Gli AI scribe e la documentazione clinica
Qualche mese fa ho partecipato ad Augmented Psychotherapy, una conferenza online organizzata da Studi Cognitivi Formazione e coordinata da Gabriele Caselli. Piccola nei numeri ma densa nei contenuti, ha affrontato l’ingresso dell’intelligenza artificiale in psicoterapia senza entusiasmi facili né chiusure pregiudiziali.
Due idee mi sono rimaste. La prima: l’intelligenza artificiale non ci permetterà di ottenere buoni risultati con meno competenze, ma ci obbligherà a diventare clinici più competenti. La seconda: questa tecnologia trasformerà il processo terapeutico più di quanto lo sostituisca.
Questa tensione ha oggi un banco di prova molto concreto. Strumenti di trascrizione automatica delle sedute, i cosiddetti AI scribe o scribi ambientali, stanno entrando nella pratica clinica, e anche in quella psicologica: un’applicazione sul computer o sul telefono ascolta la conversazione, la trascrive e ne genera una bozza di nota clinica che il professionista revisiona e approva (Nawaz et al., 2025).
La spinta è comprensibile, perché il carico documentale è notevole: in psichiatria si stima che i clinici arrivino a dedicare in media circa tre ore di ogni giornata lavorativa alla documentazione (Spießl & Hausner, 2012).
Ma in psicoterapia ciò che entra nella stanza non entra mai in uno spazio neutro: entra in una relazione. E la domanda non è quanto tempo si guadagna, ma che cosa accade all’alleanza quando, tra terapeuta e paziente, ad ascoltare c’è anche un software.
La relazione terapeutica non è uno sfondo neutro
Nella psicoterapia cognitivo-comportamentale la relazione è parte attiva del trattamento. Beck la descriveva come empirismo collaborativo, un lavoro congiunto in cui terapeuta e paziente esplorano insieme pensieri, ipotesi ed evidenze (Beck, 2011). Questa collaborazione si lascia descrivere bene attraverso il costrutto di alleanza di lavoro: accordo sugli obiettivi, accordo sui compiti e legame (Bordin, 1979).
Non è un dettaglio relazionale. La qualità dell’alleanza predice in modo robusto l’esito del trattamento, in tutti gli approcci e anche in CBT (Flückiger et al., 2018), dove rappresenta la condizione necessaria, ancorché non sufficiente, che crea la sicurezza entro cui esposizione, ristrutturazione cognitiva e compiti a casa possono funzionare.
È in questo spazio collaborativo e riservato che si gioca la cura. Introdurvi un dispositivo che ascolta e trascrive non significa aggiungere un semplice strumento: significa modificare le condizioni di collaborazione e riservatezza su cui l’alleanza si regge.
Ed è una distinzione che pesa, perché le evidenze disponibili su scribe e relazione provengono dalla chirurgia, dalla riabilitazione, dalla medicina di base e da simulazioni psichiatriche, non dalla psicoterapia.
Che cosa promette lo scribe, e che cosa dice davvero la ricerca
Le prime ricerche convergono sul versante del carico di lavoro e della qualità documentale. Un trial randomizzato controllato in ambito ortopedico, il più ampio finora con quasi trecento pazienti, ha mostrato che lo scribe riduce in modo significativo i tempi di documentazione e produce lettere giudicate più complete, chiare e professionali, senza peggioramento della qualità formale (Etagiuri et al., 2026).
In una simulazione di consultazioni psichiatriche, l’uso dello scribe ha ridotto in modo netto il carico percepito dai clinici e migliorato la qualità delle note (Nawaz et al., 2025).
Il dato più vicino alla psicoterapia, però, riguarda la presenza. Una valutazione condotta sul campo in riabilitazione specialistica, durante reali consultazioni e non in simulazione, ha coinvolto trentuno clinici, dei quali tredici psicologi: oltre il sessanta per cento ha riferito di prestare maggiore attenzione al linguaggio non verbale del paziente, quasi il sessanta per cento una migliore qualità del colloquio e più della metà una minore fatica legata alla documentazione, senza differenze rilevanti tra medici e psicologi (Halsnes et al., 2025).
Nello studio qualitativo che ha accompagnato la simulazione psichiatrica, clinici e pazienti hanno descritto in modo convergente una maggiore presenza clinica: liberato dall’onere di prendere appunti, il terapeuta mantiene il contatto visivo e segue il paziente in tempo reale (Bokhari et al., 2026). Un’osservazione analoga emerge nella pratica riabilitativa privata, dove clinici e pazienti riferiscono interazioni percepite come più attente (Evans et al., 2025).
Quando un registratore entra nella stanza
Il timore che un dispositivo di registrazione inibisca il paziente non è nuovo, e alla psicoterapia cognitivo-comportamentale è particolarmente familiare: nella CBT la registrazione audio delle sedute è da tempo raccomandata, per la supervisione e per il riascolto tra un incontro e l’altro.
È un patrimonio di ricerca che oggi torna sorprendentemente attuale. Già negli anni Settanta Gelso rilevava che la registrazione, soprattutto video, poteva inibire l’autoesplorazione in alcuni pazienti e ridurne la soddisfazione (Gelso, 1973).
Ricerche successive hanno ridimensionato quel timore: in un centro specializzato in CBT per i disturbi d’ansia, pazienti e terapeuti hanno attribuito alla registrazione vantaggi e svantaggi simili, con un’accettabilità complessivamente alta (Shepherd et al., 2009), e si è osservato che con il procedere della seduta la diade tende a dimenticarsi del dispositivo, senza che i pazienti riferiscano di sentirsi inibiti (Brown et al., 2013). Il comfort del paziente verso la registrazione, peraltro, non è uniforme: si associa alla sintomatologia, alla probabilità di rifiutare il trattamento e, in alcuni casi, all’esito (Briggie et al., 2016).
È un’eredità preziosa, ma non un lasciapassare. Lo scribe ambientale introduce qualcosa che la vecchia registrazione non aveva: la conversazione non viene solo conservata, viene interpretata e tradotta in un documento clinico. Restano aperte quattro tensioni che il clinico non può delegare.
La prima riguarda la consapevolezza del paziente di essere ascoltato, con il rischio di autocensura su ciò che è più difficile dire. La seconda è la privacy e il consenso: in Italia la normativa è ora esplicita. Per le professioni intellettuali, le informazioni sui sistemi di intelligenza artificiale usati dal professionista vanno comunicate al cliente con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo, proprio per assicurare il rapporto fiduciario (Legge 132/2025, art. 13); e in ambito sanitario il paziente ha diritto di essere informato sull’impiego dell’intelligenza artificiale (art. 7). È una trasparenza che rafforza il patto fiduciario invece di indebolirlo.
La terza è l’attenzione del terapeuta, realmente liberata, ma ora mediata da un dispositivo. La quarta è la natura stessa della nota: un resoconto co-costruito da una macchina, di cui il clinico resta l’unico responsabile. Non a caso, nelle ricerche disponibili in salute mentale emergono considerazioni di privacy e riservatezza percepite come specifiche, più stringenti che in altri ambiti medici (Bokhari et al., 2026).
Quello che ancora non sappiamo (ed è molto)
Qui si apre il vuoto più interessante. La letteratura che misura gli atteggiamenti verso l’intelligenza artificiale in psicoterapia esiste e cresce, ma riguarda quasi sempre l’intelligenza artificiale come terapeuta o come chatbot, cioè una tecnologia che prende il posto del clinico (Békés & Aafjes-van Doorn, 2026).
Lo scribe è un’altra cosa: non sostituisce il terapeuta, gli sta accanto e documenta. Su questa figura specifica, la percezione del paziente, la sua fiducia, l’effetto sull’alleanza e sulla disclosure profonda, gli strumenti validati sono pochissimi.
Le evidenze, insomma, ci dicono molto su tempo, carico e qualità delle note, e quasi nulla su alleanza, collaborazione e processo terapeutico. È un’agenda di ricerca, prima ancora che una conclusione.
La strada la indicano gli stessi autori dello studio psichiatrico: il passo successivo è la valutazione sul campo con pazienti reali in carico, non più con pazienti simulati (Bokhari et al., 2026). E gli strumenti che misurano empatia e comunicazione così come le percepisce il paziente, come la CARE Measure e il VSQ-9, finora sono stati applicati proprio a pazienti simulati. Servono cioè strumenti capaci di cogliere come il paziente reale vive l’ingresso di una documentazione delegata all’intelligenza artificiale nello spazio della propria cura.
Si torna così alle due idee da cui siamo partiti. La responsabilità resta clinica e indelegabile, e la tecnologia, qui come altrove, ridisegna il processo senza prendere il posto del clinico. Il rischio non è la macchina nella stanza: è il professionista che smette di interrogare la propria relazione, che adotta lo strumento per inerzia o per moda, senza chiedersi che cosa stia cambiando nell’alleanza.
Il rimedio non è il rifiuto pregiudiziale, e nemmeno l’entusiasmo acritico. È quella competenza più esigente di cui si parlava in apertura: sapere perché ogni elemento del lavoro clinico è lì, e che cosa accade quando se ne aggiunge uno nuovo. Anche, e soprattutto, quando ascolta.