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La diagnosi nel bambino: descrivere, comprendere

Tramite l’approccio sistemico-relazionale è possibile cogliere il mondo di significati intorno alla diagnosi nel bambino e progettare un percorso efficace

ID Articolo: 187866 - Pubblicato il: 23 settembre 2021
La diagnosi nel bambino: descrivere, comprendere
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La diagnosi nel bambino: cosa significa diagnosticare le difficoltà di un bambino? Come avviene il processo diagnostico e su quali elementi si basa? Come differenziare la diagnosi nei diversi tipi di famiglia?

 

La diagnosi descrittiva nei bambini tra vantaggi e limiti

Messaggio pubblicitario Il processo attraverso il quale si effettua una diagnosi potrebbe essere facilmente compreso con una metafora: come di fronte alla volta celeste attribuiamo un nome ad un insieme di stelle lontane anni luce le une dalle altre, allo stesso modo quando effettuiamo una diagnosi nel bambino, attribuiamo un significato ad aspetti che, se presi singolarmente, sembrano non avere correlazione tra loro (Gandolfi, Martinelli 2008).

Quando un bambino presenta delle difficoltà nel contesto familiare, scolastico o in entrambi, egli viene solitamente inviato in un centro specializzato, dove un professionista valuta i suoi sintomi e li raggruppa in una diagnosi.

Sulla base dell’etichetta diagnostica ricevuta, egli potrà essere reinserito nel proprio contesto di appartenenza, dove riceverà degli ausili, una didattica personalizzata e intraprenderà un progetto riabilitativo.

Grazie alla diagnosi descrittiva si sono potuti compiere passi in avanti nell’aiutare i bambini in difficoltà: in un passato non troppo lontano, essi venivano considerati svogliati, non interessati alla scuola o addirittura “cattivi”. La diffusione di un processo finalizzato all’individuazione della diagnosi ha invece permesso di riconoscere che i bambini presentano problematiche indipendenti dal loro controllo, che vanno dunque affrontate e non giudicate.

L’iter diagnostico descrittivo, tuttavia, presenta alcuni limiti: esso si focalizza più sui deficit che sulle risorse; è eccessivamente standardizzato, tanto da non permettere di cogliere le specificità di ciascun bambino; non si focalizza sul contesto di appartenenza, aspetto particolarmente rilevante nei piccoli pazienti che da esso dipendono; in esso si pone l’accento sugli aspetti tecnici, a discapito degli aspetti emotivi e relazionali.

Integrare la diagnosi descrittiva con la diagnosi sistemico-relazionale

Con la proposta sistemico-relazionale (Gandolfi, Martinelli 2008) ci si focalizza sulle risorse del bambino e del suo contesto di appartenenza, cogliendo la particolarità di ciascuna situazione e inserendola in un contesto di significati più ampio: le difficoltà del bambino non vengono dunque lette unicamente come deficit suoi, ma in rapporto a come egli interagisce con le figure di accudimento e con la fratria.

Quando la famiglia è convivente, la proposta diagnostica sistemico-relazionale si articola in tre sedute:

  • una seduta anamnestica con i genitori, in cui si procede alla raccolta della storia clinica non solo del bambino, ma di tutto il contesto familiare, con una particolare attenzione alla trigenerazionalità;
  • una seduta di gioco con tutta la famiglia che ha lo scopo di cogliere le difficoltà e le risorse del bambino, in interazione con i propri familiari. L’osservazione delle dinamiche relazionali avviene attraverso il coinvolgimento dei fratelli oltre che dei genitori, poiché le relazioni tra pari all’interno del contesto familiare sono tanto importanti quanto quelle tra le generazioni;
  • un colloquio finale con i genitori, in cui lo psicoterapeuta propone un’ipotesi sistemica sulla base del materiale raccolto durante le prime due sedute. Durante quest’ultimo incontro è possibile mostrare ai genitori il video della seconda seduta, precedentemente videoregistrata, al fine di permettere loro di entrare meglio in contatto con alcuni aspetti che normalmente si verificano nel contesto relazionale.

L’obiettivo di questi incontri è quello di fornire ai genitori una nuova costellazione di significati, che permetta loro di guardare alle difficoltà in un’ottica evolutiva e di sentirsi parte attiva di tale processo e non semplice osservatori della riabilitazione che viene proposta al loro figlio.

Quando i genitori sono separati: un nuovo mondo di significati

Oggi la separazione tra i genitori è un evento diffuso, quindi è necessario che i terapeuti si pongano il problema di come condurre una consultazione efficace con famiglie che hanno questa caratteristica.

È innanzitutto fondamentale che essi assumano un punto di vista il più possibile neutrale, evitando di considerare la separazione tra i genitori come un problema tout court, ma, all’opposto, di ignorare i possibili effetti che tale evento ha sull’intero sistema di riferimento.

Un ulteriore aspetto risulta particolarmente importante: non tutte le separazioni sono uguali.

In generale, è possibile distinguere tra separazioni conflittuali e separazioni in cui viene mantenuto un certo livello di collaborazione tra i coniugi: è dunque fondamentale che il terapeuta sviluppi una sensibilità clinica sufficiente per cogliere le caratteristiche della situazione che sta affrontando, tenendo conto che la distinzione tra famiglie conflittuali e collaborative non è dicotomica, ma si colloca lungo un continuum.

A questo proposito, non va dimenticata l’importanza della telefonata (Di Blasio, Fisher e Prata, 1986; Perini, 2020), strumento fondamentale che permette al clinico di capire le caratteristiche della famiglia prima di incontrarla e, di conseguenza, di scegliere la convocazione più opportuna.

Quando la separazione tra i genitori è conflittuale

Messaggio pubblicitario Nel caso in cui la famiglia del bambino sia caratterizzata da una separazione conflittuale tra i genitori, può talvolta essere preferibile proporre una consultazione totalmente separata.

Questa proposta potrebbe apparire come non ottimale negli interessi del bambino, poiché il clinico dovrebbe lavorare nell’ottica di aiutare i genitori a collaborare il più possibile alla cura dei figli. Pur condividendo con alcuni autori (Marinello e Sacchelli, 2018) l’importanza di ridurre la distanza tra gli ex coniugi con l’obiettivo di evitare la demonizzazione reciproca, ritengo che nei casi di grave conflittualità di coppia gli incontri congiunti potrebbero far perdere di vista l’obiettivo per cui è stata chiesta la consultazione, ovvero le difficoltà del bambino, trasformandosi in un’inutile riedizione dell’esperienza conflittuale (Cigoli, Galimberti, Mombelli 1998). Credo dunque che il clinico debba, almeno nelle fasi iniziali della terapia, porsi il ragionevole obiettivo di aiutare entrambi i genitori ad affrontare, ciascuno secondo le proprie possibilità, le difficoltà del figlio, rimandando ad un secondo momento l’obiettivo della collaborazione.

La proposta, pertanto, è la seguente:

  • il primo incontro viene svolto separatamente: una seduta con la madre e una con il padre;
  • il secondo incontro prevede una seduta con la madre e il/i figlio/i, ed una, svolta in un momento diverso, con il padre e il/i figlio/i;
  • anche il terzo incontro viene svolto separatamente: una seduta con la madre, in cui vengono visionati gli spezzoni della seduta che lei ha svolto con i figli; una seduta con il padre, in cui vengono visionati gli spezzoni della seduta che lui ha svolto con i figli.

Quando tra i genitori è presente collaborazione

I bambini che vivono in famiglie in cui i genitori si separano senza un grave conflitto esplicito, vivono un’esperienza senza dubbio diversa dai precedenti, forse più funzionale, ma non sempre priva di criticità. Non sono infrequenti le situazioni di apparente collaborazione, in cui è presente un conflitto latente, che può però avere una notevole influenza sull’intero sistema. Se, come detto, il compito del clinico è quello di attribuire significato all’esperienza del bambino, egli dovrà fare in modo che tutti gli aspetti che lo riguardano, compresi quelli non evidenti, vengano a galla, quindi…

  • …svolgere la seduta anamnestica con entrambi i genitori nella stessa stanza può essere strategicamente vantaggioso, perché permette, se gli ex partners sono realmente in sintonia, di avviare un percorso di collaborazione. In assenza di sintonia reale, è possibile portare alla luce e “significare” l’eventuale conflittualità latente;
  • la seconda seduta di gioco, preferibilmente, viene divisa in due: da un lato viene svolto un incontro con il padre e i figli, dall’altro uno con la madre e i figli. Questa divisione permette di cogliere le relazioni del bambino con ciascun genitore, alla luce del fatto che, in seguito alla separazione, egli trascorrerà momenti in autonomia con il padre e momenti in autonomia con la madre. Nei casi in cui il processo di separazione affettiva tra i coniugi è ancora in transizione, tale metodologia offre l’opportunità di valorizzare le capacità di ciascuno e quindi favorire la conclusione del processo separativo. Non va infatti dimenticato che spesso le situazioni in cui i due coniugi si separano “a metà”, potenzialmente generano confusione e sofferenza nei figli;
  • anche il colloquio finale con i genitori può essere svolto congiuntamente.

Vantaggi dell’iter sistemico

Come mostrato da quanto esposto finora e dagli esempi riportati, l’iter diagnostico sistemico permette di uscire dalla standardizzazione e cogliere la particolarità di ciascun bambino e del contesto ambientale a cui egli appartiene.

Esso si focalizza non tanto sul comportamento del singolo, quanto piuttosto su come il bambino interagisce nei differenti contesti relazionali che fanno part del suo mondo. Come dimostrato dagli esempi, è possibile che il bambino inserito in un ambiente familiare con separazione tra i genitori si comporti in maniera diversificata con la madre e con il padre. Il processo di consultazione sistemico, attraverso l’osservazione dell’individuo nei vari contesti di vita, permette di cogliere tali differenze, nell’ottica di ottenere una panoramica globale sulla sua vita e sulle sue relazioni.

Conclusioni

Attraverso le sue difficoltà, il bambino ci comunica qualcosa su se stesso e sul contesto a cui appartiene: è fondamentale andare oltre l’etichetta diagnostica e la sola considerazione degli aspetti problematici, deficitari, carenti. Attraverso l’iter diagnostico sistemico-relazionale è possibile cogliere il mondo di significati che sta intorno al disagio del bambino e progettare dunque un percorso efficace, breve ed incentrato sull’attenuazione delle difficoltà e sulla valorizzazione delle risorse.

 

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Bibliografia

  • Cigoli, Galimberti, Mombelli 1998. Il legame disperante. Il divorzio come dramma di genitori e figli. Raffaello Cortina editore.
  • Di Blasio P., Fischer J. e Prata M. (1986). La cartella telefonica: pietra angolare della prima intervista con la famiglia. Terapia Familiare, 22: 1-17.
  • Gandolfi M., Martinelli F. (2008). Il bambino nella terapia. Gardolo (TN): Erickson.
  • Sacchelli D., Marinello R. (2018). Separazioni conflittuali. Conflitto, demonizzazione e paradossi nella coppia in fase di separazione. Edra.
  • Perini E. (2020). L’inizio della terapia sistemica: chi convocare in seduta? State of Mind.
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