Come le nuove tecnologie hanno modificato il nostro stile di vita

Le nuove tecnologie hanno generato cambiamenti nei propri pensieri, stile di vita e nel modo di vivere le relazioni sociali. 

ID Articolo: 118149 - Pubblicato il: 24 febbraio 2016
Come le nuove tecnologie hanno modificato il nostro stile di vita
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Nuove tecnologie: Nel corso della nostra storia evolutiva, i nostri sistemi cognitivi sono stati modificati con l’avvento di invenzioni tecnologiche come gli strumenti primitivi, la lingua parlata, la scrittura e i sistemi aritmetici. Trenta anni fa, Internet è emerso come l’ultima invenzione tecnologica pronta a ridisegnare profondamente la mente umana e a trasformare i nostri pensieri e il nostro stile di vita.

Laura Prosdocimo, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

Le nuove tecnologie

Secondo Stefano Rodotà la tecnologia

libera la vita da antiche schiavitù, quelle dello spazio e del tempo, e questo è già realtà per milioni di persone. Internet non è soltanto il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto. È un luogo dove la vita cambia qualità e colore, dove sono possibili l’anonimato e la moltiplicazione delle identità, la conoscenza e l’ubiquità, la libertà piena e il controllo totale. In rete ognuno può essere davvero “uno nessuno e centomila”, come diceva Luigi Pirandello, e vedere realizzata l’aspirazione dello Zelig di Woody Allen: “Vorrei essere tante persone. Forse un giorno questo si avvererà”. La grande trasformazione tecnologica cambia il quadro dei diritti civili e politici, ridisegna il ruolo dei poteri pubblici, muta i rapporti personali e sociali, e incide sull’antropologia stessa delle persone. (Rodotà, 2005).

Se, in effetti, Internet ha molto da offrire a chi sa ciò che cerca, è anche in grado di completare la stupidità di chi naviga senza bussola
(Laplante, 1995). Questa frase di Laurent Laplante, giornalista canadese, inquadra perfettamente il dilemma che ha caratterizzato la rete sin dalla sua comparsa: Internet ha effetti negativi o positivi sul nostro modo di pensare e agire? La domanda è divenuta ancor più rilevante nel passaggio dal Web 1.0 al Web 2.0. Se il quesito iniziale è ancora pressoché insoluto, coloro che hanno tentato di dare una risposta si sono divisi fra quelli che hanno evidenziato i possibili effetti negativi del social web e quelli che ne hanno sottolineato le potenzialità per lo sviluppo umano (Baiocco L. et al. 2014).

L’uso dei social network è ormai generalizzato; in Italia ci sono 25 milioni di persone che usano Facebook (i profili aperti sono 28 milioni, 25 milioni sono quelli che nell’ultimo mese hanno effettivamente usato Facebook almeno una volta), oltre 9 milioni su Twitter, oltre 5 su LinkedIn (http://vincos.it); Badoo, uno dei social network fatti per trovare partner dichiara che in Badoo si può fare amicizia con più di 10 milioni (il 70% sono maschi e il 30% femmine).

 

Cosa cambia con le nuove tecnologie

Le nuove tecnologie sono seducenti quando ciò che offre soddisfa la nostra vulnerabilità umana; si scopre allora che siamo davvero molto vulnerabili. Ci sentiamo soli, ma abbiamo paura dell’intimità: le connessioni digitali possono offrire l’illusione della compagnia senza gli impegni dell’amicizia; la nostra vita in rete ci permette di nasconderci a vicenda anche mentre siamo allacciati l’uno all’altro (Turkle S., 2012); preferiamo comunicare per sms che parlare. La tecnologia ci offre delle alternative alla comunicazione faccia a faccia, ci permette di comunicare facilmente quando vogliamo liberarci a nostro piacimento, abbiamo la possibilità di ridurre il contatto umano. Quando è la tecnologia a costruire la nostra intimità le relazioni possono ridursi a semplici connessioni e con la connessione costante arrivano nuove ansie da disconnessione.

Messaggio pubblicitario Le nuove tecnologie consistono in smartphone, tablet, pad ecc. a cui non si riesce più a rinunciare e il termine “nomofobia”, letteralmente “no mobile phobia” è stato coniato proprio per definire la paura di perdere o essere senza il proprio cellulare. Questo tipo di paura genererebbe dei veri e propri stati di ansia e frustrazione al pari di qualsiasi altra fobia e sarebbe collegata alla paura di non sentirsi più in contatto con amici e famigliari (King et al., 2013).
A partire dal 1996, grazie al pionieristico lavoro della statunitense Kimberly Young (1998), è stata ipotizzata e documentata una forma di dipendenza da Internet nota con l’acronimo di IAD, Internet Addiction Disorder. La IAD è una delle ultime forme delle cosiddette “dipendenze senza sostanze”.

Questo studio ha riportato risultati interessanti: i soggetti riconosciuti come affetti da internet addiction disorder erano in maggioranza donne, verso la mezza età, utilizzavano il pc per un tempo otto volte superiore agli altri individui e presentavano problemi rilevanti nella loro vita economica, lavorativa e relazionale e di sostegno. Inoltre prediligevano un uso di internet a scopo interazionale e relazionale ( chat, ad esempio). Per quanto riguarda gli uomini, essi mostravano una preferenza per i giochi aggressivi ed è risultato che utilizzassero internet maggiormente per siti pornografici e chat erotiche.

 

Come le nuove tecnologie hanno modificato lo stile di vita

Dal punto di vista clinico, è emerso che la personalità predisposta ad un disturbo da dipendenza da internet sia costituita da tratti ossessivo-compulsivi, instabilità sociale, inibizione relazionale ed una certa inclinazione al ritiro sociale, e dimensioni di sensation seeking.
Ciascuno di noi, da ben prima che arrivasse Internet, faceva parte di una quantità di reti: familiari, scolastiche, associative, lavorative. Ognuna di queste reti ha un proprio “oggetto sociale”, segni di (auto)riconoscimento, regole implicite ed esplicite che definiscono le relazioni fra chi ne fa parte; quel che è successo negli ultimi 15 anni è che ci siamo trovati in mano strumenti che ci permettono di:
– Gestire in modo molto più rapido ed economico la comunicazione all’interno delle reti di cui già facciamo parte (una mailing list o un gruppo segreto su Facebook sono mille volte più efficienti della catena di telefonate);
– Restare in contatto facilmente con persone che altrimenti avremmo perso, riducendo così il costo di mantenimento dei legami sociali “deboli” (il gruppo di persone che si sono conosciute in vacanza, la classe delle elementari); cercare e trovare persone che ancora non conosciamo ma con cui condividiamo passioni e interessi, creando nuove reti all’interno delle quali, spesso, sul terreno della passione comune germogliano amicizie e amori.

Le nuove tecnologie ridisegnano il paesaggio della nostra vita emotiva; ma ci offrono davvero la vita che vogliamo vivere?
I”Nativi digitali” cresciuti con Internet, gravitano verso “superficiali” comportamenti di elaborazione delle informazioni sono capaci di un rapido spostamento dell’attenzione e ridotte capacità di riflessione. Adottano comportamenti multitasking che sono collegati a una maggiore distraibilità e scarse capacità di controllo esecutivo. I nativi digitali presentano anche una maggiore prevalenza di comportamenti di dipendenza legate a Internet che rispecchiano degli alterati meccanismi di ricompensa e autocontrollo. Recenti indagini di neuroimaging hanno suggerito associazioni tra questi impatti cognitivi legati a Internet e i cambiamenti strutturali nel cervello. (Kep Kee L., Ryota K.,2015).

Certo, le nuove tecnologie hanno i loro indubbi vantaggi ma, come per tutte le cose, per trarne davvero vantaggio ci vuole equilibrio.
Gli studi di Ellison, Steinfield e Lampe (2007) e di Mazzoni e colleghi (Frozzi e Mazzoni, 2011; Mazzoni e Gaffuri, 2009; Mazzoni e Iannone, 2014) evidenziano come l’uso di Internet, in particolar modo dei Social Networking Sites (SNS), possa essere concepito come un organo funzionale (Leont’ev, 1974) che potenzia o sostiene le abilità umane.

Ricerche recenti hanno mostrato come l’utilizzo dei SNS possa portare a un maggior grado di benessere. Valkenburg, Peter e Schouten (2006) hanno evidenziato come la frequenza d’uso di un SNS tedesco influisca indirettamente sull’autostima e sul benessere psicologico di un campione di adolescenti, grazie anche alla frequenza dei feedback positivi ricevuti sul proprio profilo.

In un altro studio, analizzando la relazione tra i possibili benefici ricavabili dalla creazione e dal mantenimento delle relazioni interpersonali, l’autostima e l’uso dei SNS in studenti americani di college, è risultato che coloro che avevano una bassa autostima traevano maggior beneficio dall’utilizzo di Facebook rispetto a coloro che avevano un’autostima più elevata (Steinfield et al., 2008). I recenti contributi di Frozzi e Mazzoni (2011) e di Mazzoni e Iannone (2014), basati su un impianto teorico e metodologico simile a quello proposto da Steinfield, Ellison e Lampe (2008), hanno mostrato come i risultati rintracciati nel campione di studenti di college americani siano simili a quelli di studenti italiani alle prese con la transizione dalla scuola secondaria di secondo grado all’università.

Messaggio pubblicitario Database Terapeuti SC 2016 La rete agevola e velocizza le attività umane in molti ambiti, lavorativi e non, producendo vantaggi economici (in termini di spostamenti in auto, treno e aereo, che caratterizzano i rapporti in presenza) e ambientali non secondari. Allo stesso tempo sostiene, migliora e potenzia alcuni aspetti essenziali che caratterizzano la vita umana, fra cui la socialità, la ricerca di informazioni e la gestione di varie incombenze personali e famigliari (Frozzi e Mazzoni, 2011; Mazzoni e Gaffuri, 2009).

L’influenza delle interazioni online sulla società porterebbe, quindi, a una trasformazione dei gruppi di quartiere in reti sociali, senza intaccare in modo significativo le interazioni faccia-a-faccia tra i suoi membri, ma rendendone più frequenti i contatti e rafforzandone anche i legami interpersonali (May, 2000).

L’autocontrollo e l’autoregolazione permettono di gestire attivamente una determinata situazione, dall’altro, la consapevolezza di ciò che si sta facendo permette di avere un costante monitoraggio sull’andamento della situazione. Con il termine «mindfulness» (consapevolezza) si definisce proprio la presenza o l’assenza di attenzione e di consapevolezza relativamente a quanto avviene nel presente (Walach et al., 2006) o, più semplicemente, un’oggettiva esperienza di consapevolezza (MacKillop e Anderson, 2007).

Dato che la mindfulness ha un ruolo importante nel mantenere una certa dose di attenzione ed evitare comportamenti negativi, alcuni studiosi (Lee e Lai, 2014) si sono chiesti se questo fattore possa diminuire il rischio di comportamenti di dipendenza da Internet negli adolescenti. Lungi dal pensare che solo negli adolescenti la mindfulness possa influire sui loro comportamenti online, è possibile certamente ipotizzare un effetto di questo fattore, associato all’autoregolazione, sull’utilizzo problematico di Internet.

Internet può essere analizzato all’interno di un continuum che ha come estremi, da una parte, l’uso funzionale in grado di potenziare le abilità dell’uomo e, dall’altra, l’uso problematico che può avere ripercussioni critiche nella vita quotidiana.
Sicuramente studi longitudinali in tale ambito ci permetteranno sempre più di comprendere quali variabili personali, sociali e ambientali possano spostare il nostro modo di utilizzare il web verso un polo o l’altro.

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Bibliografia

  • Baiocco L., Benvenuti M., Cannata D., Fossi E., Mazzoni E., Zanazzi L. (2014),Vita Online e Vita offline: come internet influisce sul nostro agire quotidiano, «Media Education Studi e ricerche», Vol.5 n.2 pp.131-148, Trento, Ed. Centro Studi Erickson.
  • Ellison N. B., Steinfield C. e Lampe C. (2007), The benefits of Facebook “friends”: Social capital and college students’ use of online social network sites, «Journal of Computer-Mediated Communication», vol. 12, n. 4, pp. 1143–1168.
  • Frozzi G., Mazzoni E. (2011), On the importance of social network sites in the transitions which characterize “emerging adulthood”, «ICST Transactions on E-Education and E-Learning», vol. 11, n. 9, pp. 1–11.
  • Kep Kee L., Ryota K.(2015), How has the internet reshaped human cognitivion?, Neuroscientist July 13, 2015.
  • King A. L. S., Valença A. M., Silva A. C. O., Baczynski T., Carvalho M. R. e Nardi, A. E. (2013), Nomophobia: Dependency on virtual environments or social phobia?, «Computers in Human Behavior», vol. 29, n. 1, pp. 140–144.
  • Laplante L. (1995), L’angle mort de la gestion, Saint-Nicolas, Québec, Univers, Distribution de livres.
  • Lee S. Y. e Lai C. C. (2014), Mindfulness, Internet Addiction, and Interpersonal Relationships: Can Mindfulness reduce Internet Addiction Behavior on Junior High School Students?, Saarbrucken, Germany, LAP – LAMBERT Academic Publishing.
  • Leont’ev A. N. (1974), The problem of activity in psychology, «Journal of Russian and East European Psychology», vol. 13, n. 2, pp. 4–33.
  • MacKillop J. e Anderson E. J. (2007), Further psychometric validation of the mindful attention awareness scale (MAAS), «Journal of Psychopathology and Behavioral Assessment», vol. 29, n. 4, pp. 289–293.
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  • Mazzoni E. e Gaffuri P. (2009), Personal learning environments for overcoming knowledge boundaries between activity systems emerging adulthood, «E-LEARNING PAPERS», vol. 15, n. 5, pp.1-10.
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  • Rodotà S. (2005), “Persona, Libertà, Tecnologia”www.dirittoequestionipubbliche.org/page/2005…/mono_S_Rodota.pdf
  • Steinfield C., Ellison N. e Lampe C. (2008), Social capital, self-esteem, and use of online social network sites: A longitudinal analysis, «Journal of Applied Developmental Psychology», vol. 29, n. 6, pp. 434–445.
  • Turkle S. (2012), Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, Torino, Codice Edizioni.
  • Valkenburg P. M., Peter J. e Schouten A. P. (2006), Friend networking sites and their relationship to adolescents’ well-being and social self-esteem, «CyberPsychology & Behavior», vol. 9, n. 5, pp. 584–590.
  • Walach H., Buchheld N., Buttenmuller V., Kleinknecht N. e Schmidt S. (2006), Measuring mindfulness – the Freiburg mindfulness inventory (FMI), «Personality and Individual Differences», vol. 40, n. 8, pp. 1543–1555.
  • Young K. S. (1998), Internet addiction: The emergence of a new clinical disorder, «CyberPsychology & Behavior», vol. 1, n. 3, pp. 237–244.
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