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I test in ambito psicologico e il loro utilizzo 

I test psicologici si suddividono in test di funzione, che valutano determinate funzioni psichiche, e test di tratto o di personalità, proiettivi e non

Di Micaela Rigamonti

Pubblicato il 23 Mar. 2023

Con test psicologico si fa riferimento alla misurazione obiettiva e standardizzata di un campione di comportamento (Anastasi, 2002). 

Cosa sono i test psicologici

 Secondo Paul Kline (2017), un test psicologico può essere definito un buon test se presenta le seguenti caratteristiche: deve prediligere una scala a intervalli e dev’essere affidabile, valido e discriminante. I test sono uno strumento insostituibile in molti ambiti; in particolare si sono sviluppati test di funzione, che valutano determinate funzioni psichiche o determinate attitudini dell’individuo e sono utilizzati in ambito occupazionale e scolastico, e test di tratto o di personalità, suddivisi in due grandi categorie: i test non proiettivi (definiti anche obiettivi) caratterizzati da quesiti o prove prima conteggiate e poi valutate, e i test proiettivi, adatti all’indagine dei processi inconsci e non facilmente conteggiabili.

Il primo utilizzo di test risale al 2200 a.C. per la selezione di persone adatte alla funzione di mandarino dell’Impero cinese; questo strumento nasce però nelle sue forme attuali nella seconda metà dell’Ottocento, in ambito psicofisico, per studiare le reazioni sensoriali e le differenze individuali (Miceli, 2012).

I test di funzionamento

Per quanto concerne i test di funzione (o rendimento), il primo risale a Binet (inizi del XX secolo), ideato come scala di rilevazione dell’intelligenza e conosciuto nella sua rielaborazione del 1916 col nome di Standford-Binet (Miceli, 2012).  La loro scala restituiva un unico punteggio totale denominato “Quoziente Intellettivo”; questo strumento è composto da 60 item su grandi aree dell’apprendimento scolastico: l’attenzione, la memoria e la capacità di problem solving. La scala Standford-Binet (Miceli, 2012), ancora oggi in uso, è diventata la base per i futuri test d’intelligenza. Un limite di questo strumento è il fatto che l’intelligenza è un costrutto troppo vasto per essere racchiuso in un unico numero; in altri termini, l’intelligenza è condizionata da una serie di fattori, tra i quali abilità cognitive, cultura e ambiente familiare da cui si proviene.

Con il trascorrere degli anni, il punteggio totale al test d’intelligenza sembra perdere rilevanza anche come parametro per la diagnosi di ritardo mentale (Lang, 2020); di conseguenza, ci si chiede se il quoziente intellettivo (QI) possa essere un indicatore affidabile.

Wechsler è stato il primo a riferirsi all’intelligenza in termini di performance e non di capacità; in altri termini, scopo dell’autore non è la misurazione della quantità di intelligenza posseduta ma delle capacità prestazionali dei soggetti in determinate aree specifiche. Nel 1939 è stato pubblicato il test Wechsler-Bellevue Intelligence Scale (Lang, 2020), costruito per valutare specificatamente le prestazioni intellettive degli adulti.

Nei test di funzionamento rientrano quelli che rilevano attività specifiche, come per esempio la velocità di esecuzione di un compito, la capacità di discernere i colori, i test di abilità e di concentrazione. Rientrano tra i test di funzione quelli usati in ambito clinico-diagnostico, come i test psicofisiologici, quelli neuropsicologici e quelli usati per valutare l’entità di alcune compromissioni cerebrali.

Le principali classificazioni dei test

Sackett, Fogli e Zedeck (1988) sono stati i primi autori a studiare la distinzione tra test di massima performance e test di tipica performance.

 I test di massima performance (o prestazione massima) richiedono al soggetto destinatario di dare il meglio di sé e valutano abilità acquisite o potenziali in determinate situazioni. In questa tipologia è prevista una risposta corretta agli item e ne consegue che il punteggio è determinato dal numero di risposte corrette. Fanno parte di questo gruppo i test che valutano il funzionamento ritenuto “normale” dell’individuo (per esempio test di abilità, di profitto, di intelligenza e/o attitudinali) e quelli utilizzati per la valutazione di possibili deficit neuropsicologici.

I test di prestazione massima si suddividono a loro volta in:

  • test di abilità: hanno come obiettivo la misurazione delle capacità degli individui in specifici domini; ne è un esempio il Mental Paper Folding Test, uno strumento che indaga l’abilità di visualizzazione spaziale;
  • test di profitto: hanno lo scopo di misurare, tramite procedure oggettive, il grado di acquisizione di abilità o contenuti conseguenti a una formazione;
  • test attitudinali: fa parte di questa categoria qualsiasi strumento di valutazione progettato per misurare il potenziale di acquisizione di conoscenze o abilità. I test attitudinali sono considerati una base per fare previsioni sul successo futuro di un individuo, in particolare in una situazione educativa o lavorativa. Al contrario, si ritiene che i test di rendimento riflettano la quantità di apprendimento già acquisita;
  • test d’intelligenza: si tratta di test somministrati individualmente, utilizzati per determinare il livello di intelligenza di una persona misurando la sua capacità di risolvere problemi, formare concetti, ragionare, acquisire dettagli e svolgere altri compiti intellettuali. Comprendono compiti mentali, verbali e di performance di difficoltà graduata che sono stati standardizzati attraverso l’uso su un campione rappresentativo della popolazione. Esempi di test di intelligenza sono la Stanford-Binet Intelligence Scale e la Wechsler Adult Intelligence Scale;
  • test neuropsicologici: un qualsiasi strumento clinico per la valutazione del deterioramento cognitivo, compresi quelli che misurano la memoria, il linguaggio, l’apprendimento, l’attenzione e il funzionamento visuo-spaziale e visuo-costruttivo. Ne sono un esempio il Trail Making Test, lo Stroop Color-Word Interference Test e il Complex Figure Test.

Sackett, Zedeck e Fogli (1988) hanno proposto diverse condizioni affinché l’individuo riesca a dare il meglio di sé nei test di massima performance:

  • l’individuo dev’essere consapevole di essere osservato;
  • il soggetto dev’essere istruito a massimizzare il proprio sforzo;
  • la misurazione della prestazione deve avvenire in un breve periodo di tempo, in modo che l’individuo possa restare concentrato sull’obiettivo.

Rientrano tra i test di prestazione minima (o tipica performance) tutti gli strumenti che misurano le caratteristiche come la personalità o gli atteggiamenti. Solitamente gli item sono costituiti da frasi che descrivono un comportamento o un’inclinazione verso un particolare oggetto sociale e verso il quale il soggetto deve esprimere il proprio grado di accordo o la frequenza con cui effettua il comportamento descritto dall’item.

Questi strumenti non hanno una risposta corretta in quanto lo scopo è quello di individuare il punto di vista del soggetto. A questo raggruppamento appartiene il Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI). Il Minnesota Multiphasic Personality Inventory-II (MMPI-II) è il test maggiormente conosciuto della categoria di test auto-somministrati; si tratta di un test di personalità pubblicato per la prima volta nel 1940 e oggi uno degli strumenti self-report più utilizzati per la valutazione della personalità. La versione attualmente in uso, l’MMPI-2 (1989), presenta 567 domande con risposta vero o falso che valutano sintomi, atteggiamenti e convinzioni relativi a problemi emotivi e comportamentali, con revisioni sostanziali degli item originali e l’aggiunta di nuove scale.

I “test” che troviamo in Internet sono affidabili?

Solitamente in riviste, giornali e siti internet, si possono trovare degli insiemi di domande definiti “test psicologici”; generalmente, si presentano con titoli attraenti; viene proposta una serie di domande al lettore e quest’ultimo, dopo aver risposto, ottiene un punteggio che viene associato a determinati profili di personalità in funzione della somma conseguita. Oppure, è possibile imbattersi nel web in forme approssimative di test proiettivi, ossia procedure di indagine che assumono che le procedure utilizzate dalle persone per interpretare gli stimoli ambigui consentono di ricavare caratteristiche inconsce e profonde della personalità.

Identificare questi “test” che si trovano nel web come test psicologici compromette la credibilità della psicologia, in quanto quest’ultima, essendo una scienza che studia il comportamento umano, consente di acquisire conoscenze in base a osservazioni obiettive.

Sartori (2008) sostiene che unendo due delle diverse definizioni presenti in letteratura (Boncori, 1993; Anastasi, 2002), possiamo definire test (o reattivo psicologico) una situazione standardizzata nella quale il comportamento di una persona, opportunamente campionato, viene prima di tutto osservato e successivamente descritto tramite la misura, anch’essa standardizzata e, di conseguenza, oggettiva.

Il test psicologico, essendo uno strumento di indagine, può aiutare:

  • il soggetto a conoscersi meglio;
  • lo psicologo a formulare una diagnosi e/o valutare l’efficacia di un intervento terapeutico;
  • il ricercatore a osservare determinate variabili psicologiche, per descriverle con maggiore accuratezza possibile e spiegarne i meccanismi sottesi.

Detto ciò, si può affermare che i test che spesso troviamo online non possiedono quelle caratteristiche psicometriche essenziali per una misurazione obiettiva del comportamento e degli atteggiamenti e, di conseguenza, non possono essere ritenuti come test psicologici. Sicuramente, oltre ad avere una funzione ricreativa, i test che possono essere trovati online possono stimolare il soggetto a una riflessione metacognitiva, ovvero la creazione di idee inerenti la concezione di come la sua mente e quella altrui funzionino. In altri termini, grazie alla possibilità di porsi quesiti in merito al proprio funzionamento mentale e a quello altrui, la lettura di un test online potrebbe provocare una visione con diversi lenti della realtà mettendoci anche in discussione.

 

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Anastasi, A. (2002). I test psicologici. Franco Angeli
  • Kline, P. (2015). A handbook of test construction: Introduction to psychometric design. Routledge.
  • Lang, M. (2020). I test che lo psicologo deve conoscere. Raffaello Cortina Editore
  • Miceli, R. (2012). Numeri, dati, trappole. Elementi di psicometria. Carocci Editore
  • Sackett, P. R., Zedeck, S., & Fogli, L. (1988). Relations between measures of typical and maximum job performance. Journal of Applied Psychology, 73(3), 482.
  • Sartori, R. (2008). Psicologia psicometrica. LED.
Sitografia:
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