Violenza economica: una forma invisibile di controllo
C’è una forma di violenza che non si annuncia, non interrompe, non esplode: si deposita. Non entra nella scena con il fragore dell’urto, ma con la continuità del gesto quotidiano; non occupa il tempo dell’evento, ma quello della durata. È una violenza che non chiede di essere riconosciuta perché vive proprio nella sua capacità di non esserlo. Si insinua nei margini dell’ordinario, nei dispositivi della gestione, nelle pieghe apparentemente neutre dell’organizzazione domestica e relazionale. È la violenza economica e la sua efficacia non risiede nella visibilità, ma nella sua capacità di essere scambiata per normalità.
Non è semplice parlare di violenza economica senza tradirne la natura. Il rischio è sempre quello di ridurla a una dimensione accessoria, a una variabile tra le altre, a una questione di distribuzione delle risorse. Ma questa riduzione ne oscura il carattere strutturale. La violenza economica non è soltanto una forma di abuso tra le altre: è un dispositivo che attraversa e sostiene le altre forme di violenza, rendendole più stabili, più persistenti, più difficili da interrompere (Adams et al., 2008).
Definizione e inquadramento della violenza economica nelle relazioni abusive
L’ Organizzazione Mondiale della Sanità la include tra le componenti della violenza nelle relazioni intime, riconoscendo il controllo economico come una strategia di dominio che limita l’accesso alle risorse e alla partecipazione sociale (World Health Organization, 2013). Analogamente, il Consiglio d’Europa, nella Convenzione di Istanbul, ne sancisce il rilievo giuridico e politico, collocandola all’interno delle forme di violenza domestica che compromettono l’autonomia e la libertà della persona (Council of Europe, 2011).
Tuttavia, tra il riconoscimento normativo e l’esperienza vissuta si apre uno scarto. È nello spazio di questo scarto che la violenza economica si mantiene. Non perché sia rara, ma perché è difficilmente nominabile. Non perché manchino gli strumenti per definirla, ma perché essa si organizza in forme che sfuggono alla soglia del riconoscimento. Controllare le spese, decidere unilateralmente l’uso del denaro, impedire o scoraggiare l’accesso al lavoro, appropriarsi del reddito dell’altra persona, generare dipendenza economica, ostacolare l’autonomia finanziaria: queste pratiche, prese singolarmente, possono apparire ambigue, negoziabili, interpretabili. È la loro reiterazione, la loro funzione, la loro collocazione all’interno di una dinamica di potere a renderle ciò che sono: strumenti di controllo (Adams et al., 2008).
Dal punto di vista clinico, ciò che definisce la violenza economica non è soltanto la presenza di comportamenti specifici, ma la loro capacità di produrre dipendenza e la dipendenza, in questo contesto, non è una condizione meramente materiale, ma una configurazione complessa che coinvolge il piano cognitivo, affettivo e identitario.
Perdita di agency e restringimento del campo del possibile
Gli studi di Adams, Sullivan, Bybee e Greeson (2008) hanno mostrato come il controllo economico sia sistematicamente associato ad altre forme di violenza e rappresenti uno dei principali ostacoli all’uscita dalle relazioni abusive. Ma ciò che emerge con maggiore forza è che la violenza economica agisce come una struttura di contenimento del possibile: restringe l’orizzonte delle alternative, limita la capacità di progettazione, riduce la percezione di agency.
In questo senso, la violenza economica può essere letta come una forma di organizzazione del campo decisionale. Non si limita a impedire l’accesso alle risorse, ma interviene nel modo in cui il soggetto costruisce il proprio rapporto con il futuro. La possibilità di scegliere — che costituisce uno dei fondamenti dell’esperienza soggettiva — viene progressivamente erosa. Non si tratta soltanto di non poter fare, ma di non riuscire più a immaginare di poter fare. La dipendenza economica diventa così una struttura interna, che si organizza attorno a sentimenti di impotenza, inadeguatezza, talvolta colpa. Questa dinamica è coerente con quanto evidenziato nella letteratura sulla learned helplessness e sulla perdita di agency nei contesti di abuso prolungato (Walker, 1979; Herman, 1992).
Invisibilità e normalizzazione della violenza economica
La letteratura italiana ha contribuito a rendere visibile questa dimensione, mostrando come la violenza economica sia frequentemente presente nelle situazioni di maltrattamento, ma raramente riconosciuta come tale. I dati dell’ISTAT indicano che una quota significativa di donne che subiscono violenza sperimenta anche forme di controllo economico, spesso in combinazione con abuso psicologico e fisico (ISTAT, 2014; 2019). Ma ciò che i dati quantitativi non restituiscono è la qualità dell’esperienza: la gradualità con cui la dipendenza si costruisce, la normalizzazione che la accompagna, la difficoltà a nominarla. Come osserva Patrizia Romito (2005), docente presso l’Università di Trieste ed esperta in materia di violenza di genere, la violenza contro le donne si sostiene anche attraverso processi di occultamento e banalizzazione che ne impediscono il riconoscimento, rendendo invisibili le forme meno eclatanti ma non meno incisive.
Questa invisibilità non è casuale. È sostenuta da una serie di dispositivi culturali che contribuiscono a rendere la violenza economica compatibile con le rappresentazioni sociali dominanti. La divisione tradizionale dei ruoli di genere, la naturalizzazione della dipendenza economica, l’idea che la gestione delle risorse sia una questione privata e non politica, contribuiscono a costruire un contesto in cui il controllo può essere esercitato senza essere immediatamente riconosciuto come abuso. In questo senso, la violenza economica non è soltanto un fenomeno individuale, ma un prodotto culturale, inscritto in una struttura più ampia di disuguaglianza (WeWorld, 2023).
Conseguenze psicologiche e processi di interiorizzazione
Dal punto di vista psicologico, questa struttura ha effetti profondi. La difficoltà a riconoscere la violenza economica può condurre a una interiorizzazione del controllo, in cui la persona finisce per attribuire a sé la responsabilità della propria condizione. Questo processo è coerente con quanto descritto nei modelli di vittimizzazione e auto-colpevolizzazione nelle relazioni abusive (Herman, 1992). La mancanza di autonomia viene vissuta come incapacità personale, la dipendenza come fallimento, l’impossibilità di uscire come debolezza. Tale processo di interiorizzazione rafforza il controllo, rendendo la violenza meno visibile e più efficace. La vergogna diventa uno dei suoi principali alleati: impedisce la narrazione, ostacola la richiesta di aiuto e isola.
Implicazioni cliniche e necessità di un approccio integrato
La clinica è chiamata, in questo contesto, a un compito che eccede la semplice descrizione. Non si tratta soltanto di riconoscere la violenza economica, ma di restituirle uno statuto simbolico. Nominare ciò che accade significa sottrarlo all’indistinzione, renderlo condivisibile, aprire uno spazio di pensabilità (Lingiardi & McWilliams, 2017). Ma questo processo richiede una postura specifica: la capacità di ascoltare ciò che non si presenta immediatamente come violenza, di cogliere i segni nelle pieghe del quotidiano, di interrogare ciò che appare normale.
Ma nominare non è sufficiente. La letteratura sottolinea come l’uscita dalla violenza sia fortemente condizionata da fattori strutturali, tra cui l’autonomia economica e l’accesso alle risorse (World Health Organization, 2013). Intervenire sulla violenza economica richiede quindi un approccio integrato, che includa interventi sociali, legali ed economici.
Intervenire sulla violenza economica implica anche una trasformazione del setting clinico. Non è possibile affrontarla esclusivamente sul piano intrapsichico. Richiede un approccio integrato, che tenga conto delle condizioni materiali, delle risorse disponibili, delle possibilità concrete di autonomia. Significa lavorare in rete, attivare risorse territoriali, sostenere percorsi di indipendenza economica. Significa riconoscere che la libertà non è soltanto una categoria psicologica, ma una condizione concreta.
La violenza economica come limitazione della soggettività
Forse, allora, la violenza economica può essere compresa come una forma di violenza che agisce sul tempo. Non sul tempo immediato dell’evento, ma su quello più lungo della possibilità. Non si limita a controllare ciò che è, ma restringe ciò che può essere. E nel farlo, produce una forma di immobilità che non è visibile, ma profondamente efficace.
Riconoscerla significa restituire profondità alla nozione di autonomia, non come ideale astratto, ma come pratica incarnata, situata, concreta. Significa riconoscere che la possibilità di scegliere non è data una volta per tutte, ma dipende dalle condizioni in cui si vive. E significa, infine, assumere che la violenza non è soltanto ciò che ferisce, ma anche ciò che impedisce di uscire dalla ferita. Perché la violenza economica, nella sua forma più radicale, non limita soltanto ciò che una persona ha, limita ciò che una persona può diventare.