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La solitudine del leader: un fenomeno identitario nei ruoli di responsabilità

La solitudine del leader è legata al peso delle responsabilità, alla difficoltà di mostrare vulnerabilità e alle dinamiche emotive che caratterizzano il ruolo

Di Sara Avolio

Pubblicato il 21 Ott. 2026

La solitudine del leader

La solitudine del leader non è una sensazione passeggera, ma una condizione che può accompagnare costantemente chi assume responsabilità. Il ruolo modifica la percezione degli altri: ci si aspetta stabilità e competenza anche quando il leader vive dubbi e pressioni (Cacioppo & Cacioppo, 2018). Da qui può nascere uno scarto tra esperienza emotiva e immagine richiesta dal ruolo.

Come osservato da Bion (1961), i gruppi proiettano sulle figure di riferimento aspettative e bisogni difficili da gestire autonomamente. Il leader viene solitamente idealizzato e questo può amplificarne la solitudine: mostrare vulnerabilità rischia di essere interpretato come debolezza. La solitudine non coincide con l’assenza di relazioni, ma con la responsabilità di sostenere gli altri disponendo di meno spazi per essere sostenuti.

La funzione di contenimento e la nascita della distanza psicologica

Ogni leadership comporta una funzione di contenimento. Bion (1961) e Winnicott (1965) mostrano come le figure di riferimento raccolgano emozioni, tensioni e aspettative del gruppo; nelle organizzazioni, il leader diventa spesso il punto di convergenza di queste dinamiche, soprattutto nei momenti di incertezza.

Pensiamo a un dirigente che comunica una riorganizzazione: pur vivendo dubbi e preoccupazioni, è chiamato a trasmettere sicurezza e continuità. In queste situazioni, gestisce l’incertezza degli altri senza poter esprimere pienamente la propria; la distanza psicologica nasce proprio da questa asimmetria e rappresenta non una scelta personale, ma una possibile conseguenza del ruolo.

Contenere significa filtrare ciò che si prova, modulare ciò che si comunica e scegliere con attenzione ciò che può essere condiviso. Più il ruolo è centrale, maggiore diventa la necessità di trattenere alcuni aspetti di sé; per questo la distanza psicologica non va intesa come una debolezza, ma come una componente del lavoro emotivo richiesto dalla funzione.

Le difese psicologiche come architettura del ruolo

Per sostenere le responsabilità emotive che il ruolo comporta, il leader sviluppa spesso difese sofisticate che l’ambiente tende a interpretare come competenze. Kets de Vries (2006) osserva come l’ipercontrollo possa apparire una qualità gestionale, pur rappresentando talvolta una risposta all’ansia e alla pressione connesse al ruolo; allo stesso modo, l’iperprestazione può essere letta come dedizione, mentre risponde anche al bisogno di confermare il proprio valore attraverso i risultati.

Con il tempo, queste difese possono stabilizzarsi e diventare parte dell’identità, come suggeriscono Hillman (1996) e Goffman (1959). Il leader si abitua progressivamente a non chiedere aiuto, a non mostrare fragilità e a mantenere una certa distanza emotiva che, nata come forma di protezione, può trasformarsi in una modalità abituale di relazione (Miscenko et al., 2017). La solitudine diventa così una postura psicologica che irrigidisce il rapporto con sé stessi e rischia di allontanare la persona dalla propria autenticità.

La visibilità come forma di isolamento

La leadership è una posizione costantemente esposta allo sguardo degli altri: decisioni, parole ed esitazioni vengono osservate e interpretate; tuttavia, essere visibili non significa necessariamente essere compresi.

Come osserva Goffman (1959), le persone tendono a percepire soprattutto la rappresentazione sociale del ruolo; nel leader vedono la funzione, l’autorità o la competenza, ma raramente hanno accesso ai dubbi, alle fatiche e al lavoro emotivo che accompagnano quella posizione.

Nasce così un paradosso: quanto più il leader è visibile, tanto più la sua dimensione personale rischia di diventare invisibile. Gli altri vedono ciò che rappresenta, ma non sempre ciò che vive; la solitudine deriva allora non dalla mancanza di relazioni, bensì dalla difficoltà di sentirsi realmente compresi.

La solitudine come spazio di verità psicologica

La solitudine può diventare un’opportunità di conoscenza di sé. Quando il leader distingue ciò che appartiene al ruolo da ciò che appartiene alla propria identità, la solitudine si trasforma in uno spazio di riflessione: un luogo in cui interrogarsi sulle proprie motivazioni, ridefinire i confini personali e riconoscere aspetti di sé che le responsabilità quotidiane tendono a mettere in ombra.

Hillman (1996) sottolinea l’importanza del confronto con la propria natura autentica, mentre Quaglino (2004) evidenzia il valore della riflessione nei processi di crescita personale e professionale. In questa prospettiva, sostare nella solitudine diventa una competenza psicologica: la capacità di mantenere il contatto con sé stessi senza identificarsi completamente con il ruolo.

Le organizzazioni che ignorano la solitudine dei leader

La solitudine del leader ha effetti sull’intera organizzazione. Un leader isolato tende a prendere decisioni difensive, riduce il confronto e perde contatto con il clima emotivo del gruppo. Sistemi efficienti possono impoverirsi quando chi guida non dispone di spazi di confronto autentico.

La ricerca conferma che l’isolamento nei ruoli di vertice è associato a maggiori livelli di stress e affaticamento decisionale (Hogan & Kaiser, 2005; Kets de Vries, 2014). La distanza gerarchica può inoltre ridurre la possibilità di ricevere feedback sinceri e di confrontarsi apertamente su dubbi, difficoltà e pressioni legate al ruolo.

Affrontare la solitudine senza esserne sopraffatti

La solitudine del leader non riguarda soltanto la persona che occupa una posizione di responsabilità, ma può influenzare l’intera organizzazione. Un leader isolato tende infatti a prendere decisioni più difensive, a ridurre le occasioni di confronto e a perdere progressivamente contatto con il clima emotivo del gruppo; di conseguenza, anche sistemi apparentemente efficienti possono impoverirsi quando chi guida non dispone di spazi di confronto autentico.

Riconoscere la solitudine del leader significa tutelare la salute dell’intero sistema: creare spazi di riflessione e confronto può favorire decisioni più equilibrate, relazioni più autentiche e una maggiore capacità organizzativa di affrontare il cambiamento.

Riferimenti Bibliografici
  • Bion, W. R. (1961). Experiences in Groups and Other Papers. London: Tavistock Publications.
  • Cacioppo JT, Cacioppo S. The growing problem of loneliness. Lancet. 2018 Feb 3;391(10119):426. 
  • Goffman, E. (1959). The Presentation of Self in Everyday Life. New York: Doubleday.
  • Grandey, A. A., & Melloy, R. C. (2017). The state of the art of emotional labor: An integrative review. Journal of Occupational Health Psychology, 22(3), 286–293. 
  • Hillman, J. (1996). Il codice dell’anima. Milano: Adelphi.
  • Hogan, R., & Kaiser, R. B. (2005). What we know about leadership. Review of General Psychology, 9(2), 169–180. 
  • Kets de Vries, M. F. R. (2006). La trappola del successo. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Kets de Vries, M. F. R. (2014). The Leadership Mystique: Leading Behavior in the Human Enterprise. Harlow: Pearson.
  • Miscenko, D., Guenter, H., & Day, D. V. (2017). Am I a leader? Examining leader identity development over time. The Leadership Quarterly, 28(5), 605–620. 
  • Quaglino, G. P. (2004). La scuola della formazione. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Winnicott, D. W. (1965). The Maturational Processes and the Facilitating Environment. London: Hogarth Press.
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