Interruzioni e contratto terapeutico
Nel momento stesso in cui si inizia una psicoterapia deve essere chiaro ed esplicitato al paziente, attraverso lo strumento del contratto terapeutico (ed è buona pratica proporlo e sottoscriverlo in forma scritta) che il paziente ha il diritto di interrompere le sedute di psicoterapia in qualsiasi momento. Ad esempio, una frase che si può condividere ed esplicitare con il paziente è proprio che “in qualsiasi momento è possibile interrompere il rapporto comunicando al terapeuta la volontà di interruzione”. Generalmente, lo psicoterapeuta si rende disponibile a un ultimo colloquio di chiusura, ma ovviamente il paziente è libero di rifiutare quest’opzione.
Parlare della possibilità di interruzione sin dalle prime battute del percorso terapeutico non è controproducente, anzi consente di essere chiari ed evitare fraintendimenti, restituendo al paziente la sensazione di poter affrontare con sincerità eventuali difficoltà di diverso genere che potrebbero emergere durante la terapia. È dunque un diritto del paziente interrompere i colloqui di psicoterapia, in qualsiasi momento e in qualsiasi fase la terapia si trovi. E in alcuni casi cambiare terapeuta a cui ci si rivolge.
Quali ragioni a volte spingono un paziente a cambiare terapeuta?
A volte sin dall’inizio, la persona che si rivolge al terapeuta potrebbe non sentirsi a suo agio, potrebbe percepire una scarsa sintonizzazione e comprensione di ciò che sta esprimendo, potrebbe sentirsi giudicata; è difficile comprendere se tali sensazioni siano dovute a predisposizioni e tratti della personalità del paziente oppure se effettivamente c’è qualcosa nella modalità relazionale del terapeuta che non fa sentire a proprio agio la persona che ha di fronte. Ad ogni modo, questa può essere una delle ragioni che spinge il paziente a rivolgersi ad un altro terapeuta sin dalle prime battute. Altre questioni possono essere legate alla percezione che la psicoterapia non stia dando frutti, con scarsi progressi e con una stasi dei sintomi che non migliorano. Su questo aspetto è opportuno riflettere con attenzione, perché se da una parte è importante scegliere terapeuti adeguatamente formati e specializzati su specifici disturbi, dall’altra alcuni casi clinici possono essere complessi e richiedere tempo per poter osservare dei miglioramenti. Alcune ragioni invece possono essere plateali e più che comprensibili, ad esempio segnali di incompetenza, distrazione, superficialità e atteggiamenti giudicanti del professionista.
Quando cambiare potrebbe essere controindicato
Bisogna però prestare attenzione anche ad alcuni fenomeni legati al cambiamento del terapeuta che possono essere controproducenti.
Ad esempio, cambiare terapeuta perché non si vedono risultati immediati: la psicoterapia non segue logiche di sollievo totale e immediato dalla sofferenza, e cambiare perché nell’immediato non vi sono miglioramenti può nascondere una scarsa tolleranza della frustrazione, non consentendo il giusto tempo per arrivare a toccare i nodi critici per la persona.
In tal senso, possono emergere aspettative magiche per soluzioni onnipotenti e immediate, ben lontane dalla realtà della terapia che è un percorso impegnativo dal punto di vista emotivo: il clinico non è una figura onnipotente in grado di soddisfare tali aspettative.
In altre situazioni, può accadere che la persona decida di cambiare terapeuta quando iniziano ad emergere stati emotivi molto dolorosi, e su cui il paziente manifesta comportamento di evitamento attraverso un vero e proprio agito che ha lo scopo di bypassare la fatica emotiva.
In definitiva, cambiare terapeuta è un diritto del paziente e può rappresentare un atto di responsabilità verso il proprio benessere mentale. L’importante è che la scelta sia consapevole, non sia dettata da aspettative perfezionistiche o dal desiderio di fuggire dal dolore emotivo; l’obiettivo di cambiamento dovrebbe essere comunque la volontà di costruire una nuova autentica alleanza terapeutica.