expand_lessAPRI WIDGET

Perché non lo lascia? Neuroscienza, trauma bonding e l’architettura invisibile delle relazioni abusive

Il trauma bonding spiegato attraverso neuroscienze, attaccamento e trauma relazionale: perché lasciare una relazione abusiva è così difficile?

Di Claudia Rufini

Pubblicato il 25 Giu. 2026

Trauma bonding e relazioni abusive: oltre il mito del “basta lasciarlo”

C’è una domanda che ritorna, ostinata, quasi sempre pronunciata con una semplicità che la rende ingannevole: perché non lo lascia? È una domanda che attraversa il discorso pubblico, si insinua nei commenti, si affaccia talvolta anche nel pensiero clinico quando la comprensione si arresta. Ma è una domanda che contiene, già nella sua formulazione, una premessa implicita: che l’uscita da una relazione violenta sia un atto accessibile, lineare e disponibile alla volontà. Tuttavia, chi lavora a contatto con queste storie sa che ciò che trattiene non è un difetto di volontà, ma una struttura; non è una scelta semplice, ma un’organizzazione complessa che coinvolge il corpo, il cervello, la memoria implicita, il sistema di attaccamento e il contesto sociale. Non si resta nonostante la violenza; spesso si resta perché la violenza ha trasformato il modo stesso in cui si può percepire, sentire e decidere.

Il trauma bonding come adattamento alla violenza relazionale

Il concetto di trauma bonding, formalizzato nella letteratura clinica da Donald G. Dutton e approfondito in diversi contesti teorici, descrive un legame emotivo intenso e persistente che si sviluppa tra vittima e aggressore all’interno di cicli ripetuti di abuso e riconciliazione (Dutton & Painter, 1993). Questo legame non è un paradosso, ma una forma estrema di adattamento del sistema nervoso a condizioni di minaccia intermittente. La relazione abusiva non è statica, ma ritmica: si organizza in una sequenza di fasi che Lenore E. Walker ha descritto come ciclo della violenza — accumulo della tensione, esplosione aggressiva, fase di riconciliazione o “luna di miele” — e che, nella loro ripetizione, producono una struttura esperienziale profondamente ambivalente (Walker, 1979). È in questa ambivalenza che si radica il legame: la paura non elimina l’attaccamento, lo intensifica; il sollievo non cancella il trauma, lo rinforza.

Neuroscienza del legame traumatico: ricompensa e rinforzo intermittente

Dal punto di vista neurobiologico, questa dinamica può essere compresa come una forma di apprendimento associativo mediato dal rinforzo intermittente. Il sistema dopaminergico mesolimbico, in particolare le connessioni tra area tegmentale ventrale e nucleo accumbens, è altamente sensibile alle condizioni di incertezza: la ricompensa imprevedibile genera una risposta dopaminergica più intensa rispetto a quella prevedibile, aumentando la salienza dell’esperienza e la probabilità che il comportamento associato venga mantenuto. In una relazione abusiva, i momenti di riconciliazione — spesso intensi, carichi di promesse, di contatto emotivo — assumono un valore sproporzionato proprio perché emergono in modo imprevedibile dopo fasi di paura.

Regolazione del sistema nervoso e dipendenza relazionale

Ridurre il trauma bonding a una dinamica di ricompensa sarebbe ancora insufficiente. Ciò che è in gioco è anche, e forse soprattutto, una questione di regolazione neurofisiologica. Il sistema nervoso autonomo, come descritto da Stephen W. Porges, è costantemente impegnato in un processo di valutazione implicita della sicurezza — la neurocezione — che determina quale stato fisiologico verrà attivato (Porges, 2011). In condizioni di minaccia cronica, il sistema può oscillare tra stati di iperattivazione simpatica (lotta/fuga) e stati di ipoattivazione dorso-vagale (collasso, dissociazione). In questo contesto, anche brevi segnali di sicurezza — un gesto affettuoso, una parola rassicurante — possono attivare il sistema ventro-vagale, producendo un’esperienza intensa di sollievo e connessione. È qui che si radica la dipendenza regolativa: l’altro, pur essendo fonte di minaccia, diventa anche la fonte della regolazione.

Trauma relazionale e alterazioni neurobiologiche

Le ricerche sul trauma, in particolare quelle di Bessel van der Kolk, mostrano come l’esposizione prolungata a situazioni di pericolo modifichi profondamente il funzionamento cerebrale, alterando la reattività dell’amigdala, la modulazione dell’ippocampo e la capacità della corteccia prefrontale di integrare l’esperienza (van der Kolk, 2014). Il trauma non è soltanto un ricordo, ma uno stato che si riattiva nel presente. In questo senso, la relazione abusiva non è vissuta come una sequenza lineare di eventi, ma come una serie di stati discontinui, in cui la percezione del pericolo e della sicurezza può variare rapidamente, rendendo difficile una valutazione coerente.

Attaccamento disorganizzato e “paradosso relazionale”

La teoria dell’attaccamento di John Bowlby aggiunge un ulteriore livello di comprensione. Il sistema di attaccamento si attiva in condizioni di minaccia, orientando l’individuo verso la ricerca di prossimità e protezione. Quando la figura di attaccamento è anche fonte di pericolo, si genera una configurazione disorganizzata, in cui l’altro è simultaneamente oggetto di desiderio e di paura. Questo paradosso non è un errore, ma una risposta coerente del sistema di attaccamento in condizioni di trauma. Il legame non viene meno, ma si intensifica, proprio perché è attraverso il legame che si cerca la regolazione.

Fattori clinici e contestuali che ostacolano l’uscita dalla relazione abusiva

Dal punto di vista clinico, è fondamentale riconoscere che la difficoltà a lasciare una relazione abusiva non è un segno di debolezza o di dipendenza “psicologica” in senso riduttivo, ma il risultato di una riorganizzazione profonda dei sistemi di regolazione e di attaccamento. A questo si aggiungono fattori contestuali concreti — dipendenza economica, isolamento sociale, presenza di figli, minacce — che rendono l’uscita non solo difficile, ma talvolta pericolosa. Il rischio di escalation della violenza nel momento della separazione è documentato in numerosi studi, rendendo la decisione di andarsene una questione di sicurezza, non soltanto di volontà.

Dissociazione e frammentazione dell’esperienza del sé

Le ricerche sul trauma complesso e sulla dissociazione, sviluppate anche in ambito italiano da Liotti e Farina, evidenziano come esperienze relazionali traumatiche possano generare una frammentazione dell’esperienza del sé e una difficoltà a mantenere una continuità narrativa (Liotti & Farina, 2011). In queste condizioni, la relazione abusiva può essere vissuta attraverso stati alternati che rendono difficile una rappresentazione unitaria: momenti di paura intensa possono essere seguiti da momenti di idealizzazione, senza che vi sia una integrazione tra questi stati.

Implicazioni cliniche: dalla colpa alla comprensione

Smontare il mito del “basta lasciarlo” significa, allora, operare una trasformazione epistemologica: passare da una logica della colpa a una logica della comprensione, da una visione lineare a una visione sistemica. Significa riconoscere che l’uscita da una relazione abusiva è un processo, spesso lungo e non lineare, che richiede condizioni di sicurezza, supporto relazionale e interventi clinici informati sul trauma. La relazione terapeutica, in questo contesto, diventa uno spazio di coregolazione in cui il sistema nervoso può gradualmente sperimentare stati di sicurezza non dipendenti dalla relazione abusiva.

Uscire dalla relazione come processo di riorganizzazione

Forse, allora, la domanda iniziale deve essere definitivamente lasciata cadere, non perché sia illegittima, ma perché è insufficiente. Al suo posto, possiamo porne un’altra, più complessa e più rispettosa della realtà clinica: che cosa tiene insieme questo legame, e che cosa può permetterne la trasformazione?

Perché ciò che trattiene non è soltanto l’altro, ma un’intera architettura di sopravvivenza che si è inscritta nel corpo e nella mente. E uscire da quella relazione non significa soltanto separarsi, ma disimparare un modo di esistere, attraversare un processo in cui la sicurezza deve essere nuovamente scoperta, lentamente, spesso per la prima volta.

Riferimenti Bibliografici
  • Bowlby, J. (1988). A secure base: Parent-child attachment and healthy human development. Basic Books.
  • Carnes, P. (1997). The betrayal bond: Breaking free of exploitive relationships. Health Communications.
  • Dutton, D. G., & Painter, S. (1993). Emotional attachments in abusive relationships: A test of traumatic bonding theory. Violence and Victims, 8(2), 105–120.
  • Liotti, G., & Farina, B. (2011). Sviluppi traumatici: Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Raffaello Cortina Editore.
  • Porges, S. W. (2011). The polyvagal theory: Neurophysiological foundations of emotions, attachment, communication, and self-regulation. W. W. Norton & Company.
  • van der Kolk, B. A. (2014). The body keeps the score: Brain, mind, and body in the healing of trauma. Viking.
  • Walker, L. E. (1979). The battered woman. Harper & Row.
CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
Relazioni tossiche: l’abuso va oltre il narcisismo

Perché potrebbe essere più utile usare l'espressione ''abuso interpersonale'' invece di etichettare l'altro e parlare di abuso narcisistico?

cancel