Quando la vergogna entra in seduta: il timore del giudizio in psicoterapia
Carlotta è in psicoterapia ormai da diversi mesi, eppure quella tremenda sensazione di disagio è ancora presente anche mentre parla con il terapeuta. Un po’ è migliorata, ma permane ancora in modo altalenante: ora sta imparando, si chiama vergogna. E la vergogna, a volte le fa “perdere” minuti su minuti, perché di fronte al terapeuta, in certe situazioni tentenna, la prende alla lontana, fatica a tenere il contatto oculare, arrossisce, procrastina per quanto possibile la condivisione verbale.
I pazienti possono temere il giudizio e preoccuparsi dell’opinione che il terapeuta ha di loro, di quello che raccontano, dei meccanismi che hanno messo in atto nella loro quotidianità, e persino di come vengono percepiti anche durante la seduta. “Chissà cosa penserà di me? Che nemmeno riesco a parlare sciolto in psicoterapia“, “Penserà che sono proprio strano, che sono diverso da quelli che non hanno problemi psicologici”, “Sarà deluso perché non sono riuscita a portare a termine l’homework che avevamo concordato”.
Cosa è la vergogna in terapia?
La vergogna è un’emozione sociale, vissuta negativamente, è legata al confronto interpersonale ed è associata al timore di evocare o suscitare valutazioni negative negli altri; è dunque legata alle interazioni sociali e all’idea che la persona ha di sé stessa: il sé è autovalutato in termini negativi, si percepisce un senso di inferiorità e la persona diviene estremamente sensibile attenta ai segnali degli altri che possono convalidare questa idea. La vergogna nasce dalla valutazione della propria inadeguatezza e si lega al timore del giudizio altrui (terapeuta incluso): in diversi casi, si tratta di uno stato emotivo profondo e doloroso, pervasivo, che riguarda l’essenza della persona, la sua identità: “sono sbagliato, sono inadeguato, incompetente, non sono degno di stima”.
Le espressioni non verbali e comportamentali tipiche della vergogna consistono nel distogliere lo sguardo dall’altro, ripiegare la postura, voltare il viso, che in genere potrebbe arrossire, in qualche misura tentando di nascondersi poiché si vorrebbe diventare invisibili.
In psicoterapia può emergere il vissuto della vergogna proprio perché la natura stessa della relazione implica oltre modo la condivisione di aspetti di sé nella loro autenticità e vulnerabilità.
In particolare, la vergogna nella relazione psicoterapica è particolarmente attesa in pazienti con pregresse esperienze interpersonali di critica/umiliazione: il contesto relazionale, a maggior ragione che elicita un’apertura emotiva, può riattivare memorie implicite di rifiuto, giudizio negativo, umiliazione, in una logica del “Se mi mostro per chi sono davvero, verrò umiliato, giudicato negativamente, respinto, isolato.”
Inoltre, il terapeuta può essere percepito non solo in qualità di professionista competente, ma al tempo stesso figura giudicante, valutativa e comparativa; nella persona possono emergere timori di essere un paziente sgradevole, non apprezzato, troppo problematico, troppo grave, bizzarro nelle problematicità che porta, inadeguato rispetto a una norma che il terapeuta conosce o rappresenta, debole e sbagliato per la diagnosi da cui è affetto, e così via.
Quali sono alcuni comportamenti disfunzionali che vengono indotti dalla vergogna?
La vergogna come stato emotivo può essere celato, mantenuto segreto e non condiviso dal paziente nell’ambito della psicoterapia; un fattore che rischia di essere invisibile agli occhi del terapeuta, ma comunque attivo e operativo nell’ambito della relazione psicoterapica. Il timore del giudizio del terapeuta e la vergogna possono indurre la persona ad agire in modo controproducente per la costruzione di un’alleanza di lavoro solida e autentica, minando quindi la possibilità di una terapia efficace. Ad esempio, il paziente può evitare di condividere certi temi, esempi e esperienze, qualora senta che possano metterlo a rischio di giudizio negativo: per proteggersi dalla possibilità di essere invasi dalla vergogna di fronte al terapeuta, meglio omettere. Oppure, può tentare di minimizzare la rilevanza di certi aspetti, decidendo di condividere versioni edulcorate delle proprie esperienze emotive. La vergogna di dover ammettere e condividere profondamente qualcosa per cui ci si sente indegni, sbagliati, falliti, può portare anche ad annullare le sedute. L’assunto implicito è che anche in psicoterapia, non bisogna deludere, bisogna essere all’altezza delle aspettative, non è ammessa l’autenticità delle proprie fragilità, attualizzando la tendenza a voler essere il bravo paziente, quello che non delude mai e che non deve rischiare di sentirsi giudicato negativamente dal terapeuta.
La relazione che si instaura tra terapeuta e paziente è un ingrediente fondamentale in una psicoterapia, in quanto consente alla persona di sperimentare un legame basato su empatia, comprensione, assenza di giudizio, sintonizzazione emotiva e condivisione di specifici obiettivi. In questo quadro, un terapeuta competente è in grado di intercettare e di intervenire gradualmente su alcuni indizi riguardanti la fiducia nella relazione, la vergogna, la difficoltà di condivisione e il timore del giudizio.