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A proposito di Davis (2013) di Joel & Ethan Coen – Recensione

A proposito di Davis: ritratto di un perdente, un loser in gergo discriminatorio, che cercando la propria identità finisce per trovare sempre qualcos'altro

Di Gianluca Frazzoni

Pubblicato il 27 Feb. 2014

A proposito di Davis (2013)

di Joel & Ethan Coen

 

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A proposito di Davis“A proposito di Davis” è il ritratto errabondo di un perdente, un loser per usare un pessimo gergo discriminatorio, che cercando la propria identità finisce per trovare sempre qualcos’altro.

Il ritorno dei fratelli Coen è un gioiello luccicante, la storia di un cantante folk nel Greenwich Village del ’61 alle prese con divani di amici e sconosciuti da occupare per non trascorrere la notte nel freddo newyorkese, una giacca di velluto malinconicamente elegante come unico baluardo ai rigori del clima e della precarietà esistenziale, e insieme la ricerca di una dimensione artistica che elevi lo spirito a ciò che chiede per sé.

A proposito di Davis” è un’odissea alla Joyce lungo iperboli gentili e potenti autenticamente vere ancorché surreali, con richiami discreti alla letteratura americana di Kerouac e Capote, lo sfondo del viaggio inteso alla maniera beat come percorso ineludibile di emancipazione solitaria attraverso euforia e frustrazione, silenzi e scoperte improvvide.

Musica folk immarcescibile per gli amanti del genere – “se non l’avete mai sentita e non è mai stata nuova, è una canzone folk” esordisce Llewyn Davis -, umorismo ruvido nella miglior vena dei Coen che si irrora su personaggi e conflitti ora infantili ora disperati ma sempre apparentemente insanabili, “A proposito di Davis” è il ritratto errabondo di un perdente, un loser per usare un pessimo gergo discriminatorio, che cercando la propria identità finisce per trovare sempre qualcos’altro, un gatto da riportare al padrone, un secondo gatto sosia del primo, una ragazza da mettere incinta che accidentalmente è anche la donna del suo miglior amico, un’altra lasciata all’oblìo che disobbedendo a un aborto già concordato lo rende padre a sua insaputa.

Ogni sveglia è un duello privato per pochi dollari e una cena rimediata interpretando le smorfie del dannato di passaggio, ogni speranza di un destino comprensivo entra con lui nell’auto che salpa direzione Chicago con due improbabili manifestazioni dell’umanità kafkiana mirabilmente animata dai Coen; l’approdo è un produttore discografico che al nostro menestrello dirà “non ci vedo molti soldi” e indica la sua musica, l’aspirazione autarchica a proteggere l’intimità delle note affusolate nella chitarra, nella voce.

In una galleria di immagini ispirate al flusso cinico e tormentato dei due cineasti di Minneapolis trovano spazio versi di cinema che si espandono nei più sottili riflessi, negli occhi della giovane amante che mentre umilia il perdente, o si prova a farlo con le parole più dure che possano colpire un’arte senza scopo e senza premio, non sa estinguere la delicata indulgenza con cui si preoccupa per lui, la tenerezza complice prima che rassegnata con cui guarda l’uomo dell’impossibile condivisione.

A proposito di Davis” riporta i Coen alle loro pennellate primigenie e coinvolge il pubblico nella ricerca introspettiva di un senso ai margini, per i figli di un cammino diverso, come la musica folk permette di fare sussurrando accordi lontani, storie di povera gente alle prese con la frontiera spoglia della lotta e della sopravvivenza. Eroi comuni liberi dalla condanna del lieto fine la cui vita è il racconto della vita.

Gli sforzi di Llewyn Davis non sono vani per la sua epopea incastonata nel reale, solo inutili per l’universo che lo respinge; nel movimento ininterrotto di un microcosmo dalla poetica universale che di lì a poco sarà abbagliato dall’irruzione di Dylan – e fra le ultime scene la chioma del giovane Bob si affaccia sul suo primo palco -, nelle strade del Village popolate di fermenti che come l’architettura newyorkese non si rassegnano alle definizioni del tempo e dello spazio, “A proposito di Davis” esplora un’America crepuscolare in cui il sogno ha il colore della pioggia, l’odore del fumo nei locali, dei vicoli sul retro. Se ne sentiva il bisogno.

 

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