Tribolazioni 13 – La Dimensione Delirante

Tribolazioni 13-La Dimensione delirante: Prendere atto dei propri errori è adattivo, consente di migliorare le proprie mappe e di perseguire i propri scopi.

ID Articolo: 34457 - Pubblicato il: 23 settembre 2013
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TRIBOLAZIONI 13

LA DIMENSIONE DELIRANTE

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Tribolazioni 13 - La Dimensione delirante. -Immagine: © lassedesignen - Fotolia.comPrendere atto dei propri errori è certamente adattivo perché consente di migliorare le proprie mappe e di meglio perseguire i propri scopi. Tuttavia nell’immediato genera emozioni sgradevoli di ansia per la sensazione di imprevedibilità dell’ambiente e scoraggiamento per il lavoro di ristrutturazione cognitiva che si rende necessario.

Per evitare queste due emozioni negative  si è sviluppato l’uso di meccanismi confermazionisti che risultano disadattavi impedendo il cambiamento e causando il ripetersi di fallimenti analoghi.

Gran parte del loro tempo gli esseri umani lo impiegano a cercare  conferme alle proprie convinzioni e a nascondere o ignorarne le disconferme. Avere torto fa male. E’ certamente utile rendersene conto infatti, secondo il falsificazionismo popperiano (Popper 1934, 1963, 1970, 1972; Popper, Lorenz 1985; Pera 1982;), è l’unico modo che abbiamo per rendere più verosimili le nostre teorie e dunque efficaci per il raggiungimento degli scopi, ma fa male.

Dovremmo chiederci perché una cosa utile faccia male anche se per esperienza sappiamo che “tutto ciò che è buono fa male, fa ingrassare o è peccato” e di contro “più le medicine fanno male e sono cattive e più sono efficaci”. Proviamo a rispondere a questa domanda in modo meno aneddotico. Intanto il torto è tanto più doloroso quanto più riguarda idee importanti e centrali nel nostro sistema. Il dolore del torto è un miscuglio di due emozioni: l’ansia e lo scoraggiamento.

  1. L’ansia deriva  dalla percezione di aver perso capacità predittiva rispetto ad un certo dominio di fenomeni (Kelly 1955;Lorenzini, Sassaroli 1995). Improvvisamente il sistema “sa di non sapere”. Non è il semplice “non sapere” che genera ansia. Le molte cose che non conosciamo non ci danno alcuna preoccupazione. Quest’ultima subentra invece solo a seguito di un fallimento previsionale. Fino a quel momento credevamo di sapere, poi una invalidazione ci convince che sbagliavamo. In un certo ambito conoscevamo e invece non conosciamo più. Più è ampio il campo in cui si resta senza prevedibilità,  maggiore sarà l’ansia. Ma non c’è solo l’ansia. 
  2. Lo scoraggiamento è la sensazione che si ha di fronte alla necessità di compiere un lavoro faticoso, dall’esito incerto e del tutto inaspettato. Infatti, di fronte ad una invalidazione il sistema deve compiere un lavoro di ristrutturazione complessivo dovendo aggiornare le mappe che si sono dimostrate imprecise. Questo lavoro di ristrutturazione interna sarà tanto più faticoso, lungo e impegnativo tanto più l’invalidazione avrà colpito una credenza centrale. Tempi e costi diversi sono da prevedere se in una costruzione sarà da sostituire la grondaia o il muro maestro e  l’architrave che regge il tetto. Paura e scoraggiamento.

Se i sistemi cognitivi avessero una voce di fronte ad una invalidazione importante direbbero: “che paura e che palle!”. Cosa che effettivamente talvolta mettono in bocca ai loro legittimi proprietari. Insomma gli esseri umani non sono certamente scienziati rigorosamente popperiani che gioiscono di fronte ad un loro errore certi che sia occasione di accrescimento della loro conoscenza. Lì per lì sperimenteranno paura e scoraggiamento.  Non è di questa sofferenza normale, evolutiva e adattiva perché accompagna una revisione delle mappe che intendo occuparmi ma esattamente delle manovre difensive da essa.

Voglio analizzare le tribolazioni conseguenti al tentativo di evitare la sofferenza (paura e scoraggiamento) associata alla scoperta di avere torto. Il tentativo di evitarla comporta un blocco del processo di cambiamento  ed in particolare dell’adattamento (in senso piagetiano) degli schemi cognitivi (Chapman,Chapman 1988; Lorenzini, Sassaroli 1992a, 1992b; Coratti, Lorenzini 2008; Rossi Monti 1984;Stanghellini, Rossi Monti 2009; Stanghellini 2006).

In un altro lavoro dedicato ai disturbi mentali gravi ho sostenuto come questa tendenza a non prendere atto delle invalidazioni sia presente e persino utile, in piccole dosi nella vita normale (fisiologico confermazionismo). Acquisti talvolta l’aspetto del franco autoinganno (Mancini, Magri 1999; Mele 1995, 1996. 1999; Miceli 1999; Miceli, Castelfranchi 1995; Taylor 1989, 1991; Marraffa 1999). Sia presente nella difficoltà al cambiamento nei disturbi nevrotici e raggiunga la sua più compiuta espressione nei disturbi deliranti.

Altri autori hanno dedicato ricerche e accurate rassegne ai meccanismi con i quali questa tendenza a evitare di avere torto (confermazionismo) si realizza e ad essi si rimanda (Arntz, Rauner, Van de Hout 1995; Bagnara 1984; Bradley et al. 1995;Cioffi 1989; Buonanno et al. 2009;Castelfranchi, Mancini, Miceli 2002). Mi limito semplicemente ad elencare alcuni dei meccanismi più noti e frequenti:

  1. Focalizzarsi solo sulla ipotesi principale cercando con attenzione e memoria selettive solo le conferme ad essa piuttosto che le falsificazioni (vedi il Wason selection task).
  2. Non elaborare ipotesi alternative, considerandone solo una (detta focale) sia che la si voglia confermare che escludere.
  3. Evitare esperimenti cruciali per non rischiare l’invalidazione e dunque non falsificare mai la credenza di partenza secondo la regola “better safe than sorry”
  4. Utilizzare come conferma delle proprie valutazioni le stesse emozioni che ne sono la conseguenza “ex consequentia reasoning o emozional reasoning”

Utilizzare la cosidetta “euristica della disponibilità” secondo cui più una cosa è rappresentata nella mente più la si ritiene probabile e vera.

  1. L’”Euristica dell’ancoraggio” secondo cui se si pensa qualcosa deve esserci un fondo di verità.
  2. Un circolo confirmatorio particolarmente evidente è il “mood congruity effect” secondo il quale le emozioni che sono prodotte dalle valutazioni cognitive elicitano e incrementano pensieri, valutazioni e  ricordi congrui con esse con il risultato di incrementarle e di evitare l’invalidazione dei pensieri che ne erano la causa (Bower 1981;Mancini, Gangemi, Van de Hout 2007).

Dalle ricerche risulta che gli esseri umani non sono astrattamente interessati alla ricerca della verità (Baron 2000) ma piuttosto al raggiungimento dei propri scopi e, ancora di più, per ovvie ragioni evoluzionistiche, ad evitare errori cruciali che impedirebbero di perseguire in futuro qualsiasi altro scopo secondo la regola “primo non prenderle”.

In sintesi la ricerca della verità è sottomessa alla ricerca della felicità. La regola sembra essere “per la crescita della conoscenza in vista del raggiungimento di un obiettivo in positivo si può accettare anche di mettere in discussione le proprie credenze precedenti e correre una certa dose di rischio della novità (si può essere un po’ popperiani). Al contrario per evitare un pericolo, soprattutto se grave, non si accetta di correre  rischi e ci si affida più volentieri alle credenze che fino a quel momento hanno consentito di salvare la pelle”. In altri termini. Il falsificazionismo popperiano si addice all’esplorazione come il confermazionismo al pericolo e alla fuga. Insomma sembra che quando le cose vanno bene siamo disposti a sperimentare ed esplorare soluzioni nuove anche correndo il rischio di sbagliare. Al contrario nei momenti di difficoltà diventiamo conservatori e applichiamo soluzioni vecchie a problemi nuovi.

Riassunti brevemente i meccanismi alla base del confermazionismo ci chiediamo ora se, al di là della psicopatologia, essi abbiano un ruolo nel generare le tribolazioni di cui ci occupiamo. Di fronte al fallimento nel perseguimento di uno scopo si ha una evidente sofferenza, che chiameremo di primo livello,  per non aver raggiunto uno stato desiderato. A questa può associarsi immediatamente una sofferenza, per così dire di secondo livello, per aver fallito lo scopo relativo all’identità di essere un buon perseguitore di scopi.

Ma poiché il sistema cognitivo oltre a monitorare l’ambiente esterno monitora anche se stesso ben presto si accorge non solo di aver mancato la preda (soff. 1° livello) e di averla mancata a motivo di un proprio errore (soff. 2° livello) ma anche che l’errore compiuto è sempre lo stesso e sebbene conosciuto si ripete inevitabilmente. Questo tipo di valutazioni su di sé possono portare a convinzioni circa l’impossibilità di cambiare. Dunque mancanza di speranza (disperazione) e impossibilità di essere aiutati (inaiutabilità). Questo è un terzo livello di sofferenza. Insomma molte persone non solo sono tristi e dispiaciute per aver fallito. Sono anche arrabbiate con sé stesse per l’errore commesso. Infine sono avvilite e scoraggiate per il fatto di commettere sempre gli stessi errori. 

Per evitare questa ultima sgradevole emozione si possono adottare due strategie apparentemente opposte ma altrettanto inefficaci e dannose.

  • Da un lato si può evitare di cimentarsi in compiti nei quali si preveda un fallimento: la tristezza da mancato raggiungimento dello scopo (soff. 1 livello) resta, ma vengono risparmiate le altre due sofferenze.
  • Dall’altro lato si può cercare rapidamente di mettere in atto la strategia che si sa perdente, andando volontariamente incontro all’insuccesso. Si intenda bene. Ciò non è attribuibile in alcun modo ad una sorta di principio masochistico e viene fatto per tre possibili ordini di vantaggi.
    1. In primo luogo si riduce il tempo dell’incertezza sul risultato talvolta più penoso del fallimento stesso.
    2. In secondo luogo si percorrono strade che conducono al fallimento che sono però ben conosciute e dunque, tutto sommato, meno minacciose di possibili errori imprevisti dalle ulteriori conseguenze sconosciute.
    3. In terzo luogo intorno a quel peculiare modo di sbagliare si può costruire progressivamente un nucleo di identità. Quando una persona ci riferisce di “essere sempre il solito stupido” ed elenca una serie ripetuta di occasioni in cui ha commesso lo stesso errore dobbiamo stare attenti. Quel “solito” rappresenta un elemento di identità costante nel tempo. Spesso e volentieri costituisce un tratto distintivo rispetto agli altri, qualcosa che lo fa diverso e un po’ speciale. Stante dunque che siamo destinati a sbagliare che sia per lo meno sempre lo stesso errore, quello che ci contraddistingue e ci fa unici.

Messaggio pubblicitario Proviamo ora ad analizzare cosa significhi concretamente apprendere dall’errore, come ciò normalmente avvenga e come possa invece non avvenire.

Cosa significa esattamente che sbagliando si impara?( Lorenzini, Scarinci 2010) E’ assolutamente ovvio e banale che se una soluzione non funziona la si abbandoni ma il processo di problem solving per tentativi ed errori è più complesso e perciò più efficiente. Proverò a descriverlo.

La versione più banale è che di fronte al problema P1 si generino  una serie di soluzioni S1, S2….Sn. e che quelle che risultino fallimentari non vengano più utilizzate in futuro con un meccanismo darwiniano in cui la generazione di soluzioni è del tutto casuale e senza vincoli e solo nell’eliminazione degli errori interverebbe l’influenza dell’ambiente. Si tratterebbe di un processo stocastico puro necessitante soltanto di una memoria per ricordare i fallimenti in modo da non ripeterli. Tuttavia è scarsamente efficiente. Ogni volta vengono generate una enormità di alternative possibili che poi dovranno essere sottoposte ad un lungo e diseconomico processo di eliminazione. Si producono inutilmente troppe cose destinate al macero. Un sistema che attui una simile strategia a tappeto dopo un po’ non solo ha imparato un po’ di cose sul mondo a forza di errori ma anche sul suo stesso modo di imparare per renderlo più rapido ed efficiente

Questo meccanismo Bateson (1972) lo definisce apprendimento 2 o deuteroapprendimento, un cambiamento nel processo stesso dell’apprendimento 1. Per esempio un cambiamento dell’insieme di alternative entro il quale si effettua la scelta, o un cambiamento della segmentazione della sequenza delle esperienze (Freeman 1999;Mancini, Sassaroli, Semerari 1984)

Aiutiamoci con un esempio.

Un importante anello come la fede nuziale cade nello scarico del lavandino. Subito si attiva in Carlo lo scopo strumentale di recuperarlo in vista dello scopo sovraordinato di non irritare la moglie che è il suo obiettivo strategico.

Immediatamente esclude l’ipotesi di chiedere aiuto perché non vuole che si sappia dell’accaduto. La richiesta di aiuto potrebbe facilitare il recupero ma metterebbe comunque a rischio lo scopo sovraordinato di tenere tutto nascosto alla moglie. Si taglia via così un’ampia gamma di soluzioni possibili. Succede spesso che un problema appaia senza soluzione perché per scelta metodologica a priori non si prendono neppure in considerazione tutta una serie di possibili strategie. Di conseguenza Carlo parte  per il recupero contando solo su di sé.

Tenta di ripescare la fede con l’indice e riesce a toccarla di sfuggita ma non l’aggancia. Riprova con il medio che è più lungo ma non la prende. Esclude le rimanenti tre dita grazie alla conoscenza di sfondo che sono più corte. Fino a questo momento ha utilizzato la strategia generale del “ripescaggio” nella sua prima versione “quella manuale con prensione” e prende atto che non funziona.  Esclude di poterlo afferrare con le mani e tenta  con una penna più lunga delle dita. Sente di toccarlo con facilità ma come agganciarlo? Abbandona la penna e utilizza delle forbici sperando che nel chiuderle afferrino la fede, ma metallo contro metallo non fa presa. Non  tira su un bel niente.

Poi pensa che se deve pescare l’anello ci vuole un amo. Modella un filo di ferro a forma di gancio e lo infila pazientemente lungo lo scarico. Lo tocca con certezza e lo sente muoversi, ma verso il basso. Anche la strategia generale del ripescaggio nella sua seconda versione “quella strumentale con prensione” non ha dato risultati

Finalmente dopo aver provato con dita, penna, forbici e filo di ferro decide di non cambiare strumento ma di abbandonare tutta la tattica del ripescaggio con prensione e non soltanto la singola tecnica. Lo attirerà con una calamità. Si tratta pur sempre di una strategia di ripescaggio (l’anello deve tornare su) ma senza prensione.  Forse la scarsa potenza del magnete,  il fatto che tutto è bagnato, o l’eccessiva distanza non concedono la minima speranza. Adesso avviene un ulteriore e più sofisticato cambiamento. Non solo non funziona il ripescaggio manuale con prensione e il ripescaggio strumentale con prensione ma neppure il ripescaggio magnetico. Potrebbe immaginare nuove modalità possibili di ripescaggio (ad esempio aspirativo ecc.) ma non lo fa. Forse per un criterio di tempo o forse per una sorta  di “regola del “tre” secondo la quale dopo tre tentativi falliti ad un certo livello non sia opportuno provarne un quarto ma cambiare il livello immediatamente sovraordinato, abbandona la strategia generale del ripescaggio.

Carlo decide di portare l’attacco al cuore dello stato, là dove l’anello staziona: lo scarico. Deve smontarlo ed essendo l’ampolla in  PVC prova a farlo con le mani ma senza successo. La strategia generale del prelievo diretto nella “versione manuale” fallisce.

Anche con gli attrezzi rimediati di cui dispone non va meglio. Anche la strategia generale del prelievo diretto nella sua versione “attrezzi rimediati” non porta a nessun risultato. Del resto non può chiedere al vicino di casa, noto bricoleur, perché ha deciso di mantenere il segreto (scelta metodologica restrittiva iniziale). Il tempo stringe e presto la moglie comparirà sulla porta del bagno e, notando il disordine e gli schizzi d’acqua, inizierà la tragedia ancor prima di sapere della fede persa che costituirà la scena madre dell’ultimo atto. Forse perché sente il tempo stringere o perché valuta che un possibile esito infausto della strategia del prelievo diretto ripetuta con più veemenza potrebbe essere la rottura del PVC e dunque il palesarsi di tutta la vicenda, va in deroga alla “regola del tre”, lascia perdere il prelievo diretto e  decide di cambiare strategia.

Se l’anello non torna su ne ripescandolo ne attirandolo e non si riesce ad accedere alla sua tana allora lo manderà giù. Facendolo scorrere raggiungerà la scatola del sifone dove potrà essere recuperato. Il sifone può essere facilmente svitato anche con le mani. Per spingerlo giù aumenta il flusso dell’acqua. La strategia generale “spingimento verso il basso” è tentata con lo strumento “flusso copioso di acqua” che non funziona. Allora inspiegabilmente apre quella calda ma si avvede che trattasi di bischerata. L’acqua fredda e quella calda  hanno la stessa capacità di spinta. Riflettendo su questo si rende conto che la capacità di spinta è data da una caratteristica che è la densità che comporta l’attrito con l’anello. Allora prova con vari liquidi più densi (saponi vari),  ma non accade nulla, i liquidi non bastano e ricorda dei primi tentativi di ripescaggio che al contrario lo spingevano in basso.  Riprende il filo di ferro e con un colpo secco spinge l’anello che rotola in fondo al sifone.

Quando la moglie irrompe lo trova seduto per terra che rimira estasiato l’anello d’oro tra le sue mani e  prima che parta per una ramanzina sul caos presente le si rivolge esprimendosi dolcemente: “ancora mi ricordo quel giorno meraviglioso che mi ha illuminato la vita, amore mio!” 

Soddisfatto della sua prontezza si interroga su come abbia fatto. Proviamo ad aiutarlo nella ricostruzione.

Quando l’obiettivo strategico si attiva esclude immediatamente una ampia gamma di alternative perché non vuole che si sappia.

Quindi sono esaminabili solo alternative in cui operi da solo.

Messaggio pubblicitario Opta per una prima strategia (S1) “il ripescaggio con prensione”, da dove è entrato dovrà pur uscire,  che attua con una serie di tecniche in successione: dito indice, medio, penna, forbici, amo. A questo punto non prosegue con altre tecniche per la stessa strategia ma decide che è la strategia ad essere infruttuosa e la abbandona per (S2) “il ripescaggio per attrazione” che si esaurisce presto per manifesta inefficacia. Pensa che non si possa fargli fare il percorso a ritroso e decide di raggiungerlo lì dov’è (S3) strategia del ”prelievo diretto” con lo smontaggio dello scarico che tenta con due tecniche: a mani nude e con attrezzi di fortuna.

Non ottiene risultati e abbandona S3 per (S4)”strategia di spingimento” lo spinge verso il basso, l’esatto contrario del ripescaggio: Anche qui usa due tecniche i liquidi più o meno densi e finalmente il filo di ferro.

Per riassumere schematicamente abbiamo:

L’obiettivo Strategico è recuperare senza l’aiuto di altri la fede al fine di non irritare la moglie

La prima  strategia è:  ripescarlo con prensione: tecnica 1: dito indice; tecnica 2: dito medio; tecnica 3: penna; tecnica 4: forbici; tecnica 5: amo.

La seconda strategia è ripescarlo per attrazione: tecnica 1: calamità.

La terza strategia è il prelievo diretto smontando lo scarico: tecnica 1: mani nude; tecnica 2: attrezzi di fortuna.

La quarta tattica: spingerlo in basso; tecnica 1: liquidi; tecnica 2: filo di ferro

Quindi avvengono due tipi di apprendimento con l’errore .

Il primo è il cambiamento di alternative all’interno dello stesso livello che sia tecnico, tattico o strategico. Il secondo è il cambiamento di alternative al livello immediatamente superiore. Probabilmente il cambio di livello dove operare il cambiamento segue “la regola del tre”(dopo tre tentativi falliti ad un certo livello si sale di un livello)

Questo presuppone una distinzione tra:

Obiettivi strategici.

Tattiche generali per perseguirli

Specifiche tecniche per mettere in atto le tattiche.

Occorre ancora notare nel banale esempio concreto che abbiamo riportato come ciò che orienta effettivamente le scelte sia lo scopo sovraordinato per cui si preferisce fallire degli scopi strumentali intermedi non adottando le strategie più efficaci e ripetendo errori conosciuti, pur di non mettere in pericolo lo scopo finale. 

Dopo questo lungo esempio sulle strategie di cambiamento che il prendere atto degli errori innesca torniamo al tema principale sintetizzando i concetti.

Prendere atto dei propri errori è certamente adattivo perché consente di migliorare le proprie mappe e di meglio perseguire i propri scopi. Tuttavia nell’immediato genera emozioni sgradevoli di ansia per la sensazione di imprevedibilità dell’ambiente e scoraggiamento per il lavoro di ristrutturazione cognitiva che si rende necessario.

Per evitare queste due emozioni negative  si è sviluppato l’uso di meccanismi confermazionisti che risultano disadattavi impedendo il cambiamento e causando il ripetersi di fallimenti analoghi. Questi fallimenti generano a loro volta emozioni negative di dispiacere per il mancato raggiungimento dell’obiettivo, rabbia verso di sé per l’errore commesso, avvilimento e scoraggiamento  per il ripetersi dei sempre medesimi errori con vissuti di disperazione e inaiutabilità. Per evitare tutto ciò si adottano due possibili alternative entrambi, a loro volta generatrici di sofferenza.

Il non cimentarsi per non sbagliare.

Oppure non tentare alcuna modifica delle strategie consuete ancorchè inefficaci. Ciò presenta il costo di fallire ulteriormente gli obiettivi ma ha il vantaggio di sbagliare in modo conosciuto e in fretta eliminando l’angosciosa attesa degli esiti negativi. Nonché consente di costituire un nucleo stabile di identità dell’individuo.

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