Un libro per riflettere su Charlie Hebdo? “Grandi Dei” di Ara Norenzayan (2013)

PSICOLOGIA: Non è facile recensire “Grandi Dei” (2013) di Ara Norenzayan in questi giorni dell’attentato fondamentalista di Parigi contro Charlie Hebdo...

ID Articolo: 105615 - Pubblicato il: 09 gennaio 2015
Un libro per riflettere su Charlie Hebdo? “Grandi Dei” di Ara Norenzayan (2013)
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Non è facile recensire “Grandi Dei” di Ara Norenzayan in questi giorni dell’attentato fondamentalista di Parigi contro Charlie Hebdo. Anche Norenzayan, l’autore del libro che recensisco, è una vittima dell’odio religioso.

Ara Norenzayan oggi insegna psicologia alla University of British Columbia in Canada, ma è nato e cresciuto nel Libano a Beirut, città cosmopolita e raffinata fino al 1975, e poi preda di una guerra infinita tra fazioni religiose, politiche ed etniche rivali. La famiglia di Norenzayan è cristiana ortodossa armena e abbandona la città, ormai invivibile, nel 1990. Malgrado ciò, Norenzayan studia la psicologia delle religioni con occhio critico e scientifico, ma senza condannarle. Anzi, sviluppa una complessa teoria del ruolo nella società e nella storia umana, teoria che ora appare in questo libro. Teoria non nuova, almeno in sociologia, teoria che Norenzayan applica alla psicologia sociale e che sviluppa in termini psicologici.

La teoria è che le religioni svolgano un ruolo prosociale, permettendo la costruzione di società complesse che vadano al di là del legame di sangue immediato.

Il dato di partenza è quello che Norenzayan chiama l’enigma dei grandi gruppi. La capacità umana di costruire società di grandi dimensioni i cui membri non siano legati tra loro da legami di parentela. Secondo il principio di Hamilton, dice Norenzayan, i comportamenti prosociali altruistici sono presenti negli animali in maniera proporzionale alla vicinanza genetica, ovvero di sangue. L’uomo, che pure è definito l’animale più crudele, è anche al tempo stesso l’animale di gran lunga più sociale.

Messaggio pubblicitario Nessun animale è in grado di costruire società su larga scala come gli stati e le nazioni umane, in cui si coopera tra estranei e perfino tra persone che non si incontrano mai. Vero è che molti stati, soprattutto quelli antichi, avevano leggende di fondazione con un eroe che costituisce un gruppo iniziale di tipo tribale, basato in parte sul sangue. Ma non del tutto. Romolo raggruppa una banda di spostati ed emarginati e fonda Roma, Teseo un gruppo di villaggi separati e fonda Atene, e così via. E siamo ancora al livello della città antica, entità non troppo espanse che in una certa misura permettevano che tutti conoscessero tutti, o quasi. In questo stadio, in cui ci si conosce per nome un po’ tutti (e ci si controlla, aggiunge Norenzayan), il contatto diretto reciproco consente di stabilire regole di comportamento riconosciute e rafforzate dall’incontro quotidiano diretto.

Quando di passa alle metropoli e ai grandi stati e imperi l’anonimato di massa incombe e la religione, scrive Norenzayan, acquista un nuovo peso.

La necessità di coordinare grandi masse d’individui che non si conoscono rende la religione necessaria, mancando ancora la mentalità moderna fondata sul rispetto reciproco basato su un calcolo razionale che rende l’altruismo utilitaristicamente conveniente.

Per la precisione acquistano peso le religioni etiche monoteistiche o tendenzialmente monoteistiche. Non a caso queste religioni diventano religioni di stato nelle prime forme governative di grandi dimensioni. L’Impero Romano dapprima con l’evoluzione ellenistica in direzione monoteistica del politeismo greco-romano e poi del cristianesimo da Costantino in poi, L’Impero Indiano di Osaka o il Califfato islamico sono tra gli esempi più noti. Il rispetto della legge s’instaura non attraverso un contratto sociale ma obbedendo alla credenza in un ente sovrannaturale che è capace di vedere non solo i comportamenti, ma anche le intenzioni nascoste delle persone e quindi di indurre interiormente l’adesione a un codice sociale condiviso con estranei, ovvero individui senza rapporti di parentela. Naturalmente, però, le società religiose implicano un livello di controllo sociale sull’individuo pervasivo e pesante, con grave limitazione della libertà individuale.

Questa sezione del libro è la più corposa e interessante e rappresenta l’applicazione alla psicologia di concetti che nella sociologia sono già diffusi da tempo, a partire almeno dagli studi delle religioni di Max Weber. Il lavoro di Norenzayan svela i meccanismi psichici corrispondenti ai processi sociali già esplorati dai sociologhi. Leggere questo libro è un’avventura intellettuale gratificante, l’esposizione chiara ed esaustiva.

Un possibile difetto è la scelta dell’autore di non differenziare tra le varie religioni. Tutte sono trattate come sostanzialmente omologhe, senza approfondire le differenze. Le religioni orientali, buddismo, confucianesimo e taoismo, sono diverse da quelle occidentali perché prevedevano un’entità soprannaturale in qualche modo monoteista ma non personale. I tre monoteismi abramitici non sono distinti tra loro nelle varie differenze storiche e sociali. Perché l’ebraismo è stato la religione di un gruppo che non si è mai organizzato in un Impero? Perché il cristianesimo è stato un monoteismo imperfetto (la divinità è una e trina) e anti-politica per tre secoli? È l’inattesa e improvvisa adozione da parte di Costantino che lo trasforma (quasi) in una notte in religione di stato adatta al modello teorico di Norenzayan. L’Islam sembra aderire meglio al modello di Norenzayan della religione come strumento politico-sociale fin dalla sua nascita. Ma funziona solo per un paio di secoli, poi sembra assonnarsi. E oggi come strumento prosociale non sembra svolgere brillantemente la sua funzione.

La sezione finale, più magra e limitata a un solo capitolo, esplora invece le moderne società laiche in cui il contratto morale e sociale funziona in assenza dello stimolo religioso. Sono le società secolari, le società in cui il rapporto morale con l’altro avviene senza l’imperativo e il controllo di un’entità sovrannaturale in grado di vedere le intenzioni nascoste. Le conclusioni di Norenzayan sulle società secolari sono un misto di ottimismo e perplessità.

L’ottimismo riguarda la capacità delle società secolari di contemperare necessità sociali e libertà individuali. Un maggiore ricorso al pensiero critico permette alle società moderne di ritagliare un più ampio spazio di libertà per le persone singole. Al tempo stesso, però, Norenzayan ci avverte che questo equilibrio moderno si basa su due punti deboli. Il primo è che l’equilibrio sociale secolare si basa non solo sul progresso civile, ma anche su quello economico. La capacità di rispetto dell’altro nella società secolare è legata al benessere.

Messaggio pubblicitario Riusciamo a rispettare l’altro perché, in generale, lo sviluppo economico ci permette di vivere bene, di sperare di vivere sempre meglio e ci sottrae alla tentazione della sopraffazione. Il problema è però la gestione delle situazioni di crisi, in cui l’incremento di benessere non è più garantito. Una situazione che –come purtroppo sappiamo- si sta presentando in Occidente negli ultimi anni; anni in cui, per la prima volta dopo decenni, non vi è più la garanzia di un maggiore benessere per le generazioni future. Riusciremo a conservare la nostra società secolare in presenza di un benessere materiale che si deteriora invece di aumentare?

Il secondo problema è che, nella società secolare l’etica si basa su un ragionamento utilitaristico. Anche nelle sue declinazioni più progressiste e “liberal”, la visione laica rifiuta di mettere l’etica sopra ogni cosa e la appoggia su forze economicistiche e materialistiche. Lo stesso Marx riteneva che tutto fosse solo economia. Come abbiamo scritto prima, la mentalità moderna fonda il rispetto reciproco non su una legge etica, ma su un calcolo razionale che rende l’altruismo utilitaristicamente conveniente. Un egoismo intelligente.

Questo determina un grande paradosso.

All’umanità in fondo conviene una società etica, però al tempo stesso laicamente rifiuta ogni formulazione etica universale, pena la ricaduta in una visione religiosa, sia pure senza ipotizzare un’entità sovrannaturale che ci controlla.

Un bene relativo che però –come scrive Norenzayan- abbisogna di un minimo di rigidità non relativistica per funzionare decentemente. Riusciremo a risolvere questa moderna aporia? Norenzayan non risponde a questa domanda.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Norenzayan, A. (2013). Big Gods. Tr. Italiana, Grandi Dei. Come la religione ha trasformato la nostra vita di gruppo. Milano: Cortina Editore.

 

VIDEO: Researching Religion and Prosociality | Dr Ara Norenzayan | CERC Plenary Meeting 4 May 2013

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