolcrale del Birdman vorrebbe riportarlo al suo nido segretamente rabbioso, umiliato da invidie inconfessabili, mentre lo sguardo con cui si chiude l’opera sembra andare oltre, giungere all’abbraccio col Sé autentico. In quel cielo si affollano interrogativi rotondi, poi curvi, poi quasi incomprensibili, che il film in parte solleva e in parte nutre. Il sapore ai titoli di coda è un agrodolce che si può ugualmente gustare.

 

TRAILER DI BIRDMAN (2014):

VOTA L'ARTICOLO
(voti: 7, media: 4,14 su 5)

Consigliato dalla redazione

Reality (2012) di Matteo Garrone. Recensione di State of Mind

Reality e la spettacolarizzazione del nulla: recensione del film di Matteo Garrone (2012)

Reality di Garrone mette in guardia lo spettatore rispetto alle minacce all’umana fragilità della società postmoderna e del sogno virtuale.
State of Mind © 2011-2019 Riproduzione riservata.
Condividi
Messaggio pubblicitario

Messaggio pubblicitario

Messaggio pubblicitario