La fantasia del mondo distrutto (2022) di Levine e Bower – Recensione

Il viaggio nella fantasia del mondo distrutto attraversa la colpa legata alla distruzione, fino al legame con l’autodeterminazione nella società

ID Articolo: 196968 - Pubblicato il: 04 gennaio 2023
La fantasia del mondo distrutto (2022) di Levine e Bower – Recensione
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Levine e Bowker mostrano come la fantasia del modo distrutto possa essere espressione del legame sociale, e, raggiungendo il vertice della loro analisi, segnalano i risvolti “dell’appropriazione nella fantasia” di realtà distruttive. 

 

Minacce esistenziali, fantasie e società civile

Prima della malvagità c’è l’assenza. L’assenza diventa malvagità quando scopriamo, o più  esattamente creiamo, un collegamento causale fra le sue cose (Levine e Bowker, 2022, p.12).

 È così che, Daniel P. Levine e Matthew H. Bowker, nel loro libro “La fantasia del mondo distrutto. Uno studio psicoanalitico su cultura e politica”, intrecciano i fili di un progetto che ingaggia il lettore in un’analisi impegnativa ma necessaria sull’incombere di minacce esistenziali nella nostra società e sul legame tra mondo interno e realtà esterna di cui si fanno testimonianza.

Attraverso le dimensioni temporali del passato, del presente e del futuro, e in quelle spaziali del vecchio e del nuovo mondo, gli autori propongono uno sguardo rivolto alla contemporaneità – intrigante e considerevole – il cui focus è saldamente centrato sulla produzione fantastica. Di quest’ultima, che non può che essere segnalata come un’attività imprescindibile per la costituzione psichica, forniscono una lettura che, procedendo verso la società civile, ne evidenzia il modo in cui ne sia permeata, o meglio, su cui appare edificata.

Percorrendo il sentiero che tracciano per il lettore, è possibile cogliere ben presto un vertice osservativo che non si estende verso tutte le fantasie, ma ne prende in esame una: la fantasia del mondo distrutto. Presentando un’analisi che riserva, in un primo momento, uno sguardo alla dimensione individuale, per approdare, poi, a quella collettiva, Levine e Bowker mostrano come la fantasia del modo distrutto possa essere espressione del legame sociale e, raggiungendo il vertice della loro analisi, segnalano i risvolti “dell’appropriazione nella fantasia” di realtà distruttive.

La fantasia del mondo distrutto, tutt’altro che una fantasia inusitata, ci accompagna nel nostro quotidiano, come accade con molti dei mezzi che usiamo per informazione e/o diletto, che contengono proprio un’ampia rappresentazione della civiltà ridotta in frantumi con cui conviviamo, ma abbiamo imparato ad ignorare.

Abitare il mondo distrutto – e ad essere distrutto è il mondo interno – è, in sostanza, ritrovarsi in un mondo privato dell’oggetto buono, in altre parole quell’oggetto che acquista queste caratteristiche perché il sé è al sicuro nel contatto che intrattiene con esso. Diversamente da quello che potrebbe essere intuito, qui, tutto l’impegno degli autori non è convogliato verso la rappresentazione della perdita, ma verso l’analisi delle sue conseguenze, che trovano nella serie tv “Godless”, una narrazione senz’altro – più immediata e tollerabile – di una contesa tra forze psichiche, emblematiche testimonianze di speranza e disperazione, attive in quel costoso processo che è l’integrazione psichica.

L’oggetto buono perduto e l’assenza di una casa

Perché possa compiersi nel migliore dei modi il passaggio all’età adulta, è importante per l’individuo avere avuto a disposizione un ambiente sicuro in cui crescere, in altri termini, un ambiente che si configura come tale per la presenza di qualcuno che è sufficientemente rispondente ai nostri bisogni, quello che definiamo oggetto buono; il legame con esso è necessario perché il sé possa concepirsi come buono, perché possa sentirsi visto e, dunque, compiere il passo dall’unità alla separazione, fino al suo autodeterminarsi. Se il sé dipende da questo legame, perdere l’oggetto buono significa essere esposto all’abbandono e alla perdita di un posto sicuro; un luogo che non è sicuro è un luogo pericoloso, non possiede significato e non può che rappresentare una minaccia per la sua stessa esistenza.

La colpa e la strada per tornare a casa

Il viaggio nella fantasia del mondo distrutto attraversa estesamente e minuziosamente la colpa insorta in seguito alla distruzione, la esplora espandendo i suoi confini, fino a condurre il lettore a cogliere il suo legame con l’autodeterminazione nella società. Radunare peculiarità e sfumature che la contraddistinguono, intessendo contributi psicoanalitici, filosofici e letterari che consentono di rendere meno oscuri effetti, responsabilità e possibilità riparative di questo danno è il tentativo arduo a cui Levine e Bowker rivolgono il loro impegno e ne chiedono altrettanto a chi si appresta a scorrere le pagine in cerca del filo che le tiene insieme. Ecco che, è al senza senso della fine, alla paura che ingenera questa scoperta, ai suoi effetti e al tentativo dell’uomo di rispondervi che conduce il loro lavoro.

Di fatto, scoprire l’insensatezza del mondo distrutto e adoperarsi per non morirne è il compito di chi sopravvive. Un compito che attraverso la mobilitazione dell’aggressività si pone l’obiettivo di ripristinare il senso perduto, un compito paradossale e non privo di conseguenze e in cui attraverso il senso di colpa si definisce l’assenza e la presenza del sé.

Mentre la lotta tra amore e odio tormenta l’uomo fino a fargli disconoscere che la distruzione è già avvenuta, ecco che il sopraggiungere della sua risposta consiste nella scelta, secondo Levine e Bowker, della sua possibilità di sopravvivenza. Frugando insieme agli autori tra queste possibilità, ne possiamo riconoscere almeno tre attraverso cui si può imparare ad abitare il nuovo mondo: fuggire, adattarsi alla sua inospitalità e minacciosità costruendo un falso sé, oppure costruendo un sé colpevole, ossia quello narrato in “Godless”. Più nel dettaglio, quest’ultima, a cui Levine e Bowker dedicano uno spazio piuttosto ampio, costituisce proprio una valida rappresentazione del mondo interno del bambino dopo la perdita del suo oggetto buono.

Se qualcosa possiamo dire di questo nuovo mondo è che la sua peculiarità per eccellenza è quella di essere dominato da emozioni dirompenti e contrapposte, di amore e odio che non possono essere contenute, ma che sono proiettate nel mondo esterno, palcoscenico della distruzione vissuta nel mondo interno.

Nella “Città senza Dio” la desolazione paesaggistica tipica del far west, con l’aridità e il silenzio dei suoi luoghi, oltre a rappresentare chiaramente l’assenza di qualcuno che risponda al nostro appello – qui è intuibile il riferimento alla filosofia dell’assurdo cui gli autori si accostano per la loro analisi – è utile anche per comprendere meglio come le emozioni distruttive si mobilitino in esso, consentendo al sé di identificarsi con l’innocente e il colpevole, ossia il deprivato e il deprivante.

Ecco che, nella vita mentale del bambino, la colpa e l’odio assurgono alla funzione di riparare il danno e tenere insieme le parti opposte del sé.

Per ritornare a questo nuovo mondo, in cui non c’è più una casa, assumersi la colpa della distruzione costituisce la soluzione necessaria per introdurre la speranza, la speranza di ritrovare, magari un giorno, un posto sicuro.

Messaggio pubblicitario  Da qui l’importanza di accogliere l’operazione di rivolgere maggiore attenzione alla colpa per poterla identificare, come sostengono Levine e Bowker, come l’elemento necessario perché si possa giungere alla comprensione di quello che, in realtà, le si cela dietro: “[…]una fantasia di abbandono profondamente incorporata, che ha origine nell’esperienza infantile dell’assenza di un oggetto materno affidabile” (Levine e Bowker, 2022, p. 121).

Qui il riferimento ad una esperienza condivisa si fa chiaro, come pure il rarefarsi della distinzione tra dentro e fuori, con l’appiattimento dei piani temporali coinvolti, in gioco il privilegio di essere sopravvissuto, la convinzione che la sopravvivenza costituisca l’equivalenza del non essere cattivo, o fantasie onnipotenti nate per contrastare la vergogna di essere vittime sopravvissute.

L’onnipotenza della giustizia, il gruppo e la famiglia

Nella fantasia, all’onnipotenza di forze distruttive si può opporre l’onnipotenza di forze tese a riparare la distruzione, ossia la perdita dell’oggetto buono e – in definitiva – la perdita dello stesso sé. In una tale prospettiva, la colpa, la riparazione e l’impegno civico appaiono indissolubilmente legati e il gruppo rappresenta la condizione attraverso cui reprimere il sé o viceversa autodeterminarsi. Nel gruppo, infatti, il sé può ri-sperimentare lo stato vissuto nella diade primitiva, in cui la separazione non esiste e l’omologazione ha il fine di annullare le differenze, o viceversa, sperimentare il distacco per manifestare il vero sé. Questa questione assume un significato non trascurabile se intercettata nei sistemi sociali in cui l’attività o la passività del singolo e del gruppo vengono a configurarsi come un tentativo di riparare le relazioni oggettuali interne attraverso le relazioni quotidiane nella realtà esterna. In tal senso, l’impegno civico può essere letto come la necessità di difendersi dall’angoscia di essere abbandonati.

Più nel dettaglio, il sé potrebbe trovarsi nella condizione di contrastare la vergogna provata nella passività, attraverso il proprio impegno a parlare, a parlare per sè, spostando l’odio – l’odio provato verso di sé – all’esterno, in contenitori adatti a contenerlo, e contro i quali combattere. Quest’operazione che potrebbe – e così accade – avvenire nel nome della giustizia, finisce per dare vita a gruppi che ricoprono posizioni contrastive e che, piuttosto che combatterla la violenza, la alimentano ulteriormente.

In altri termini, quello che accade – secondo Levine e Bowker – è che intorno alla giustizia viene costruita una fantasia che definisce la sua onnipotenza nel riparare la perdita. Per usare le loro parole: “Questa fantasia è collegata alla speranza che i torti si possano riparare, se le istituzioni giuridiche costringono altri a sopportare il peso di un sé cattivo o difettoso” (Levine e Bowker, 2022, p.142).

Se quanto riferito in merito alla giustizia, alle tendenze politiche e culturali della società civile viene osservato a livello familiare, quello che è possibile cogliere è che quando è la stessa famiglia a concepirsi come un gruppo, che lascia scarso, se non assente, margine di crescita ai suoi membri, ripudiare le differenze per preservare il legame materno è quello che consente alla “famiglia gruppo” di inscenare all’esterno il dramma interno di un mondo pericoloso in cui l’essere non è possibile.

Se l’essere non è possibile, il modo per portare avanti questo compito è quello di ritrovarsi in un’esperienza condivisa di perdita che, secondo gli autori, è rappresentata dal “gruppo superstite”. In quest’ultimo, in cui i vivi non sono comunque vivi, l’impossibilità del sé di esprimersi e l’identificazione con i morti è necessaria per contrastare la personale spinta vitale e non tradire chi non c’è più. Quando parlano di tradimento Levine e Bowker, si riferiscono a quella condizione in cui il sé: “[…] tradisce (rivela) il segreto della famiglia, ovvero che la famiglia è solo questione di rifiuto e perdita, e tradisce (viola) il suo codice morale, rifiutando di rivestire nel dramma familiare un ruolo che nega la vita” ( Levine e Bowker, 2022, p.179).

Si comprende bene allora come ritrovarsi in una tale condizione costituisca una cristallizzazione del processo maturativo in cui il progresso è confuso con la sua conservazione. La lotta ingaggiata è, infatti, contro un torturatore interno – per citare Orwell a cui gli autori si connettono nelle ultime pagine del loro libro – e la perdita dell’oggetto buono è inevitabilmente irreparabile, perché è già avvenuta.

L’oggetto empatico e la strada alternativa

Per concludere, se una strada alternativa a questo scenario di distruzione può essere trovata, è quella del contatto con un oggetto empatico. Facendo un passo indietro e tornando alla formazione dei legami, difficilmente, adesso, potrebbe sfuggire la relazione che dovrebbe essere osservata tra empatia e aggressività. Qui la metafora del cavallo spezzato o “domato”, come raccontata da Levine e Bowker in merito alla serie “Godless”, potrebbe essere calzante. In essa la primitività della forza di emozioni e impulsi del cavallo/bambino può essere controllata/integrata solo attraverso la creazione di una relazione con un oggetto sufficientemente empatico e pertanto in grado di consentire al sé di esprimere la sua identità. Qui l’importanza di una tale relazione risiede nella possibilità che ha di indebolire, se non interrompere, il riprodursi di una successione di drammi interni nelle relazioni nel mondo esterno. Se una ri-configurazione del mondo interno è mai possibile, lo è attraverso una relazione in grado di offrire uno spazio di accoglienza del sé che impedirebbe alla colpa di prendere il sopravvento e dare al mondo interno e poi esterno un aspetto minaccioso.

“In altre parole, è la capacità di un oggetto nuovo, l’analista, di sopravvivere alle aggressioni del paziente, restando accessibile come fonte di legame empatico, ciò che altera la configurazione del mondo oggettuale interno, attenuandovi il potere della colpa” (Levine e Bowker, 2022, p.191) e dunque il suo viaggio disperato alla ricerca di uno spazio sicuro.

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Bibliografia

  • Levine, D., P. & Bowker, M., H. (2022). “La fantasia del mondo distrutto. Uno studio psicoanalitico su cultura e politica. Roma: Astrolabio-Ubaldini.
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