Accettazione – Tribolazioni Nr. 19 – Rubrica di Psicologia

Accettazione: non sforzarsi di modificare l’immodificabile e invece concedersi di provare emozioni negative (lo storico “diritto al mugugno”).

ID Articolo: 37422 - Pubblicato il: 04 dicembre 2013
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TRIBOLAZIONI 19

ACCETTAZIONE

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Tribolazioni 19 - Accettazione - Rubrica di Psicologia. -Immagine: © shockfactor - Fotolia.comIl delta aggiuntivo di sofferenza, la tribolazione, si produce quando si ritiene da un lato che tali emozioni sarebbe possibile e opportuno che non ci fossero, e, dall’altro, che si dovrebbe essere in grado di adattarsi ad ogni situazione.

La tribolazione cesserebbe se si accettasse l’idea che accettare una situazione significhi  non sforzarsi di modificare l’immodificabile consentendosi però di provare emozioni negative (lo storico “diritto al mugugno”).

Spesso le persone dicono di tribolare perché incapaci di accettare una certa situazione in vari domini dell’esistenza (il lutto di una persona cara, un tradimento, un fallimento, una malattia o una disabilità persistente). La sofferenza normale dovuta alla frustrazione dello scopo che tale condizione comporta è aggravata dal ritenere che ad un certo punto bisognerebbe accettarla e smettere di dolersene.

Il soggetto dunque sta male e in più sta ulteriormente male perché pensa che non dovrebbe. C’è  tutta una mistica dell’accettazione che finisce per incrementare la sofferenza con temi di inadeguatezza e di colpa. Mi sembra importante capire esattamente cosa debba intendersi per accettazione in termini scopistici. A cosa serva e cosa la ostacoli.

Definiamo l’accettazione come “l’assunzione di consapevolezza che un certo scopo S1 sia definitivamente compromesso” (ad esempio la possibilità di correre per un pz. paraplegico con un danno midollare o la ricerca della vicinanza con una persona morta). L’accettazione serve evidentemente a far si che non si sperperino risorse in uno scopo irraggiungibile ed è direttamente al servizio dello pseudo scopo “dell’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse e del tempo per il perseguimento dei propri scopi”. Ma, attenzione.

Accettare in questo senso di bilancio economico costi/benefici al fine di evitare gli sprechi, significa semplicemente la sospensione delle attività finalizzate al perseguimento dello scopo. Nel caso del paraplegico la cessazione di una inutile e costosa fisioterapia, o, nel caso del lutto, della preparazione del pranzo per il morto che va regolarmente buttato. Invece i mistici dell’accettazione ritengono che si dovrebbe smettere anche  di dolersi della condizione.

Alla valutazione (B) “ non c’è più niente da fare” non solo dovrebbe seguire un comportamento conseguente (C) “non faccio nulla” (che a mio avviso è l’essenza dell’accettazione), ma anche l’assenza di emozioni negative ipotizzando che ciò sia la soluzione più utile. 

Cercherò di confutare questo secondo assunto della “accettazione emotiva” in quanto è ciò che innesca il delta aggiuntivo di tribolazione per chi si accusa di non saper accettare. Le tre emozioni prevalentemente presenti in una condizione di frustrazione definitiva e irrevocabile di uno scopo importante sono la tristezza, l’ansia e la rabbia.

Tutte e tre sono generatrici di uno stato d’animo sgradevole ma non è vero che siano inutili e disadattive La tristezza favorisce il ritiro dell’investimento dallo scopo perduto per sempre e il reinvestimento su scopi sostitutivi o del tutto diversi. Ad esempio il nostro paraplegico se non potrà più correre con le proprie gambe invece di rinunciare allo sport potrà impegnarsi nello sport paralimpico. Se poi correre era un modo per tenersi in forma e piacere alle ragazze, potrà perseguire questo scopo sovraordinato con un altro scopo strumentale che non sia il correre o il fare sport ma, ad esempio, diventare colto ed estremamente gentile.

Messaggio pubblicitario La tristezza dunque permette di abbandonare le strategie impercorribili e di trovarne altre sostitutive. E’ un’emozione che, comportando la sospensione di molte attività e un disinteresse verso l’esterno, consente un ritiro in sé stessi da cui si esce rinnovati. Nuovi interessi sostituiscono i vecchi.

L’ansia è comprensibile e persino utile perché il soggetto si trova improvvisamente ad operare  in un contesto radicalmente mutato e quindi molto meno conosciuto e prevedibile del precedente. Un sovrappiù di allerta può rappresentare un utile investimento per scongiurare i pericoli di una situazione nuova e ignota.

Infine la rabbia che è rivolta verso chi si ritiene responsabile del danno subito (gli altri, il destino, Dio o sè stessi). Se si esclude il caso di Dio o del destino sui quali non abbiamo influenza, la rabbia verso i responsabili del danno costituisce un fattore protettivo verso il ripetersi della situazione dannosa. E’ una sorta di minaccia a non riprovarci più. Anche quella verso sé stessi, la più apparentemente disfunzionale, protegge da comportamenti imprudenti o autolesivi che possono essere stati causa del danno (bere, fumare, correre, ecc.)

Abbiamo dunque visto come l’accettazione serva a sospendere investimenti inutili e le emozioni negative associate a ricreare un nuovo equilibrio e a prevenire il ripetersi del danno.

Vediamo ora cosa ostacoli il processo di accettazione per come lo abbiamo descritto e come ciò diventi un’ulteriore occasione di sofferenza.

1. In primo luogo accettare una nuova condizione è difficile per una sorta di inerzia cognitiva. Per la fatica che il sistema deve sobbarcarsi per ricostruire una mappa di sé e del mondo diversa dalla precedente. Due esempi banali. Chi ha subito un lutto grave e inaspettato si abitua progressivamente e dolorosamente all’idea. Al risveglio, dopo ogni sonno, sperimenta di nuovo il senso di sgomento e di spaesamento. Ci vogliono  mesi prima che la nuova mappa della realtà in cui la persona scomparsa è assente si stabilizzi e non vada aggiornata daccapo ogni volta. Altrettanto esplicativa è la sindrome dell’arto fantasma. Il braccio amputato non c’è più ma il cervello non ne prende atto stabilmente. Ogni volta è una sgradevole sorpresa a cui riabituarsi.

2. Un secondo ostacolo all’accettazione viene dal fatto che in previsione di un evento negativo gli interventi degli altri e del soggetto stesso hanno carattere rassicurativo e quindi allontanano la effettiva rappresentazione e costruzione dell’evento temuto. Si tende a dire e a dirsi: ”stai tranquillo ciò che temi non accadrà, è estremamente improbabile” piuttosto che “ prova ad immaginarti la nuova condizione e vedrai che non è così terribile come credi”.

3. In terzo luogo molti credono che gli esseri umani siano e debbano essere completamente plastici e in grado di adattarsi ad ogni situazione. Non si accettano i vincoli dovuti alla nostra stessa struttura e dunque, paradossalmente, non si accetta il fatto che certe condizioni siano inaccettabili. Per fare un esempio biologico. Un mondo senza ossigeno è per noi inaccettabile mentre per molti batteri è una vera pacchia. Bisogna accettare che certe condizioni siano inaccettabili.

Riepilogando l’accettazione è un meccanismo utile per un razionale utilizzo delle risorse. Essa è costituita da un atteggiamento comportamentale consistente nella sospensione di attività inutili. Non significa però che  non ci siano  emozioni negative di tristezza, ansia e rabbia che sono invece utili.

Il delta aggiuntivo di sofferenza, la tribolazione, si produce quando si ritiene da un lato che tali emozioni sarebbe possibile e opportuno che non ci fossero, e, dall’altro, che si dovrebbe essere in grado di adattarsi ad ogni situazione. La tribolazione cesserebbe se si accettasse l’idea che accettare una situazione significhi  non sforzarsi di modificare l’immodificabile consentendosi però di provare emozioni negative (lo storico “diritto al mugugno”).

Questa tribolazione si innesca perchè nella nostra cultura è spesso esaltata l’accettazione, il riuscire a fare buon viso a cattivo gioco. Il problema è che il più delle volte si tratta di falsa accettazione nel senso che è impossibile fare altrimenti. Non c’è scelta, punto e basta. Anche se battiamo i piedi la salute perduta non ritorna e le persone morte non fanno marcia indietro perchè a noi non sta bene che non ci siano più. Quando qualcuno mi dice che una certa situazione è per lui inaccettabile. Non tento di convincerlo che invece lo è e che la vita continua. Gli dico che fa benissimo a non accettarla. Che sbraiti pure, che imprechi e pianga. Scoprirà da solo che la vita continua davvero in ogni modo. Che lui voglia o no, ignorando le sue lamentele. Alla fine non gli si chiederà neppure di compilare un questionario sulla soddisfazione degli utenti. Abbozzare non potendo fare altrimenti non va confuso con l’eroismo.

Gli eroi sono coloro che consapevolmente e deliberatamente accettano un danno in nome di un ideale o di un bene superiori. Gli altri sono semplici sfigati. Non c’è nulla di male, ma neppure di bene.

A volte, poi, viene scambiata per straordinaria accettazione qualcosa di diverso che somiglia piuttosto alla dissociazione. Alcuni hanno una grande  capacità di incassare senza turbarsi. Nei momenti peggiori si assentano e ritornano quando tutto è finito. L’assenza dissociativa è una sorta di stato mistico. Il corpo non sente più niente e la mente dorme. Sa che prima o poi la nottata dovrà finire e resiste senza nulla sentire.

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