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Sul senso della vita (2022) di Viktor E. Frankl – Recensione

Frankl racconta nel libro "Sul senso della vita" cosa voglia dire cercare la libertà anche in situazioni che hanno lo scopo preciso di privarcene

Di Giulia Campanale

Pubblicato il 27 Gen. 2023

Nel marzo 1946, a soli undici mesi dalla sua liberazione dai lager, Frankl tenne una serie di importanti conferenze presso l’università popolare di Ottakring (Vienna); le sue parole e i suoi preziosi insegnamenti vennero raccolti in un breve volume intitolato “Sul senso della vita”.

 

Parlare oggi del significato e del valore della vita appare più necessario e allo stesso tempo difficile che mai. Gettarsi alle spalle con un ottimismo a buon mercato ciò che l’epoca più recente ha portato con sé non è più un’ipotesi comunemente contemplata: siamo diventati pessimisti e sappiamo bene che non è più possibile fare affidamento su un tranquillo avanzamento dell’umanità in grado di imporsi da sé. Ogni impulso ad agire procede oggi nello scetticismo e nella consapevolezza che ciò che progredisce – e fino a che punto – dipende solo e soltanto da noi.

Ma è proprio in questi presupposti di pessimismo, nichilismo e disinganno che Viktor E. Frankl (Vienna, 1905-1997), neurologo e psichiatra viennese, coglie la preziosa possibilità di farci strada verso una nuova umanità incardinata sulla resilienza e sul valore del significato esistenziale.

Frankl, uomo di ascendenza ebraica, dopo un dottorato in medicina e uno in filosofia ottenuti presso l’Università di Vienna, durante la Seconda Guerra Mondiale venne internato per tre anni nei campi di concentramento nazisti di Auschwitz e Dachau. Grazie a una serie di incredibili intuizioni e coincidenze sopravvisse miracolosamente all’inferno dell’Olocausto e, dopo la guerra e la sua liberazione, viaggiò instancabilmente in tutto il mondo presiedendo conferenze e lezioni che sono rimaste nella storia per il profondo messaggio che portano con sé sul senso della vita.

Proprio per via dei suoi insegnamenti è ricordato a livello internazionale come uno dei principali fondatori dell’analisi esistenziale e della logoterapia, un approccio psicoterapeutico che si pone come primario obiettivo la riscoperta del significato della vita e dell’esistenza umana.

Nel marzo 1946, a soli undici mesi dalla sua liberazione dai lager, Frankl tenne una serie di importanti conferenze presso l’università popolare di Ottakring (Vienna); le sue parole e i suoi preziosi insegnamenti vennero raccolti in un breve volume intitolato “Sul senso della vita”.

Dopo “Uno psicologo nei lager”, il suo libro più famoso (1996), anche “Sul senso della vita” (2022) riesce a rivelarsi un viaggio intenso e incredibilmente prezioso, capace di cambiare la visione della vita di ognuno di noi insegnandoci l’importanza di trovare, celato anche nelle più drammatiche circostanze, un senso al nostro esistere.

In seguito a una bellissima introduzione di Daniel Goleman, noto psicologo statunitense, Frankl offre una testimonianza cruda e diretta di una sopravvivenza contro ogni previsione, indubbiamente arricchita e impreziosita dal suo essere medico psichiatra e neurologo, dunque vero professionista della salute mentale.

Frankl racconta nelle sue pagine cosa voglia dire cercare la libertà –di resistere, di attribuire un significato e un senso alla propria vita– anche in situazioni che hanno lo scopo preciso di privarcene, determinato a “dire sì alla vita” nonostante tutto. Perché la felicità e i piaceri in sé non bastano e non possono costituire un obiettivo né dare significatività alla vita: è invece nei momenti tristi e bui della nostra esistenza e nel modo in cui li affrontiamo che, cogliendone un senso spesso non immediatamente comprensibile, dimostriamo davvero chi siamo e maturiamo interiormente.

Frankl ci invita a un cambio di prospettiva spiegandoci che non siamo noi a poter fare domande sul senso della vita, ma è la vita stessa che ci interroga incessantemente sul suo significato e, momento per momento, attraverso le nostre stesse reazioni a essa, rispondiamo a tali interrogativi in un’etica del quotidiano.

Le domande che la vita ci pone, tuttavia, non solo cambiano di ora in ora, ma anche di individuo in individuo: in questo senso il presente è la chiave di tutto, poiché racchiude in tutta la concretezza del qui ed ora l’interrogativo eternamente nuovo e rinnovato che la vita ci rivolge.

 A tal proposito, una digressione interessante dell’autore riguarda la nostra mortalità. Frankl sostiene che proprio la consapevolezza di essere mortali e di sapere che la nostra vita ha un tempo finito e le nostre possibilità sono limitate, costituisce già di per sé un aspetto che dona significatività all’esistenza. Se fossimo immortali potremmo rimandare qualsiasi cosa, perché su di noi non incomberebbe nessuna fine e nessun limite alle possibilità, e di conseguenza non vedremmo la necessità di compiere un’azione prima di una presunta “data di scadenza”.

La morte costringe invece a intraprendere qualcosa, a sfruttare il tempo e a realizzare un’opportunità, conferendo un carico di significatività alla vita, creando lo sfondo sul quale il nostro essere si responsabilizza e fondando l’irripetibilità della nostra esistenza e del nostro esserci.

Dedicando poi un intero capitolo alla più autentica e diretta testimonianza del suo vissuto nei lager nazisti, Frankl studia e descrive i vari stadi dell’atteggiamento del prigioniero, che iniziano con un traumatico e inevitabile senso di shock, per poi lasciare il passo a una lenta “morte interiore”, caratterizzata da un’apatia pervasiva rispetto alle proprie emozioni e dal disgustoso deterioramento fisico del corpo, e arrivare –se fortunati– all’ultima fase del “prigioniero liberato”, il quale –paradossalmente– necessita di parecchio tempo per reimparare a rallegrarsi della sua liberazione.

Tuttavia, malgrado la crudeltà, le torture, la violenza e la costante minaccia di morte, l’autore spiega che nella prigionia degli internati c’era una parte di vita che restava libera: la mente, la più grande rappresentazione dell’autentica libertà umana. Le speranze, i sogni e l’immaginazione dei prigionieri appartenevano infatti solo e soltanto a loro, nonostante le terribili circostanze. Qualsiasi agente esterno poteva esercitare un’influenza, è vero, ma non il totale controllo.

Ecco allora perché Frankl sottolinea che la nostra prospettiva sugli eventi della vita conta tanto quanto ciò che realmente ci accade, perché se il destino è ciò che succede a prescindere dal nostro controllo, la reazione ad esso e i pensieri che elaboriamo sono ciò di cui ognuno di noi è davvero responsabile.

Con la sua penna intensa, sincera e a tratti cruda, Frankl trascende i tragici eventi di cui è stato testimone e si focalizza sull’esplorazione della natura umana e delle sue potenzialità di resilienza, conferendo il più autentico valore al concetto della filosofia giapponese di Ikigai (“ragione di vita”, “ragione d’essere”) e alle massime di Friedrich Nietzsche “Chi ha un perché per vivere, sopporta quasi ogni come” e “Se vivere è soffrire, sopravvivere è trovare un senso nella sofferenza”.

Quel che Frankl racconta –e insegna– non vale solo per l’esperienza della detenzione nazista, ma anche per tutte le altre situazioni-limite e gli urti che la vita ci presenta, dalla sofferenza, alla malattia, al lutto.

Ecco allora che “Sul senso della vita”, senza mai sminuire la drammaticità degli orrori di uno dei periodi più tristi della storia mondiale, si rivela un documento umano di straordinario valore, custode di un profondo e prezioso messaggio: la vita vale la pena di essere vissuta in qualsiasi situazione e l’essere umano può riuscire, anche nelle peggiori condizioni, a “mutare una tragedia personale in trionfo”. Perché per Frankl vivere vuol dire questo: inseguire un significato, interrogare sempre il senso delle cose e creare dentro di sé il tempo fertile dell’attesa e della risposta. Saper aspettare per saper costruire.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Frankl V. E. (2022), Sul senso della vita, Mondadori.
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