Olivia Ninotti e il paradosso della connessione
PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 90) La scimmia antropomorta (2026) di Olivia Ninotti – Recensione
Abbiamo impiegato milioni di anni per conquistare la posizione eretta, per riuscire a sollevare lo sguardo verso l’orizzonte e liberare le mani per creare arte, utensili e scrittura. Oggi, quella stessa postura si sta flettendo di nuovo, incurvata su un piccolo rettangolo luminoso di pochi centimetri quadrati.
Nel suo saggio d’esordio La scimmia antropomorta (2026), pubblicato da Solferino, la neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta Olivia Ninotti ci offre un’analisi brillante, a tratti impietosa ma intimamente empatica, di questa regressione contemporanea.
Giocando con il concetto di «antropomorfo», l’autrice conia il termine antropomorto; è l’essere umano che, nel tentativo di iper-connettersi con il mondo, ha finito per disconnettersi da se stesso, anestetizzando la propria complessità emotiva e sensoriale.
Con una straordinaria capacità di intrecciare cultura pop e dinamiche dei social media con riflessioni filosofiche e storiche, l’autrice ci conduce in un viaggio che tesse insieme i fili delle neuroscienze, della psicoanalisi e dell’evoluzionismo.
Ne risulta una lettura dinamica e stimolante, sorretta da un registro elegante e colto, eppure accessibile e venato di una sottile ironia che alleggerisce la densità dei temi trattati. Ma la Ninotti non per questo ci fa sconti, anzi, ci guida a una inevitabile riflessione: siamo davvero così connessi o non siamo, invece, più profondamente soli?
Dalla savana al silicio: il Tecnocene e l’«antropomorto»
Già a partire dal prologo del libro La scimmia antropomorta (2026) l’autrice introduce uno dei temi chiave del saggio. Scrive infatti Ninotti: «Sono nata in un’epoca in cui il trauma infantile non era ancora trending topic su TikTok, ma si chiamava semplicemente educazione».
È il richiamo a un contrasto evidente tra le generazioni pre-digitali per le quali la noia rappresentava uno spazio squisitamente creativo e le relazioni si misuravano nella presenza fisica, e l’attuale ecosistema digitale, dove ogni emozione deve essere categorizzata, performata e data in pasto agli algoritmi.
Non si tratta di esprimere un giudizio morale o nostalgico, piuttosto di riflettere su quanto lo smartphone abbia colonizzato il nostro tempo interiore: attraverso un design persuasivo e sistemi di gratificazione istantanea, il dispositivo ha finito per renderci, appunto, «antropomorti».
Ninotti descrive questa transizione come l’ingresso definitivo nel Tecnocene, una nuova era in cui la tecnologia domina ogni ambito. Un’era in cui, al contrario, l’essere umano dovrebbe sì accompagnarsi alla tecnica, ma senza dimenticare che attività come leggere un libro, perdersi in un quadro o muovere il corpo a tempo di musica rimangono i gesti di una resistenza simbolica: atti gratuiti capaci di spezzare la catena dell’algoritmo e restituirci la nostra dimensione profondamente umana.
La ferita narcisistica del Tecnocene: l’evitamento del limite e l’analfabetismo emotivo
Dall’osservazione clinica di questa metamorfosi emerge la figura che domina la nostra epoca: il «narcisista fragile», un individuo ipersensibile, ansioso e intimamente frammentato; una creatura che nasconde dietro la perfetta messa in scena digitale una profonda depressione narcisistica, un vero e proprio «buco di senso».
Ma non solo. L’analisi della Ninotti nel libro La scimmia antropomorta (2026) affronta anche il tema dell’educazione, evidenziando il passaggio dal vecchio mito del «figlio bravo», focalizzato sul dovere, a quello del «figlio felice» a ogni costo. I genitori oggi, trasformatisi in ansiosi “event planner” dei propri figli, tentano di eliminare preventivamente ogni ostacolo, frustrazione o sofferenza; ma rimuovendo sistematicamente il limite, quel fondamentale e terapeutico «no», si impedisce ai bambini di sviluppare la necessaria resilienza emotiva, trasformando il dolore in un mostro innominabile e l’angoscia nell’unica risposta possibile alla minima difficoltà.
Questo rifiuto della frustrazione si riflette sul modo in cui vediamo le cose: il classico principio di realtà freudiano viene sostituito dal «piacere narrativo». Nell’epoca delle “echo chambers” e della post-verità, la mente non cerca più la faticosa oggettività del dato reale, bensì la coerenza interna a narrazioni gratificanti che confermano quello che pensiamo (bias di conferma). La realtà viene così subordinata all’emozione del momento a discapito della complessità del dibattito e della capacità di comprendere e gestire il disaccordo.
Il coraggio dell’imperfezione e della vulnerabilità
L’essere umano nel Tecnocene vive le esperienze attraverso la mediazione dello schermo, è incapace di tollerare il vuoto, il silenzio o l’attesa. La complessità del reale viene ridotta a formati digeribili, a pillole video da quindici secondi e a narrazioni polarizzate che anestetizzano il pensiero critico.
E se pensiamo di esserne immuni, almeno in parte, proviamo a pensare a quante volte in un’ora abbiamo sbloccato lo schermo senza un reale motivo, ma solo come un riflesso incondizionato.
Ma una via d’uscita è possibile; è la riscoperta di una facoltà che ci appartiene da sempre: l’immaginazione. L’autrice nel libro La scimmia antropomorta (2026) individua nella capacità di creare storie, di sognare a occhi aperti, di tollerare il vuoto della noia e di “contemplare l’inutile” l’unica vera forma di resistenza simbolica rimasta. Finché saremo capaci di appassionarci a un racconto, di muovere il corpo senza un pubblico virtuale o di perderci tra le pagine di un libro, l’essere umano saprà sottrarsi all’addomesticamento, rifiutando di trasformarsi, appunto, in un «antropomorto». Questo saggio è un invito a salvare la nostra «scintilla», ad avere il coraggio di essere imperfetti, di disconnetterci per toccare la terra e di abitare la nostra preziosa, bellissima, umana vulnerabilità.