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Paolo e Olly – Centro di igiene Mentale – Cim n. 15 – Storie dalla Psicoterapia Pubblica

Paolo e Olly, dietro l'apparenza di banditi senza scrupoli, nascondono un' anima da Robin Hood orientata alla giustizia e alla protezione dei deboli.

Di Roberto Lorenzini

Pubblicato il 11 Nov. 2014

Aggiornato il 15 Giu. 2015 10:36

CIM – CENTRO DI IGIENE MENTALE #15

Paolo e Olly

 

I servizi per le tossicodipendenze sono organizzativamente separati da quelli per la salute mentale. Tale distinzione, discutibile da un punto di vista scientifico, è motivo di numerosi conflitti di attribuzione dei casi e genera un’ ampia area di sovrapposizione chiamata “doppia diagnosi”.

La maggioranza degli operatori dei CIM non ama lavorare con i tossici. Dichiaratamente per la loro scarsa motivazione, la tendenza a manipolare e mentire. Probabilmente per un pregiudizio secondo cui “i matti sono dei poverelli vittime innocenti della società e delle famiglie, mentre i tossici dei viziosi causa del loro stesso male, inclini alla delinquenza. Due anni prima di questi fatti gli operatori del CIM si erano opposti al trasferimento del Sert nei locali loro adiacenti adducendo il timore di furti e la commistione contagiosa tra le due utenze: angelica quella dei folli e demoniaca quella dei tossici.

Nel caso dei cugini Livani le resistenze furono superate da una disposizione del giudice che affidava Piero e Olly alle cure del CIM “in quanto il comportamento criminoso da loro posto in essere non era caratteristico dei soggetti dipendenti da sostanze e presentava evidenti elementi di stranezza e bizzarria”. I fatti che avevano richiesto l’intervento congiunto di carabinieri e polizia (era evidentemente un caso destinato a far collaborare chi tradizionalmente rivaleggia: carabinieri e polizia, sert e CIM) erano una violenta rissa con conseguenti rappresaglie tra i cugini Livani e gli “amici di Amedeo” una banda di delinquenti dediti allo spaccio promozionale. Termine usato per intendere il proselitismo di nuovi futuri assidui clienti che si ottengono spacciando sottocosto ai ragazzini delle scuole medie inferiori. Come tutte le campagne di marketing il costo iniziale a fondo perduto viene poi abbondantemente recuperato con la fidelizzazione dei consumatori negli anni a venire. In un primo tempo si pensò ad uno scontro tra bande rivali per accaparrarsi il mercato. Non era così.

I cugini avevano un loro privatissimo e rigido codice etico ed erano scesi in campo quando Carletto, un loro nipote tredicenne aveva ricevuto in dono delle pasticchette a base di cocaina. Paolo stava per compiere mezzo secolo di una vita vissuta spericolatamente tra agi ed eccessi di ogni genere. Il fisico che, seppur minuto, un tempo era reso tonico e potente da ogni tipo di pratica sportiva di combattimento, mostrava con una calvizia malcelata dai riporti e un avvizzimento precoce i segni degli anni. Paolo si muoveva con i gesti misurati di un pistolero e lo sguardo azzurro, guizzante, minaccioso e senza paura di un duro di periferia. Aveva ereditato la gioielleria che era stata dell’odiato padre Alfonso e prima ancora del capostipite Paolo, suo nonno, che aveva creato dal nulla una fortuna con traffici illeciti con il sud Africa. Sin da piccolo era stato designato a succedere alla guida dell’impresa e lo avevano indirizzato agli studi di chimica e mineralogia. Della chimica, però, era soprattutto interessato a quella delle sostanze stupefacenti. A 18 anni aveva avviato un commercio consistente che gestiva con competenza e spregiudicatezza. La calibro 9 regolarmente registrata per la gioielleria lo aiutava con i clienti morosi solo raramente. In genere la sua fama di duro era sufficiente. Aveva sperperato un patrimonio (a sua detta investito) in alcol, viaggi e belle donne. Intendiamoci non era mai stato con una escort, le donne voleva conquistarle e lo faceva stupendole. L’identificazione con il suo pisello era totale. Faceva sesso almeno due volte al giorno con una foga ed un’ energia che ora rimpiangeva. Il funzionamento sessuale era del tutto normale, anche oggi, ma l’assenza del craving costante di un tempo era per lui un vero e proprio lutto. Integrava il commercio di droghe con truffe assicurative. Non aveva nessuna remora a delinquere ma nessuno doveva soffrire delle sue azioni. Dietro l’aspetto da ganster si celava un animo tenero incline all’arte. Scriveva canzoni e poesie di buon livello, suonava numerosi strumenti e creava dei “corti d’autore molto apprezzati.

I cugini Livani dietro l’apparenza di banditi di periferia senza scrupoli nascondevano un’ anima da Robin Hood o da Zorro orientata alla giustizia e alla protezione dei deboli.Politicamente aveva militato in tutte le formazioni estremistiche. Nel tifo era un ultras. Ribelle verso ogni autorità era finito di frequente in galera dove pure non si era fatto mancare nulla dalle sostanze al rispetto dei compagni e delle guardie. Paolo era la persona che si vorrebbe come amico per attraversare un territorio pericoloso. Senza paura, deciso, generoso. Il cuginetto Olly aveva solo 25 anni ed era cresciuto sotto la sua protezione. Figlio di Annalisa, sorella di Alfonso, rappresentava il ramo cadetto della famiglia. La gioielleria non doveva essere divisa e Annalisa, vedova a 27 anni, era stata sistemata come infermiera in un grande ospedale per avere uno stipendio sicuro. Olly, la madre sempre in ospedale, aveva passato un’ infanzia di noia, solitudine e libertà senza controllo. A 15 anni aveva incontrato l’eroina, la grande consolatrice e ancora ne parlava con occhi da innamorato. Solo l’ero gli spegneva quel caotico trambusto interiore. Era stata la sua vera madre buona. Con Paolo condivideva la passione per l’alcool, le arti marziali e la ribellione contro ogni ordine costituito. Li univa anche l’odio per i prepotenti quale era stato il nonno Paolo e per le sostanze stimolanti che quest’ultimi utilizzavano. La loro distinzione era netta: le droghe buone erano quelle che producevano rilassamento, sedazione, pace (tra tutte alcool ed eroina ma anche le benzodiazepine e gli antichi barbiturici). Cattive quelle che stimolavano aggressività e iperattività (prima fra tutte la cocaina).

Persino tra le forze dell’ordine che dovevano perseguirli suscitavano simpatia e talvolta colpevole tolleranza. Venuti a conoscenza della campagna commerciale alle scuole medie del clan di Amedeo, erano intervenuti con metodi che le forze dell’ordine invidiavano ma ufficialmente non potevano permettersi. Se Paolo, nonostante il fisico minuto, aveva un aspetto da texano giustizierie pronto a tutto, Olly incuteva rispetto al solo sguardo. Nonostante una vita di eccessi, le sbronze quotidiane e i due ricoveri in extremis per overdose esibiva un corpo da atleta segnato qua e là da numerose cicatrici per i pestaggi subiti. L’anima, invece, non aveva ferite. Non conosceva la paura e sembrava andare alla ricerca dello scontro anche con avversari manifestamente più forti. Più impulsivo Olly non aspettò che il sole fosse calato per spedire in ospedale i due luogotenenti di Amedeo con prognosi riservata per le molteplici lesioni interne. I carabinieri chiusero volentieri un occhio. Non poterono però chiudere anche l’altro, quando sul fare di un’ alba resa più rossa dalle fiamme che si levavano dall’autosalone “Gaetano e figli”, il paese fu svegliato dalle sirene dei vigili del fuoco. Il problema non erano le Porsche e le Maserati alla brace, ma avevano rischiato anche innocenti delle abitazioni vicine.

Gli avvocati dei cugini Livani avevano subito chiesto al magistrato di turno l’incapacità di intendere e di volere. Olly e Paolo si ritrovarono periziandi al CIM. La loro irritazione era superata solo da quella degli operatori del CIM che dopo aver fatto di tutto per evitare di avere a che fare con i tossicodipendenti si trovavano affidati i due peggiori. Tali premesse potevano esitare in un immediato e conclusivo duello alla “mezzogiorno di fuoco” o in un grande amore come quando tra due adolescenti una antipatia pregiudiziale si trasforma in grande passione. Il primo impatto sarebbe stato decisivo. Biagioli prese per sé il compito più difficile. Gli spettava per età. Erano i due capi a doversi confrontare il resto sarebbe stato facile e Olly sarebbe stato affidato alla dottoressa Mattiacci. Appena entrato nella stanza di Biagioli, Paolo ebbe bisogno di far capire chi comandava, chiese se si potesse fumare e di aprire la finestra. Carlo lo invitò ad accomodarsi e senza appellarsi a regole e leggi gli chiese se poteva farcela a non fumare spiegandogli i suoi problemi di salute. Impegnato in un continuo lavorio per riaggiustare il ciuffo cadente sulla fronte troppo stempiata, Paolo suscitò un’ immediata simpatia in Carlo. Ebbe l’impressione di avere seduto di fronte, nel retrobottega di un saloon Tex Willer, il suo eroe dell’adolescenza, che avesse richiesto un colloquio per uno stato ansioso che facendogli tremare la mano minacciava la sua proverbiale mira. Dovette trattenere il sorrisetto che gli stava increspando il labbro superiore. Non si trattava di derisione ma di un sincero e inspiegabile moto d’affetto. Carlo sapeva riconoscere immediatamente il bambino spaurito e indifeso che spesso si celava dietro bulli e gradassi di ogni genere. Essendo stato un bambino fragile incapace di difendersi aveva imparato a discriminare i cani che abbaiano più per paura che per aggressività da quelli che mordono davvero e vanno evitati. Paolo apparteneva alla prima categoria. Più avanti avrebbero capito insieme che sulla negazione di questa paura aveva costruito l’intera sua esistenza. Per il momento le loro debolezze nascoste si limitarono a farsi l’occhiolino. Raramente un’ empatia così forte è a senso unico: Paolo sentiva di potersi fidare del dottore. Potevano abbassare l’artiglieria. Dai segnali distensivi per un cessate il fuoco si passò presto allo scambio di reciproche attenzioni, che si sarebbero potute definire protettive. Con uno scatto improvviso che fece sobbalzare Carlo, Paolo catturò un moscone che continuava a molestare Biagioli e lo liberò dal pugno chiuso fuori dalla finestra. In quella relazione il tempo era destinato ad accelerare in una mattinata. Mezz’ora dopo i due uomini in piedi vicino alla finestra singhiozzavano abbracciati e dividevano la stessa sigaretta interrompendo la mensile astinenza di Carlo.

Era stato Giovanni ad entrare correndo affannato nella stanza del colloquio per portare la notizia temendo che la faccenda non fosse terminata. Olly in attesa dell’arrivo della dottoressa Mattiacci che avrebbe fatto il turno pomeridiano era sceso al bar sottostante il CIM. Aveva avuto appena il tempo di scorgere nei ripiani a specchio dietro il barman l’ingresso di Amedeo a volto scoperto. Certi omicidi non è importante farli quanto firmarli perché si sappia a chi non è prudente fare torto. Un delinquente che perde la faccia o mostra paura è pronto per il pensionamento che in genere avviene per mano dei suoi stessi compari ed è definitivo. Lo stesso Amedeo dunque non aveva scelta. Prima di sparare chiamò Olly per nome, non gli piaceva sparare alle spalle. L’altro doveva vedere, tutti dovevano sapere. In un attimo fu l’inferno. Se Olly si fosse reso conto e se avesse sofferto furono i temi di cui parlarono Carlo e Paolo per il resto della mattinata. Paolo era una madre inconsolabile che non aveva saputo proteggere il figlio. Carlo una comare compassionevole che asciuga le lacrime, indirizza le colpe sulla crudeltà del destino e l’impossibilità umana a porvi rimedio e rassicura sulla bontà di un trapasso immediato e inaspettato.

La scena che gli avventori del bar continuavano a ripetere a polizia e carabinieri accorsi in massa non deponeva per un trapasso avvenuto serenamente in grazia di Dio ma non c’era bisogno che Paolo conoscesse i dettagli. Per le forze dell’ordine il problema era come impedire l’innescarsi di una guerra tra bande in tutta la provincia. Per Biagioli come impedire il naufragio in questo mare di dolore dello spavaldo cowboy entrato un’ora prima nella sua stanza ed ora raggomitolato sul fondo del grande divano di pelle viola. Così zuppo di lacrime e con il naso colante avvolto nel grande fazzoletto di stoffa che Biagioli aveva sempre con sé, sembrava ancora più minuto. Ora l’anima di bambino spaventato aveva abbandonato la corazza di sbruffone, si mostrava nuda e si acciambellava nel flusso caldo di protettiva tenerezza che le proveniva da Biagioli. Sentiva di non essere mai stato così autentico. Era al suo posto. Un bambino spaventato e solo. Biagioli si ricordò di essere uno psichiatra di fronte ad una reazione acuta da stress. Si fece portare una camomilla calda e gli diede 30 gocce di Lexotan. Lo coprì con la coperta che usava il medico per la reperibilità notturna. Accostò la sedia al divano e iniziò a parlargli con tono monotono, quasi ipnotico finchè non si addormentò. Poi riprese le vesti di responsabile del CIM e si dedicò agli operatori anch’essi sconvolti dall’accaduto e alle forze dell’ordine in cerca di testimonianze.

Su consiglio del capitano Ruffi che comandava i carabinieri di Monticelli non era prudente che Paolo Livani tornasse a casa per cui venne ospitato in tutta segretezza da una vecchia zia che viveva di poco fuori provincia. Essendo a soli 50 km da Monticelli avrebbe potuto proseguire il lavoro appena iniziato con Biagioli essendo evidente il legame creatosi immediatamente tra i due. Paolo Livani provava un sottile imbarazzo la prima volta che reincontrò Biagioli. Farsi vedere in difficoltà non gli era mai piaciuto. Una sigaretta offerta prontamente valse a superarlo. Ricordarsi di essere stati completamente nudi di fronte ad un altro, quasi estraneo, suscita nel ricordo, disagio ma rende, in qualche modo intimi soprattutto se l’altro ha saputo proteggere quella debole nudità. Il compito periziale richiesto dai magistrati divenne rapidamente marginale nei colloqui tra Carlo e Paolo. Nella sua precedente visione delle cose soltanto le donne insoddisfatte e i mezzi uomini potevano aver bisogno dello psicologo. Gli uomini veri risolvevano i problemi affrontandoli coraggiosamente a testa alta. I problemi erano sempre esterni mai interni e una spranga o una pistola molto più efficaci delle chiacchiere di uno psicoterapeuta. Biagioli tentò la carta della disperazione mentre montavano dentro di lui parimenti la paura e il senso del ridicolo per il tono solenne con cui pronunciò la frase, immaginando di essere il vecchio Kit Carson inseparabile compagno di Tex Willer: “a volte ci vuole più coraggio per guardarsi dentro che per fissare negli occhi il nostro killer” aveva sempre sognato di dire cose del genere con la voce da basso e il sottofondo di una colonna sonora. Poi, ripresosi, aggiunse che era evidente l’insoddisfazione esistenziale di Paolo e si sedette mentre l’altro continuava a passeggiare su e giù come la mattina dell’agguato. Paolo senza dare importanza ai suoi sentimenti, come se narrasse le vicende di un altro iniziò a narrare le sue insoddisfazioni. Per ora era aperto soltanto il cassetto della rabbia. Tristezze e paure erano prudenzialmente ben sigillate. Si avvicinava ai 50 anni e si accorgeva con sgomento di non essere più quello di un tempo. Non c’era droga che non avesse usato personalmente e commerciato ad alti livelli. Con il commercio delle sostanze, le truffe finanziarie e l’usura era venuto più volte in soccorso del padre nei momenti di difficoltà economica. Alfonso aveva ereditato dal padre Piero, fondatore del negozio e della dinastia il carattere violento, la bramosia per le donne e la bella vita ma non lo stesso talento per gli affari. Padre assente e marito esplicitamente fedifrago avevo concluso la sua esistenza all’età attuale di Paolo, 49 anni con un colpo di calibro nove in bocca nel laboratorio di oreficeria nel retrobottega. Mamma Lina aveva portato il lutto per tre mesi. Prima di compiere i 38 anni aveva deciso essere troppo presto per rinunciare ai piaceri forti dell’esistenza ed era sparita in Svizzera con un ebreo di Losanna grossista di diamanti. Paolo non aveva ancora compiuto 18 anni quando era andato a vivere dalla zia Annalisa madre da poco del piccolo Olly. Alla morte di Zio Alberto schiacciato dal suo camion mal frenato si era formata questa strana famiglia con la giovane vedova 27enne, Paolo nel ruolo di padre/fratello maggiore e Olly cucciolo da proteggere.

Per qualche anno la gioielleria era stata affittata ma i proventi non erano quelli sperati e Piero si era sentito in dovere di dismettere il suo abito di ribelle, rivoluzionario in odore di delinquenza e di indossare quello del capitano d’azienda gestendo in proprio la gioielleria. L’adrenalina della vita di strada, le risse, le droghe, le rivalità tra bande gli mancavano enormemente. Quella adrenalina celava l’enorme voragine della sua depressione abbandonica avrebbe voluto suggerire Biagioli ma non apprezzava le interpretazioni e si trattenne. A cinquant’anni aveva una crisi di identità. Per sostituire la strada aveva provato tutti gli sport estremi e per un po’ di tempo era stato meglio, poi la frattura di una caviglia durante una arrampicata libera lo aveva fermato. Era precipitato in una depressione cupa che diceva essere espressa bene solo dalla serie dell’urlo di Munch. Per due anni aveva guardato la calibro nove del padre , ma la presenza del piccolo Olly lo tratteneva. Una psicoterapia era incompatibile con il suo essere un uomo forte e gli psicofarmaci esclusi per gli effetti collaterali sul suo pisello la cui sfrenata compulsiva attività restava l’unica memoria della sua perduta identità. Ora la tragedia della morte di Olly e la necessità di trovare la forza per tendere una mano alla zia Annalisa in caduta libera verso l’oblio della demenza dopo l’assassinio del figlio gli permettevano una terapia con quello strano medico con cui si erano intesi da subito. Della rabbia, emozione maschia, ne parlava facilmente e volentieri. Verso il mondo criminale che, devastato dalla cocaina a buon mercato, non aveva più le buone regole di una volta. Verso il padre e la madre che in un modo o nell’altro se ne erano andati lasciandolo solo con un’ attività per cui non provava interesse. Verso tutti i prepotenti, gli incompetenti, i profittatori. Verso tutti e tutto quel mondo che non era come lui si era sognato da bambino. Rimasero sulle rabbie per oltre tre mesi. Il lavoro vivace e il tono dell’umore buono. La chiave che aprì il secondo cassetto della tristezza fu un ricordo infantile. Una giornata abbagliante di piena estate e l’ingresso della colonia di Camaiore in Versilia. La mano della suora lo trascina nell’assolato polveroso cortile. Il polso gli fa quasi male. Le ombre sono corte, sarà mezzogiorno. Si volta di tre quarti camminando e riesce ad intravedere per un istante il padre e la madre, oscuri in controluce che escono dal cancello per raggiungere un ristorante. Da quel momento e ancora oggi, il frinire delle cicale gli darà vertigini e nausea come stesse per svenire. Tutti i temi che visti come un torto subito, gli suscitavano la rabbia e la voglia di menar le mani per farsi da solo quella giustizia che nessun Dio nè istituzione garantiva, diventano altro. L’assenza della madre e del padre, i tradimenti degli amici, le spalle delle donne che si alzano dal letto e se ne vanno per sempre, il fisico che invecchia e non sta più al suo passo, persino il pisello traditore che necessita di mille attenzioni e stimoli per sollevarsi incerto, appaiono ora semplicemente come perdite, mancanze.

Paolo si immerge nella sua solitudine nella assoluta mancanza di senso. Biagioli non sa se lui stesso reggerà tanto inconsolabile dolore. Preoccupato del suicidio vorrebbe prescrivergli dei farmaci ma si rende conto che sarebbe un modo per allontanarlo a protezione di se stesso e per Paolo un altro abbandono, le soluzioni chimiche le ha già provate in proprio. Paolo ha bisogno che ci sia lui non una molecola che eccita o addormenta. Resterà al suo posto semmai chiedendo aiuto per sé al suo supervisore ma non ritirerà la mano cui Paolo è aggrappato. Pensando questo sente la colonna sonora e si avverte più forte. Non gli arresti domiciliari ma l’avanzare della demenza di zia Annalisa costringono Paolo a non muoversi da casa e Biagioli ottiene il permesso di continuare la terapia al domicilio nonostante sia persino fuori dal territorio della ASL e della provincia. La burocrazia per una volta perde la battaglia con il buon senso. Forse lo spettacolo del disfacimento della zia Annalisa, l’onda lunga della colpa per la mancata protezione di Olly o il disinteressato interesse nei suoi confronti che Carlo gli dimostra.

Paolo si sente per la prima volta al sicuro e può esprimere le sue sotterrate paure. Teme soprattutto di essere lasciato solo ed è per questo che trema all’idea della morte. La immagina come la colonia di Camaiore ma in una steppa desolata e gelata. L’aspetto più terribile della solitudine sta nel fatto che l’abbandono è dovuto alla sua inadeguatezza, il rifiuto è meritato e prova del suo disvalore. Tale timore di abbandono è talmente grande che Paolo ha sempre fuggito i legami profondi paventandone la straziante fine. Molte donne hanno provato ad amarlo veramente ma non gli ha permesso di andare oltre il suo pisello. Le schiene che si allontanano vanno evitate a tutti i costi. I social network permettono di scovare chiunque e si rimane in rete anche dopo morti. Dopo il clamore che la vicenda dei cugini Livani ha suscitato sui media si sono rifatte avanti molte donne che avevano adorato Paolo nella sua versione malavitosa. Lui si vergogna a mostrarsi invecchiato, sensibile, addirittura psicoterapeutizzato. Abbaia alla vecchia maniera, mostra autosufficienza e disprezzo e riesce a metterle in fuga quasi tutte. Quasi tutte perché Caterina resiste a tutti i dispetti, le provocazioni, i capricci che altro non sono che un esame per vedere se come tutti è pronta a voltarsi e andar via. Giunta a 42 anni dopo una esistenza on the road in stile Paolo mostra i segni del tempo su un corpo felino che aveva fatto impazzire Paolo, anzi il suo pisello (diceva lui), al punto da aver desiderato, unica volta nella sua vita, di vederlo gonfiare della vita nascente di suo figlio. Era durato sei mesi poi spaventato del suo stesso pensiero l’aveva cacciata in malo modo. Caterina si era gettata a capofitto nel suo lavoro di assistente sociale ma non aveva dimenticato Paolo perché si diceva citando la lettera di San Paolo ai Corinzi

“l’amore è paziente, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, tutto tollera, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta e non verrà mai meno”.

Paolo non avrebbe mai potuto permettersi una convivenza e tanto meno un matrimonio. Però dovette cedere alle insistenze di Biagioli e all’evidenza che per zia Annalisa serviva una assistente che vivesse stabilmente con loro, lui doveva riprendere ad occuparsi della gioielleria. Alla funzione per ricordare un anno dalla morte di Olly. Paolo prese in disparte il suo vecchio terapeuta. Gli chiese se conosceva qualcuno di fidato, poco importava se fosse stato un suo paziente un po’ matto che potesse dar loro una mano nella gestione della zia Annalisa perché il pancione vietava a Caterina sforzi fisici.

 

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