Prima e dopo l’incidente stradale: il progetto di una nuova vita in terapia di gruppo

Incidenti stradali, prima causa di morte tra giovani; il codice della strada ha diminuito il numero di morti adulti, invariata invece la mortalità giovanile

ID Articolo: 36592 - Pubblicato il: 13 novembre 2013
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Paola Alessandra Consoli

 

“Vivo a modo mio, ma vivo,

vivo sperando continuamente, vivo…”

Mirta Bertolodo, L’albero spoglio, 1995

 

Prima e dopo l'incidente stradale. - Immagine: © fotomek - Fotolia.comL’incidente stradale costituisce la prima causa di morte tra i giovani dai 15 ai 24 anni, le misure protettive imposte dal codice della strada hanno diminuito notevolmente il numero di morti adulti per incidente, ma è rimasta pressoché invariata la mortalità giovanile, a dimostrazione che l’adolescenza stessa è uno dei fattori individuali che espongono i giovani a rischio di incidente (Fioravanti et al., 2009).

La ricerca ha dimostrato l’esistenza, in età adolescenziale, di una corretta percezione dei pericoli presenti sulla strada, ma anche una tendenza a sopravvalutare le proprie capacità di controllo e a ritenersi invulnerabili al pericolo. Inoltre i cambiamenti fisici e la fisiologica fragilità narcisistica adolescenziale si manifesterebbe in comportamenti trasgressivi che vogliono celare le sofferenze ansiose o depressive (Carbone et al., 2009).

Una ricerca realizzata presso quattro ospedali romani ha interessato 203 giovani pazienti ricoverati per trauma da incidente, grazie ai quali si sono esplorate le caratteristiche psicologiche e relazionali di questi pazienti per promuovere lo studio dei fattori psicodinamici che intervengono nel rischio di incidenti. L’intervista semi-strutturata e la somministrazione del Defence Mechanism Inventory (DMI) hanno portato ad alcune interessanti conclusioni:

  • i ragazzi che hanno subito uno o più incidenti provengono generalmente da famiglie che hanno vissuto maggiori traumi (decessi, incidenti), vivono conflitti familiari, delusioni sentimentali, fallimenti scolastici ripetuti, ricordano più facilmente gli eventi negativi del passato rispetto a quelli positivi;
  • i ragazzi poli-incidentati hanno un’autostima eccessiva e sopravvalutano la propria autonomia, sintomi di una maniacalità che rappresenta una fuga dalla depressione;
  • gli adolescenti incidentati utilizzano maggiormente, rispetto al gruppo di controllo, lo stile difensivo REV (negazione, diniego, formazione reattiva) e lo stile difensivo INT (intellettualizzazione, razionalizzazione, isolamento).

L’incidente stradale sarebbe allora la tendenza a tradurre in atto problemi e sofferenze che non si riesce ad affrontare e che possono aggravarsi con la coazione a ripetere tipica di quei giovani che hanno vissuto più di un incidente (Carbone et al., 2009).

In qualche caso, sembra che l’incidente sia la sola modalità attraverso cui il giovane sente di poter vivere, ricercando una seconda possibilità all’esperienza traumatica della propria nascita, alla vergogna di essere visti diversamente dal modo in cui si ha bisogno di apparire; una condanna interna a cui si cerca un freno disperato e disastroso all’angoscia di frammentazione, alla dispersione dell’identità o a stati mentali vissuti come intollerabili (Di Cioccio, 2009).

Ne consegue come sia prioritario insegnare ai giovani la distinzione tra esperienze di rischio che favoriscono la maturazione (rischio accettabile) ed esperienze che la bloccano tragicamente (rischio inutile), il rispetto per la propria vita e per quella altrui (Biondo, 2009).

La prevenzione deve essere una priorità per le istituzioni; l’educazione stradale non è sufficiente, ma è necessario imparare la lingua adolescenziale, entrare nel gruppo dei giovani, capire i loro codici perché solo così si potranno avviare con successo esperienze di prevenzione.

Messaggio pubblicitario Il Patto per il Rischio Accettabile ritiene che i fattori protettivi specifici per gli adolescenti siano: la possibilità di vedere valorizzate nel proprio ambiente naturale le proprie competenze, la possibilità di trovare nel proprio gruppo una posizione equilibrata (accettabile) sui comportamenti di rischio, relazioni significative. Si deve quindi impiegare il gruppo dei pari per la promozione del codice della strada, rendendo protagonisti gli adolescenti che sono allo stesso tempo attori e fruitori di questo percorso: un laboratorio in cui elaborare “la distruttività individuale per trasportarla dall’area del rischio inutile […] a quella del rischio accettabile” (Biondo, 2009).

Nell’ambito della psicologia sociale, sono considerati fattori predittivi per il rischio di incidente stradale l’autoefficacia regolatoria, cioè la “capacità di autoregolare affetti ed emozioni che si costruisce nel corso dello sviluppo attraverso l’interazione coi caregiver primari, ma che è stabilmente acquisita, nei casi fortunati, solo al raggiungimento della maturità” (ovviamente insufficiente in adolescenza), e la sensation seeking, “un tratto definito dalla ricerca di nuove, diverse, complesse e intense sensazioni ed esperienze e dalla volontà di correre rischi fisici, sociali, legali e finanziari allo scopo di amplificarle” (Zuckerman, 1979), più frequente nei giovani maschi occidentali (Pazzagli et al., 2009).

Le ricerche psicosociali sono state considerate insufficienti e riduzioniste nella spiegazione dei fattori di rischio e nella psicodinamica dell’incidente e quindi disdegnati dalla psicologia clinica che non può accontentarsi di pochi costrutti per analizzare la complessità della psiche giovanile.

Il paziente vittima di trauma cranico è costretto a riparare o ricostruire un senso del Sé e un’identità che l’incidente ha frammentato; cambiano le priorità, tutto ciò che prima aveva importanza assume adesso un significato differente. I familiari scoprono nel paziente una persona completamente diversa da quella con cui convivevano e devono sforzarsi di costruire con lui una nuova relazione. Lo staff medico e riabilitativo vede nel paziente l’espressione delle proprie umane paure: la vulnerabilità, la perdita di funzionalità, la morte (Cattelani, 2006).

L’impatto del trauma cranico è di tale gravità da giustificare l’affermazione secondo cui le vittime dell’incidente sono due: il paziente e la famiglia. Nelle prime ore dopo l’incidente, le reazioni di incredulità, impotenza, ansia, ingiustizia sono giustificate dalla sopraffazione del dolore, la famiglia si trova poi a dover decidere il miglior percorso assistenziale e riabilitativo e ad assumere ruoli per i quali non è preparata: infermiere, terapista, rappresentante legale.

Ad una prima fase di shock e disorientamento che accompagna la fase acuta e post-acuta dell’evento traumatico (rifiuto di allontanarsi dall’ospedale, interruzione della cura verso se stessi e verso gli altri familiari), segue una fase di depressione, ansia e negazione, quando è possibile trarre un bilancio dei deficit e del programma riabilitativo che il paziente dovrà affrontare (Cattelani, 2006).

Quando il paziente rientra in famiglia, è necessario che tutti i membri, dopo un esame della realtà, riassumano il loro ruolo in società e in famiglia. Il processo è reso più difficile se il paziente torna con gravi disabilità croniche o in stato vegetativo, perché i familiari sono costretti ad elaborare una perdita di validità del paziente e dell’intera famiglia: nulla sarà mai come prima. Per questo motivo si parla di lutto incostante” (mobile mourning): la persona è ancora viva, ma non partecipa attivamente alla vita familiare e i congiunti passano da uno stato d’animo di disperazione da lutto di chi ha perso la persona amata, alla rassegnazione di chi accetta un figlio, genitore, fratello inabile ma vivo e da questa considerazione cerca di reinventarsi la quotidianità della famiglia normale (Cattelani, 2006).

Le conseguenze emotive del TCE colpiscono anche la relazione coniugale di una coppia con un figlio vittima di trauma cranico, a cui si deve garantire assistenza emotiva e materiale. Gli effetti riguardano un indebolimento del legame coniugale e un cambiamento di ruolo della moglie che diviene solo madre, acquisendo un potere/controllo sul figlio disabile e sul marito (Camilli, 1995).

Il rapporto tra il giovane paziente e la madre è conflittuale: il figlio può manifestare una rinnovata dipendenza dalla madre, diventare egoista e noncurante delle necessità altrui, ma al tempo stesso può rivelare un comportamento di evitamento e di rifiuto verso di lei, perché è consapevole di non essere più un bambino.

L’istinto materno spinge la donna alla totale dedizione al figlio, trascurando le sue necessità e la sua vita sociale: madre e figlio vivono una rinnovata fase di simbiosi che deve evolversi in una separazione-individuazione, indispensabile affinché il secondo ricostruisca una propria identità anche e nonostante la sua disabilità cronica (Fiscarelli, 1995).

L’incidente che interessa un adolescente è persino più grave di uno occorso ad un adulto perché agisce su una personalità in formazione. Ancor prima che si verifichi l’incidente, in una fase della crescita distinta dalla fragilità narcisistica e da un lavoro di ricerca di se stesso, la sofferenza esistenziale dell’adolescente può rivelarsi nell’assunzione di comportamenti a rischio, ad esempio nella guida di veicoli (Carbone, 2005).

L’incidente è provocato da fattori esterni (il fondo stradale, la nebbia, le condizioni del mezzo), fattori consci (sfida, ricerca di emozioni forti) e inconsci (depressione, autolesionismo); può essere interpretato come “un agito autolesivo che coinvolge concretamente il corpo” (Carbone, 2005).

L’adolescente tende a “sovrainvestire il motorino di una potenza speculare e contraria al proprio senso di impotenza” (Giori, 2005, pag.157): il giovane è frustrato dalle richieste e imposizioni dell’ambiente di cui fa parte (familiare, scolastico, amicale) e il motorino (o l’auto) è un mezzo fisico e tangibile della possibilità di scappare dai suoi problemi.

Messaggio pubblicitario L’adolescenza è quindi un fattore di rischio perché il giovane vuole dimostrare di non essere più un bambino, costruisce la propria identità e il rischio della velocità fornisce quelle emozioni di cui ha bisogno per sentirsi vivo e presente; il motorino o l’auto invitano alla velocità e a prove di coraggio; il gruppo dei pari e la società in cui il giovane è inserito incitano a violare i limiti; infine i sentimenti di tristezza, di rabbia, di impotenza che caratterizzano l’adolescenza, sono tutte possibili fonti di distrazione dalla guida sicura (Giori, 2005).

Il trauma cranico non è solo fisico ma anche emotivo: è dolore, impotenza e dipendenza, è qualcosa che si è irrimediabilmente rotto per sempre, e che a fatica si proverà a ricostruire, pur sapendo che “non potrà mai più essere come prima” (Carbone, 2003).

La dignità della vita è al centro dell’attenzione: subito dopo l’arrivo dei soccorsi, perché qui la solitudine di chi non può esprimersi è legata indissolubilmente alla solitudine di chi deve decidere per lui, che sia un medico, che sceglie la terapia che ritiene migliore, o un familiare a cui si propone la scelta faticosa della donazione degli organi. Ma la dignità è in gioco anche quando ci poniamo la domanda se vivere coincida con la possibilità di gestire lo stare al mondo, godere delle proprie scelte e investire coraggio nei propri desideri o se invece corrisponda alla semplice presenza: esserci, se non nella propria vita, almeno nella speranza e nell’esistenza di chi ci è vicino.

Purtroppo la dimissione dell’ospedale coincide con una presa di responsabilità totale da parte della famiglia, che viene lasciata sola ad affrontare le conseguenze psicologiche del trauma sul giovane paziente e con poche istruzioni rispetto ai deficit cognitivi.

Sono quindi degne di nota le poche e coraggiose esperienze di accompagnamento e terapia di gruppo che si sono organizzate con lo scopo di creare un contenitore alle angosce dei pazienti traumatizzati cranici e delle loro famiglie.

Un esempio positivo è quello descritto da Bruni, che riguarda una breve psicoterapia di gruppo condotta presso il S. Filippo Neri di Roma, e che ha interessato 4 giovani pazienti traumatizzati cranici (da incidente stradale, rissa e caduta da cavallo), con una storia di recente coma post-traumatico e degenza in terapia intensiva di circa 2 settimane. Un gruppo a termine e omogeneo, quindi, la cui finalità non è riabilitativa, ma di integrazione dell’esperienza emotiva del trauma, attraverso la tecnica delle libere associazioni (Bruni, 2009).

La terapia è di ispirazione bioniana, secondo cui “il gruppo si sviluppa fino a che le emozioni diventano esprimibili in termini psicologici, e la costituzione della mente gruppale (funzione gamma) permette la trasformazione di elementi sensoriali e grezzi (elementi beta) in emozioni narrabili” (Bion, 1961).

I sogni del gruppo narrano la vicenda somatica, riguardano il vissuto personale e gruppale della malattia: il trauma non può essere né ricordato né rimosso, ma segnala il sovraffollamento affettivo che ha superato le capacità integrative dell’esperienza del Sé. Dal sogno emerge la solitudine e la difficoltà a comunicare l’esperienza del buio vissuta durante il coma: nessuno, al di fuori del gruppo, può realmente capire la violenza di questa esperienza.

Il sogno gruppale è il segnale dell’investimento affettivo sul gruppo, che diviene fonte di appagamento per i partecipanti, un seno buono a cui affidarsi con fiducia.

Il gruppo si dota quindi di un apparato per pensare i pensieri, i ragazzi condividono i temi più dolorosi (la terapia intensiva, la paura di morire, la rabbia, il dolore fisico e l’idea del suicidio) e le speranze per un futuro che sentono ancora come un forte richiamo alla vita. E’ il contenitore necessario dove riversare le paure, del passato, quindi di ciò che erano e, forse, non vogliono più essere, e del futuro, che deve essere costruito con nuovi e più motivati progetti, c’è l’assoluta necessità a non gettare via la seconda possibilità ricevuta, anzi a meritarla, e fare di questa esperienza un’opportunità di crescita (Bruni, 2009).

Il gruppo dona ai giovani pazienti, la possibilità di elaborare il proprio lutto, per una vita che è tutta da ricostruire. C’è la possibilità di chiudere un cerchio esistenziale e aprirne un altro, già avviato grazie all’omogeneità dei pazienti: corpi a contatto, che hanno il piacere della condivisione, drammatica ma personalissima del proprio dolore. Ma da questo dolore rinascono con un nuovo sé corporeo rivolto al futuro.

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