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Perché disporsi in cerchio può favorire la comunicazione e il senso di appartenenza?

Il cerchio è una modalità spontanea di stare insieme che favorisce la comunicazione, la percezione reciproca e la costruzione di uno spazio condiviso

Di Francesca Chiara D`Ambrosio

Pubblicato il 28 Set. 2026

Il cerchio come spazio di relazione

Perché, senza che nessuno lo chieda, un gruppo di persone finisce spesso per disporsi in cerchio? Succede nelle scuole, nelle riunioni di lavoro, nei gruppi terapeutici, nei giochi dei bambini e, in forme diverse, anche nei rituali collettivi. È un gesto spontaneo, quasi automatico, eppure può dirci qualcosa di importante su come le persone si osservano, si organizzano e costruiscono relazioni.

Il cerchio non è soltanto una forma geometrica: è un modo di stare insieme che può facilitare la comunicazione, la percezione reciproca e la costruzione di un clima condiviso. La sua caratteristica più evidente è la possibilità di vedersi: tutti possono occupare uno spazio riconoscibile e, nello stesso tempo, essere presenti allo sguardo degli altri.

Un cerchio senza gerarchie

La disposizione circolare crea una particolare condizione di equilibrio. Non esiste un davanti e un dietro e, almeno sul piano spaziale, nessuno occupa una posizione necessariamente privilegiata rispetto agli altri. Le persone sono orientate verso un centro condiviso e hanno la possibilità di guardarsi reciprocamente.

Questo non significa che in un cerchio le gerarchie scompaiano: i ruoli, le competenze e le differenze di status continuano a esistere. La configurazione spaziale, tuttavia, può attenuare alcuni segnali di distanza e favorire una maggiore partecipazione. È una prospettiva che può essere accostata all’interesse di Wilfred Bion (1961) per i processi emotivi e relazionali che attraversano i gruppi: il modo in cui si organizzano contribuisce infatti a influenzarne il clima e le possibilità di partecipazione.

In un contesto percepito come sufficientemente prevedibile e non eccessivamente competitivo, le persone possono sentirsi più libere di ascoltare, intervenire e prestare attenzione a ciò che accade intorno. Il cerchio, in questo senso, può diventare un messaggio implicito: ogni persona è parte della situazione e ogni voce può trovare uno spazio.

Guardarsi negli occhi: la comunicazione che non passa per le parole

La comunicazione non è fatta solo di parole. Sguardi, posture, espressioni del volto, pause e movimenti contribuiscono continuamente a dare significato a ciò che accade tra le persone. In un cerchio, la possibilità di osservare gli altri è generalmente maggiore rispetto a una disposizione in cui alcuni partecipanti rimangono alle spalle o ai margini del campo visivo.

Questa maggiore visibilità può rendere più leggibili le dinamiche relazionali: si può cogliere una reazione, accorgersi di un’esitazione, notare un cambiamento nell’attenzione o comprendere che qualcosa sta accadendo prima ancora che venga espresso a parole. Non è detto che ciò riduca automaticamente l’ansia o aumenti la fiducia, ma può creare condizioni favorevoli a una comunicazione più reciproca e a una maggiore consapevolezza di ciò che avviene nel gruppo. H. Foulkes (1964), fondatore della gruppoanalisi, ha posto al centro del proprio lavoro l’idea che l’individuo non possa essere compreso separatamente dalla rete di relazioni di cui fa parte. La sua prospettiva invita a considerare il gruppo come una realtà relazionale nella quale ciò che accade al singolo è continuamente influenzato da ciò che accade tra le persone.

In questa prospettiva, il cerchio può essere letto come una configurazione che rende particolarmente evidente la dimensione relazionale: ciascuno è contemporaneamente individuo e membro di un insieme. Quando vediamo gli altri e ci sentiamo a nostra volta visti, diventa più immediato percepire che ciò che accade nel gruppo prende forma nell’interazione tra tutti. 

Il contenitore emotivo del gruppo

Oltre agli aspetti comunicativi, il cerchio può assumere anche una funzione emotiva e simbolica. La disposizione circolare delimita uno spazio condiviso: non separa semplicemente le persone, ma costruisce un dentro, un luogo nel quale stare insieme.

In questo spazio le emozioni possono essere espresse, riconosciute e, in una certa misura, trasformate attraverso la presenza degli altri. Il rispecchiamento reciproco può favorire un senso di appartenenza e rendere più possibile la condivisione dei vissuti. Anche in questo caso, però, la forma del cerchio non garantisce da sola sicurezza psicologica: sono la qualità della relazione, il contesto e il modo in cui il gruppo viene condotto a determinare se quello spazio sarà realmente percepito come accogliente e protetto.

La riflessione di Ferro e Civitarese (2015) sul campo analitico e quella di Cavicchioli (2021) sul significato del cerchio nella teoria dei gruppi permettono di guardare al gruppo non soltanto come alla somma delle singole persone, ma come a una realtà relazionale dotata di una propria qualità emergente. In questa prospettiva, il cerchio può diventare una rappresentazione concreta di un principio: ciò che accade tra le persone può trasformare l’esperienza di ciascuno.

Una forma antica quanto l’uomo

ll cerchio è presente in moltissime culture, nei rituali collettivi, nelle danze, nelle cerimonie e nelle assemblee. La sua ricorrenza non permette di trarre conclusioni definitive sulla sua origine psicologica, ma suggerisce quanto profondamente questa forma sia entrata nell’immaginario umano. Da sempre, il cerchio è stato associato alla comunità, alla continuità e alla condivisione: un modo semplice per creare uno spazio nel quale le persone possano riconoscersi e orientarsi le une verso le altre.

Anche la prospettiva evolutiva può offrire uno spunto interessante, se utilizzata con cautela. Tomasello (2014) ha studiato le forme di cooperazione, attenzione condivisa e intenzionalità congiunta che caratterizzano la cognizione umana, mostrando quanto la capacità di coordinarsi con gli altri sia centrale nella nostra vita sociale. Il cerchio, pur non essendo necessariamente il risultato diretto di questi processi, è una configurazione che li rende visibili: orientare lo sguardo verso un centro comune, percepire la presenza degli altri e modulare la propria attenzione in relazione al gruppo.

In questo senso, il cerchio può essere considerato una forma che accompagna l’essere umano da molto tempo, non perché abbia una funzione universale dimostrata, ma perché risponde a un’esigenza concreta: creare un luogo nel quale stare insieme, vedere e sentirsi visti, coordinare la propria presenza con quella degli altri. È una struttura che continua a emergere spontaneamente proprio perché rende immediati alcuni aspetti fondamentali della nostra socialità.

Dove il cerchio funziona oggi

Il cerchio trova applicazione in molti ambiti contemporanei. Nei gruppi terapeutici può facilitare l’osservazione delle dinamiche relazionali e rendere più immediata la partecipazione dei membri. Nelle attività educative può aiutare a creare una disposizione meno frontale e favorire lo scambio tra studenti e insegnante.

Nelle riunioni di lavoro può sostenere una modalità di confronto più orientata alla reciprocità, soprattutto quando l’obiettivo è condividere idee e ascoltare punti di vista differenti. Nei laboratori esperienziali e nei cerchi di parola può offrire una cornice concreta alla narrazione personale e all’ascolto.

Naturalmente, la forma non basta. Un cerchio può diventare anche uno spazio di tensione, esclusione o pressione se il clima relazionale non è sufficientemente sicuro. È il modo in cui le persone utilizzano quello spazio, insieme alle regole, ai ruoli e alla qualità della conduzione, a determinarne il significato. La forma, tuttavia, può contribuire a trasmettere un messaggio semplice: siamo qui, insieme, e ciascuno occupa un posto riconosciuto.

Per concludere

Il cerchio continua a comparire nelle nostre vite perché offre una soluzione semplice a una necessità molto concreta: creare uno spazio nel quale le persone possano vedersi, ascoltarsi e coordinarsi. Non è una forma magica e non produce automaticamente sicurezza, fiducia o coesione. Può però favorire alcune condizioni che rendono l’incontro più reciproco e più leggibile.

Quando ci mettiamo in cerchio, cambiamo innanzitutto il modo in cui ci guardiamo. Nessuno è completamente fuori dal campo visivo degli altri; il centro non appartiene a una sola persona, ma diventa uno spazio condiviso.

E forse è proprio questo il significato più interessante del cerchio: ricordarci, attraverso una forma semplice, che la relazione non nasce soltanto dentro ciascuno di noi, ma prende forma nello spazio che costruiamo insieme. Per un momento, smettiamo di essere soltanto individui e diventiamo parte di uno spazio condiviso.

«Vivo la mia vita in cerchi sempre più ampi, che si estendono attraverso il mondo.» – Rainer Maria Rilke, Il libro d’ore (1905)

Riferimenti Bibliografici
  • Bion, W. R. (1961). Experiences in groups. Tavistock.
  • Cavicchioli, G. (2021). L’inizio e (è) la fine del cerchio: Note su “Esperienze nei gruppi come chiave per comprendere l’‘ultimo Bion” di Giuseppe Civitarese. Gruppi – Open Access.
  • Ferro, A., & Civitarese, G. (2015). The analytic field and its transformations. Karnac.
  • Foulkes, S. H. (1964). Therapeutic group analysis. Allen & Unwin.
  • Tomasello, M. (2014). A natural history of human thinking. Harvard University Press.
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