Il sesso per le donne e per gli uomini: quanti ‘miti’ da sfatare
Leggo un articolo su Repubblica che spiega come diversi ‘miti’ su come uomini e donne vivono il sesso sono stati finalmente sfatati da un articolo di T.D. Conley et al. sul giornale Current directions in psychological science. Dieci minuti e una breve ricerca su google e mi accorgo che l’articolo ha fatto il giro di internet (ed era prevedibile, trattandosi di sesso), toccando blog e riviste online dedicate alle donne, alla psicologia e alle scienze. Tutti, pressappoco, con lo stesso riassuntivo contenuto, incluse ammiccatine simili a quelle in chiusa sull’articolo di Repubblica.
I ‘miti’ che vengono sfatati sono sei:
- Nella scelta di un partner gli uomini prediligono la bellezza e le donne lo status;
- Gli uomini vanno a letto con più donne rispetto al contrario (siccome fare sesso richiede due persone, e in questo articolo si parla di coppie eterosessuali, quest’ultimo ‘mito’ è un’impossibilità logica, come giustamente fa notare Robert Kurzban, nell’unica review critica che ho trovato online)
- Gli uomini pensano al sesso più spesso delle donne;
- Le donne hanno meno orgasmi;
- Gli uomini sono più aperti al sesso occasionale mentre le donne vogliono rapporti stabili;
- Le donne sono più attente nello scegliere il loro partner mentre gli uomini sono meno discriminanti;
Non vorrei qui entrare nel merito dell’articolo, già stracommentato altrove. Quello che più ha attratto la mia attenzione e le mie perplessità è il suo punto di partenza: come sono stati scelti i ‘miti’ da sfatare? Da dove vengono? Possibile che qualcuno in America abbia ritenuto opportuno di fare del prodotto di stereotipi beceri, quelli della donnina frigida e calcolatrice e dell’uomo ingrifato e predatore, l’oggetto di una seria ricerca scientifica? Non c’è niente di sbagliato nel sottoporre stereotipi nocivi ad un vaglio scientifico accurato, e l’intento dell’articolo è senz’altro lodevole. Ma rimane un certo disagio al pensiero che questi stereotipi siano tuttora così presenti nella cultura dell’occidente (e in fatto di eguaglianza di genere l’America è messa ben meglio dell’Italia), a tal punto da richiedere una smentita in chiave sperimentale, psicologica e scientifica.
In realtà, basterebbe guardare a queste domande da una prospettiva un po’ più antropologica perché sia chiaro che il problema qui non è affatto se le donne effettivamente pensano al sesso meno degli uomini, ma che tipo di cultura genera un ‘mito’ di questo tipo? A me sembra che le domande di cui sopra si possano ricondurre a due problemi di ordine antropologico-culturale:
- Il minor peso economico e politico delle donne, che strettamente si lega al controllo sociale cui spesso sono sottoposte, certamente non rende la loro scelta sessuale e riproduttiva ‘libera’ da pesanti condizionamenti. Da qui i punti (1), (5) e (6).
- La donna ‘sessuata’ nel senso di un individuo con sessualità e desideri autonomi e indipendenti da quelli maschili (e altrettanto forti) è tuttora un gigantesco tabù culturale. Da qui (2), (3) e (4).
Mi sarebbe piaciuto, tornando alla mia prima domanda, poter concludere quest’articolo dicendo che in fondo si potrebbero usare i fondi per la ricerca in modi più utili, invece di perdere tempo dietro a quelli che sono palesemente banali stereotipi dovuti a più profondi problemi culturali. Sfortunatamente, la situazione femminile in Italia (in primis) e all’estero è così poco rosea che, come dice la pubblicità di una nota catena di supermercati inglesi, ‘every little helps.’



Ormai da qualche tempo sono noti gli effetti disfunzionali che il pensiero ripetitivo e la focalizzazione sul depressive mood hanno sull’individuo (Ingram & Smith, 1984; Carver & Scheier, 1990; Watkins & Teasdale, 2001; Watkins, 2004). Perché sono disfunzionali? Perché sembrano incastrare chi li mette in atto in un circolo vizioso, il cui solo ed unico esito è continuare a pensare in modo ripetitivo, concentrandosi sul fatto che in quel momento ci si sente tristi, scoraggiati o depressi. Tale processo cognitivo ripetitivo viene chiamato rumination (Watkins, 2008), ovvero “un insieme di pensieri su una stessa tematica che si presentano anche quando non vi è una necessità immediata o una richiesta ambientale che giustifichi tali pensieri”. Le espressioni del linguaggio comune “andare in fissa”, “farsi le menate” potrebbero esserne un discreto esempio. Particolarità della ruminazione, che la differenza dal rimuginio, è che i contenuti sono rivolti al passato, e non alla paura per eventi futuri. E che cosa mantiene questi processi cognitivi attivi? Secondo Watkins il ruminare, di per sé, non è così disfunzionale, non intrappola l’individuo in un labirinto di pensieri ripetitivi che lo allontanano dalla soluzione di un problema o dal raggiungimento di uno scopo personale importante. Ciò che sembra essere davvero disfunzionale è il come si rumina. È la ruminazione chiamata “why” (“dei perché”) ad essere disfunzionale e a mantenere l’umore depresso e sfiduciato. “perché è successo a me?” “devo assolutamente capire perché proprio a me” “perché mi caccio sempre nelle solite situazioni” “perché sono sempre il solito sfigato” ecc.. ne rappresentano alcuni buoni esempi. Lascio immaginare al lettore dove si finirebbe salendo la scaletta dei “perché” fino a raggiungere la porta della disperazione…
L’International Association for the Study of Pain definisce il dolore come “un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata ad una danno tissutale presente o potenziale o descritta come tale”. Un’esperienza multidimensionale che, a parità di stimolo, è percepita e rappresentata in forme diverse, a seconda del modo in cui viene cognitivamente elaborata. Se cronico può diventare parte integrante della vita della persona che ne è colpita, quasi da sentirne la mancanza se venisse meno. Se acuto, invece, può risultare temporaneamente invalidante. Quando parliamo di dolore acuto, la fa da padrone la spiacevolezza immediata della percezione del dolore legata alla rielaborazione cognitiva e all’intensità dello stimolo nocicettivo. Se parliamo di dolore cronico, molto spesso ci troviamo a fare i conti con ansia, tristezza, rabbia, paura, che indirettamente portano ad un aumento della sintomatologia, inducendo una maggiore reattività muscolare: infatti, queste emozioni negative, favoriscono una serie di modificazioni del sistema nervoso autonomo a livello di conduttanza cutanea, di reattività muscolare e di ritmo cardiaco che aiutano a mantenere o peggiorarare il sintomo doloroso. E meditando che succede?
1. L’errore dello Status quo. Il nostro sistema cognitivo ci induce a scegliere ciò che abbiamo già scelto in passato, anche se il mercato propone alternative più valide. Questo succede perché il cambiamento impone sforzi mentali maggiori e il saper tollerare una certa dose di incertezza. Il suggerimento è quello di osare l’acquisto di nuovi prodotti destinati comunque ad un rapido consumo così che, se non dovessero piacervi, ve ne possiate sbarazzare presto.
Up to this point in the series, I have discussed why it is so important to further understanding of the development of anxiety disorders in children. I have also touched on the importance of various types of parenting styles which may increase the development of anxiety in children. As I explained,parental discussions regarding unfamiliar situations or objects can increase their children avoidance. But why are some discussions doing this and not others? Surely the differences of a few words cannot change the development of our children in either the short or long term, could it? For the answer to these questions we turn to the experimental psychopathology literature.
Leggiamo sul volume settembrino di
Mi sono fatta questa domanda al ritorno dal mio secondo Forum di Assisi, un evento pensato e organizzato per i giovani psicoterapeuti in Formazione che hanno voglia di fare ricerca, e che si conclude con la premiazione dei lavori più meritevoli.
Com’è strutturato il servizio nel quale lavora?
Nella giornata del 15 ottobre del forum di Assisi mi hanno colpito due presentazioni, entrambe dedicate ai disturbi alimentari. Le ricordo per la loro originalità, e ne riporto alcune impressioni. La prima era di Eleonora Dovera e Giuseppe Pantaleo e esplorava alcune variabili di solito trascurate nei disturbi alimentari: la sfiducia interpersonale e l’ascetismo, che naturalmente non è l’ascetismo religioso ma una variabile cognitiva e comportamentale definita da David Garner negli anni ’80 e che indica la tendenza delle pazienti con disturbo alimentare a compiacersi del loro elevato grado di autocontrollo alimentare.
Il romanzo narra il progressivo sgretolamento di una mente, di una personalità, quella del soccombente appunto, che dedica ogni risorsa vitale allo studio del pianoforte con l’obiettivo di diventare non un pianista, non un grande pianista e nemmeno uno dei più grandi concertisti, bensì il più inarrivabile interprete del secolo. Il protagonista dell’opera ha studiato a Salisburgo sotto l’insegnamento del genio Horowitz e suo compagno di viaggio è stato un altro pianista la cui morte per suicidio è precedente al tempo della narrazione. Il tema che unisce i due personaggi è l’incontro con Glenn Gould, che da allievo di Horowitz diventerà…Glenn Gould, spalancando agli altri il dramma di non saper eguagliare le sue esecuzioni.