Rassegna Stampa: Mercoledì 02-11-2011
Bambini, working memory e il supporto genitoriale.
Il buon funzionamento della memoria di lavoro, quella che permette di conservare temporaneamente le informazioni utili allo svolgimento di un compito, è fondamentale nel problem solving e nell’apprendimento. un ampio studio in via di pubblicazione su Development and Psychopathology rivela che lo stress cronico elevato,provocato da situazioni di estrema povertà, favorisce deficit in questo tipo di memoria nei bambini. la responsività materna si è rivelata essere cruciale nel limitare gli effetti dello stress sul sistema mnestico, questa è misura della capacità del genitore di cooperare, aiutare il figlio, di adattarsi ai suoi stati d’animo a alle sue inclinazioni, ma anche di quanto un bambino si sente aiutato dal genitore o quanto questo si è mostrato disponibile a parlare e a fornire consigli quando necessario. il poter contare su un genitore attento e sensibile sembra essere un fattore protettivo potente, in grado di limitare significativamente gli effetti degli stressors ambientali sulla memoria di lavoro.
The face of love! Espressioni accomodanti e regolazione della tensione sociale.
Un interessante studio condotto da due ricercatori olandesi, sulla regolazione spontanea delle emozioni sociali si è occupata di stabilire se l’arrendevolezza, intesa come la tendenza a inibire consapevolmente una reazione negativa in risposta al comportamento aggressivo, può manifestarsi anche spontaneamente e in quali condizioni. durante i protocolli sperimentali i partecipanti alla ricerca hanno sorriso spontaneamente quando veniva mostrata la faccia arrabbiata del partner; i visi arrabbiati di sconosciuti invece venivano imitati, suscitando una spontanea reazione di disapprovazione. il livello di vicinanza interpersonale si è quindi rivelato un fattore importante nel promuovere il comportamento in esame, ma anche stili relazionali tipici dei partecipanti allo studio sembrano essere mediatori importanti: infatti le persone che si percepiscono parte della comunità, e tendono a percepire gli scambi interpersonali in modo collaborativo, mostrano spontaneamente maggiore mitezza e arrendevolezza nelle relazioni con gli altri, diversamente da quanto avviene in coloro che vivono le relazioni in termini di “do ut des”, cioè in modo maggiormente utilitaristico.
Zen or Revolution? Accettiamo ciò che è inevitabile, ma ci ribelliamo se si intravede una via d’uscita
Gli autori di un nuovo studio, che sarà pubblicato in un prossimo numero di Psychological Science, hanno indagato il perché le persone rispondono diversamente all’imposizione di regole e limiti. Da cosa dipende l’accettazione e il rispetto di una regola o di un limite? Perché a volte siamo disposti ad accettare una restrizione e altre lottiamo e protestiamo perché si giunga a una rettifica? La risposta sembra essere nella rigidità e immodificabilità della restrizione stessa. quando una regola viene percepita come immutabile, granitica, inevitabile, è più facile che venga accettata, cioè, se proprio dobbiamo convivere con una restrizione, meglio farla nostra che combatterla; quando invece capiamo che una regola imposta non è definitiva ci riesce difficile accettarne i limiti, in questo caso trasgredire e lottare per un cambiamento dello status quo è una possibilità percorribile e non una perdita di tempo ed energia. Questo processo è responsabile inoltre della ristrutturazione cognitiva che investe anche i giudizi personali sulla positività o negatività della restrizione subita: ciò che è inevitabile finisce addirittura per essere considerato una buona idea!
Felicità = Salute?
Nell’ambito dello studio longitudinale inglese sull’invecchiamento I ricercatori Andrew Steptoe e Jane Wardle hanno esaminato i dati raccolti in un un unico giorno, considerato una giornata tipo. A un gruppo di quasi 4000 persone, di età compresa tra i 50 e gli 80 anni, è stato chiesto fino a che punto si sentivano felici, eccitati, soddisfatti, preoccupati, ansiosi e timorosi su una scala da 1 a 4 e in diversi momenti della giornata. Le misure di felicità, eccitazione e soddisfazione sono state combinate per ottenere il punteggio di buon umore, mentre le misure di preoccupazione, ansia e paura quelle di cattivo umore. a questo punto i partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi a seconda del loro quoziente di buon umore; a distanza di 5 anni i ricercatori hanno voluto verificare il tasso di mortalità del campione e confrontarlo con i punteggi di buon e cattivo umore ottenuti: la relazione inversa tra il punteggio di buon umore e il tasso di mortalità è stata così evidente da aver addirittura impressionato i ricercatori che hanno concluso affermando che la ricerca della felicità ha effetti diretti e incontestabili sulla salute fisica.

Il craving è descritto come un’esperienza soggettiva che motiva gli individui a cercare e raggiungere un oggetto o praticare un’attività (target) allo scopo di ottenere certi effetti (Marlatt, 1987). Per molti autori è considerato il cuore delle dipendenze patologiche e il processo nucleare che guida verso la perdita di controllo del proprio comportamento. Per queste ragioni è considerato un oggetto d’intervento chiave nel trattamento delle dipendenze patologiche (Kavanagh, Andrade & May, 2004).
Il film di Michel Gondry Eternal sunshine of the spotless mind – Se mi lasci ti cancello (2004) potrebbe oggi rappresentare non più uno scenario fantascientifico per psicologi e visionari, ma una meta sempre più raggiungibile.
Internet, gli smartphone e i nuovi media operano un’influenza sempre crescente su alcuni processi psicologici quali lo sviluppo dell’identità, l’autostima, i comportamenti aggressivi; inoltre, in quest’epoca multimediale, sono cambiate molto le modalità con cui ci relazioniamo agli altri, sia in famiglia che nella società. Di questo tratta la cyberpsicologia che si occupa di indagare le interazioni tra individui e ambienti profondamente pervasi dalla tecnologia e di studiare il nostro comportamento in relazione ai nuovi media.
La rivista della SPR (Society for Psychotherapy Research) di settembre ha pubblicato uno studio qualitativo molto interessante sulle rotture dell’alleanza terapeutica. Le rotture dell’alleanza terapeutica sono state definite come “momenti di tensione o breakdown nell’alleanza tra il terapeuta e il paziente, che generano emozioni intense negative” (Safran & Muran, 2000). In questa ricerca, Jeremy Safran con alcuni colleghi americani della University of Maryland e altri portoghesi dell’Universidade do Minho di Braga ha indagato le esperienze di rottura dell’alleanza terapeutica, sia dal punto di vista dei terapeuti che da quello dei propri pazienti, avvenute nelle prime quindici sedute di otto differenti psicoterapie con pazienti con disturbi di personalità (tre pazienti con diagnosi di Disturbo Borderline, due Disturbo Istrionico, un Disturbo Evitante, un Disturbo Paranoide e uno Ossessivo).
Il Signore dei Miracoli, il Cristo di Pachacamilla, il Cristo viola, il Cristo delle Meraviglie, il Cristo bruno e il Signore dei terremoti (Señor de los Milagros, Cristo de Pachacamilla, Cristo Morado, Cristo de las Maravillas, Cristo Moreno e Señor de los Temblores) è stato celebrato domenica a Milano da quattromila peruviani in una festa sacra con una messa e una processione in piazza del Cannone, al Castello.
Nonostante alla gente piaccia credere che le proprie convinzioni siano frutto di una scelta puramente razionale, un crescente corpo di ricerca ha trovato un’associazione tra le scelte politiche e le risposte neurofisiologiche di fronte a determinati stimoli.
Il convegno di Assisi si è concluso in un giorno in cui un vento caldo accarezzava la nostra pelle, ancora scoperta ai raggi del sole, e la flebile sensazione che ne scaturisce è simile a quella che ogni intervento realizzato dai partecipanti ha lasciato nelle nostri menti.
Ognuno mostrava e offriva alla platea un’espressione diversa: chi sorrideva forzosamente, chi sudava e chi seriamente affrontava la situazione come un soldatino chiamato alle armi. Tanti argomenti, mille forme: dai disturbi dell’alimentazione al rimuginio, dalla schizofrenia alla depressione, dal disturbo ossessivo compulsivo ai processi cognitivi, dalla paura alla felicità.
Come è noto, dove c’è vita c’è musica. Ogni essere umano, di qualsiasi cultura conosciuta, ascolta o suona musica. Anche nel mondo animale i suoni e le “melodie” hanno spesso una funzione adattiva per le specie che li producono. Nella musica c’è sempre un messaggio, un desiderio comunicativo potente e irrinunciabile e l’intenzione di esprimere uno (o più) stati emotivi che vengono interpretati e letti dalla maggior parte delle persone nello stesso modo (pensiamo alle emozioni fondamentali). Pensiamo all’incertezza e allo stordimento che trascinano l’ascoltatore per ore della incompiuta Arte della Fuga di Bach ma anche, senza scomodare i maestri, ai tempi malinconici e sconfortanti di una banale ballata in minore.
Oltre che a far venire il mal di schiena e ad attirare i rimproveri di nonne e mamme, sembrerebbe che una postura curva possa esser connessa ad una autostima e a una soglia del dolore più bassi.
Mi sono sempre chiesta attraverso quali meccanismi cognitivi gli uomini riescano ad interpretare un timido sorriso femminile come una chiara dichiarazione di disponibilità a intraprendere una relazione sessuale. Per un po’ mi sono risposta che evidentemente in casi come questo un altro organo si sostituisse al cervello, ma mi sbagliavo.
Se è vero quello che dicono le statistiche, ovvero che ciascuno di noi spende circa un terzo della propria vita dormendo, deve pur esserci una ragione, giusto? Come confermato dalle ricerche degli ultimi 50 anni, oggi sappiamo che il sonno non è uno stato di incoscienza in cui non succede nulla, piuttosto si tratta di un periodo di cambiamenti ciclici regolari tra l’attività del corpo e del cervello.

Political radicalism or simply radicalism is adherence to radical views and principles in politics. The meaning of the term radical (from Latin radix, root) in a political context has changed since its first appearance in late 18th century. Nevertheless, it preserves its sense of a political orientation that favors fundamental, drastic, revolutionary changes in society, literally meaning “changes at the roots”. Its specific forms vary from reformism (early 19th century, antonymous to conservative) to the contemporary synonym of extremism (antonymous to moderate). The 19th century American Cyclopaedia of Political Science states that “radicalism is characterized less by its principles than by the manner of their application”. Conservatives often used the term radical as a pejorative.
Negli ultimi cinquant’anni la ricerca in psicoterapia ha compiuto grandi progressi nell’identificare i fattori di processo e di esito che sono associati al cambiamento e che favoriscano un outcome positivo in terapia. È stata dimostrata un’efficacia generale nell’esito delle psicoterapie che si attesta attorno al 60%. Ma viene da chiedersi: cosa ipoteticamente accade al restante 40% del campione che non rientra all’interno della categoria delle terapie efficaci?

