Mai venuto al mondo. Implicazioni cliniche dell’aborto spontaneo: un dolore difficile da raccontare

L’aborto spontaneo, come i problemi di infertilità, sono tuttora costellati da molti pregiudizi che rendono ancora più drammatico il vissuto di chi li vive

ID Articolo: 194209 - Pubblicato il: 22 luglio 2022
Mai venuto al mondo. Implicazioni cliniche dell’aborto spontaneo: un dolore difficile da raccontare
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L’aborto spontaneo è un evento più frequente di quanto possiamo immaginare. I dati ISTAT rivelano che colpisce circa una donna su cinque, quindi un terzo delle gravidanze totali termina in un aborto spontaneo. In particolare, in Italia si contano più di 70.000 casi l’anno, numero che include solo quelli che hanno ricevuto un’ospedalizzazione.

 

Messaggio pubblicitario  Molto spesso implica delle ripercussioni dal punto di vista psicologico anche se, ancora oggi, si tende a sminuire l’evento, sia perché avviene con molta frequenza, sia perché si parla poco delle conseguenze cliniche.

Molti sostengono che la morte precoce non vada considerata come un vero e proprio lutto, svalutando e talora banalizzando i vissuti delle donne colpite, le quali vengono lasciate sole senza alcun sostegno.

I risultati di un recente studio statunitense pubblicato online il 13 dicembre 2019, nell’American Journal of Obstetrics and Gynecology (AJOG) svelano il contrario, riportando sintomi di stress post-traumatico presenti in quasi un terzo delle donne dopo un mese e in circa il 20% dopo 9 mesi dalla perdita. Inoltre, è emerso che molte donne dopo la perdita soffrono di stati d’ansia e depressione che in alcuni casi persistono anche dopo 9 mesi (Kersting & Wagner, 2012).

L’aborto spontaneo, come i problemi di infertilità, che ad oggi colpiscono moltissime coppie, sembrano tuttora essere costellati da molti pregiudizi che rendono ancora più drammatico il vissuto di chi vive questa dolorosa esperienza. Si tratta di un evento inaspettato, imprevedibile, vissuto come innaturale, che implica un senso di fallimento esistenziale della capacità di conservare e di ‘generare vita’. Il dolore, pertanto, si accompagna ad un senso di vergogna, con notevoli ripercussioni dal punto di vista psicologico e relazionale. Si tende, dunque, a vivere questa esperienza in solitudine proprio per questo senso di inadeguatezza che caratterizza soprattutto il vissuto della donna spingendola a mantenere segreto l’evento: la madre, infatti, sente di aver fallito come donna, l’essersi identificata a lungo con lo stato di ‘donna-madre’ modifica la percezione di sé, intaccando la propria identità, alimentando sentimenti di rabbia e frustrazione e, talora, di avversione rivolti al proprio corpo, sperimentato come inutile, uno sterile involucro, sepolcro di vita. Vivere la maternità diventa così un’esperienza totalizzante, un’esigenza prioritaria che costella tutti gli ambiti di vita e senza la quale non si riesce a trovare gratificazione, specie nei casi in cui non si hanno altri figli. Questo rende ancora più difficile e travagliato il percorso di recupero di quella parte di sé che non necessariamente ha diritto di esistere solo se in grado di generare vita.

Il senso di solitudine che caratterizza questa fase è determinato spesso dalla convinzione o sensazione di non essere capiti fino in fondo in questo dolore che, sebbene possa essere comune a molte donne, lo si vive come esclusivo e totalizzante, specie nei casi in cui la donna si imbatte in frasi stereotipate o generalizzazioni poco empatiche che mirano ad incoraggiarla a ‘riprovarci subito’ come se fosse pensabile per una madre, in quel momento, poter sostituire il proprio bambino perso con un altro, trasformandosi così in un confronto sterile e  privo di qualsiasi forma di consolazione.

L’evento di perdita, intensamente vissuto dalla coppia genitoriale come un lutto vero e proprio, risulta pertanto poco condivisibile in quanto poco riconosciuto dalla società, perché si piange un bambino ‘mai conosciuto’ verso il quale nessuno ha maturato ricordi o instaurato alcun tipo di relazione.(Kirkley-Best & Kellner, 1982).

Sebbene l’esperienza possa essere diversa in base anche alla fase in cui avviene la perdita (fase precoce, morte intrauterina o lutto perinatale), l’impatto emotivo è decisamente significativo.

Si parla di sindrome post-aborto che caratterizza il periodo di elaborazione del lutto. Si tratta di una fase più o meno fisiologica in cui possono manifestarsi vari sintomi, sia sul piano fisico che psicologico: alterazione del ritmo sonno/veglia e dell’appetito, mal di testa, palpitazioni cardiache, aumento della pressione sanguigna, problemi dell’apparato digestivo, disfunzioni sessuali, irritabilità, crisi di pianto improvvise, sbalzi d’umore, apatia, depressione e talora pensieri di suicidio. Complici i repentini cambiamenti ormonali che fungono da catalizzatore ad una cascata emotiva che contraddistingue questa delicata fase: l’aumento dei livelli di progesterone e di estrogeni che hanno il compito di preparare e plasmare il corpo della donna per accogliere una nuova vita, viene bruscamente interrotto con notevoli ripercussioni anche sul piano emotivo, amplificando vissuti e sensazioni.

Se questi sintomi tendono a persistere senza trovare una risoluzione nel giro di pochi mesi e l’esperienza luttuosa non viene funzionalmente elaborata, si rischia di incorrere in complicazioni cliniche che possono evolvere in un vero e proprio trauma.

Dal ventre nasce la maternità vissuta, dalla relazione nasce l’esperienza vibrante della paternità

Il periodo della gravidanza è una fase molto delicata ricca di aspettative, ma anche di paure e a volte può essere vissuto con estrema apprensione da parte soprattutto della futura mamma. Aspettare un bambino infatti costituisce un evento evolutivo molto importante nella vita di una donna, un cambiamento radicale in cui avviene il passaggio dall’essere figlia e moglie/compagna all’essere madre. Questo processo intimo, essenzialmente corporeo, è costellato da vissuti di grande entusiasmo e di gratificazione, sperimentati come conferme circa la propria femminilità, ma anche di angosce e preoccupazioni.

Le modificazioni fisiche nel corpo materno fanno sì ché la creatura entri a far parte della vita dei futuri genitori sin da subito, inserendola nella loro quotidianità come fosse già nata, creando una dimensione ricca di fantasie, aspettative e sentimenti nei suoi confronti.

La morbidezza delle curve del corpo che iniziano ad intravedersi oltre alle sensazioni propriocettive di un corpo che muta, preparandosi ad accogliere una nuova vita, influenza lo stato psicologico della donna che inizia a percepirsi ‘madre’. La coppia fantastica sull’aspetto del bambino e su come cambierà la loro vita dopo la sua nascita e questo fa sì che ci si senta già genitori. Questo processo apparentemente graduale inizia per molte coppie, soprattutto per le donne, ancora prima del concepimento, quando cominciano a progettare la possibilità di avere un figlio rendendo ancora più doloroso il momento in cui, in maniera del tutto inaspettata ed imprevedibile, svanisce la magia, perdendo il bambino.

La quota di dolore per la perdita subita sembra essere proporzionale ai tempi d’attesa della gravidanza ed al desiderio di avere un figlio: tanto più la gravidanza è desiderata ed è stato difficile ottenerla, tanto più il legame con il futuro bambino sarà forte e pertanto difficile da lasciar andare. Vi sono gravidanze che durano anni di attese, di speranze e di disperazione e nel momento in cui arrivano sembrano essere frutto di una Provvidenza che generosamente benedice la coppia con i suoi frutti. Esserne deprivate in modo repentino, inaspettato, sembra quasi un ‘furto’: una parte di sé che viene ‘strappata’ con un’inaudita violenza, troppo dolorosa e difficile da comprendere e soprattutto da accettare. Ci si sente colpiti nel profondo da una ‘Natura matrigna’ insensibile al dolore, che dispettosamente si diverte ad elargire la sua benevolenza ad alcune donne e a privarne altre. Questo suscita un sentimento di profonda invidia verso tutte quelle donne che hanno la fortuna o il privilegio di diventare madri.

Poiché il bambino viene percepito come parte di sé, la madre sente che viene privata di quella parte lasciando un vuoto incolmabile. Questo senso di vuoto, descritto da molte donne dopo l’aborto, narra di un nido vuoto, di una dimora abbandonata troppo presto che le getta nella disperazione, un dolore sconfinato che a volte le travolge per l’incapacità di staccarsi da un’esperienza che si è conclusa bruscamente.

Un dolore che scava nel profondo e dal quale, a volte, risulta difficile riemergere. Quando il progetto di vita cade in frantumi, con esso si sgretola una parte del sé che nella fragilità non trova appigli per sopravvivere, sprofondando così in uno stato di depressione. Per queste donne risulta difficile inscrivere quanto accaduto in un normale percorso di vita e ritrovare una progettualità futura. Continuano a rimuginare su quanto accaduto facendosi divorare dal senso di colpa per non essere riuscite a proteggere e a preservare a tutti i costi la vita del proprio bambino, spingendole alla ricerca ossessiva di spiegazioni e di possibili cause che possano aver determinato l’accaduto. Lo sconforto nel non trovare risposte, sia dal punto di vista medico che psicologico, le getta nella disperazione portandole ad attribuirsi responsabilità che di fatto non appartengono loro, alimentando paure e stati d’ansia. Restano incastrate pertanto in un’esperienza che sembra non concludersi mai.

Elaborare questa perdita diventa un percorso tortuoso che non riguarda esclusivamente la donna, ma la coppia genitoriale, anche se il dolore assume sembianze e proporzioni differenti nei due membri.

Il dolore della donna è un dolore viscerale, inciso nel proprio corpo, che conserva memoria della perdita subita. L’emorragia e le contrazioni uterine sono i sintomi che segnalano una possibile minaccia, campanelli d’allarme che inducono a pensare che si sta perdendo il bambino. La consapevolezza di non avere alcun controllo su ciò che sta accadendo al proprio corpo, insieme alla paura e al desiderio di voler trattenere la vita che si sente scivolare via, genera una profonda angoscia che può portare a stati d’ansia o ad un vero e proprio attacco di panico.

Al contrario, il dolore dell’uomo sembra essere relegato nello sfondo. Generalmente, infatti, si tende a pensare che l’uomo non soffra come la donna perché il dolore non appartiene al proprio corpo e viene tacitamente investito del ruolo di sostenere la partner nella gestione della sua sofferenza, poiché la si considera la parte più colpita. Il dolore della figura paterna tende ad essere poco riconosciuto e supportato, anzi spesso viene svalutato a causa dei pregiudizi che tuttora resistono nella nostra società, etichettando la sofferenza maschile come segno di debolezza, che inducono ad evitare qualsiasi sua manifestazione. Sebbene il dolore maschile sembri appartenere ad una sfera più cognitiva, non per questo è meno degno di essere vissuto. Anch’egli può essere profondamente addolorato per la perdita del figlio, anche in lui erano già emersi desideri ed aspettative circa il proprio stato di padre: egli vive ed accompagna la futura mamma in quel percorso meraviglioso che porta ad una nuova vita, con lei condivide sogni e desideri, ansie e preoccupazioni; attraverso di lei avverte vibrazioni, sensazioni ed emozioni che nell’intercorporità circolano spontaneamente e conducono all’emergere di quella paternità che non è solo un ruolo pensato cognitivamente, ma un vissuto corporeo e relazionale.

Il coinvolgimento emotivo, la relazione che si instaura tra i due partner e quella con il nascituro rafforza pertanto quel legame che consente al padre di viversi e sentirsi padre, un processo che avrà il suo acme nel momento in cui potrà ‘finalmente’ tenere tra le braccia il proprio bambino. Un’esperienza di contatto unica ed irripetibile, stroncata dalla perdita.

Ogni bambino merita di essere ricordato

Ogni madre sente il bisogno di ricordare il proprio bambino perso, sente che non può essere cancellato come se non fosse mai esistito; non solo c’è stato, seppur per un breve periodo dimorando nel suo grembo, ma ne ha lasciato anche traccia nel corpo e nella mente. Ogni nuova vita che sboccia è unica ed irripetibile, è preziosa nella sua essenza e genera gioia e speranza e per questo merita di essere ricordata.

Se tale bisogno non viene accolto ed ascoltato rischia di influire negativamente su una possibile futura gravidanza.

Messaggio pubblicitario Non sempre la perdita è vissuta con consapevolezza. Vi sono casi in cui la donna, per non sentire la delusione, il dolore, si proietta immediatamente alla ricerca di una nuova gravidanza con un’ostinazione tale da non concederle il tempo di elaborare la perdita appena subita. Più tempo intercorre tra una gravidanza e l’altra, più la frustrazione aumenta per non essere riuscita nella realizzazione del suo progetto di vita. Nei casi in cui, invece, la gravidanza avviene immediatamente dopo l’aborto, se non vi è stata una piena elaborazione del lutto, si rischia di non instaurare il giusto legame con il bambino in arrivo, il quale non viene visto ed accolto nella sua unicità, ma sostituito con quello morto che, invece, viene idealizzato, investendolo di quelle aspettative di perfezione che non consentono di vederlo com’è realmente. Questa idealizzazione porterebbe ad una relazione disfunzionale in cui il bambino nato non sarebbe mai all’altezza del precedente, crescendo così svalutato agli occhi del genitore. In questi casi si parla di Sindrome del sopravvissuto (o PASS).

Il senso di prostrazione e di inadeguatezza è ancora più spiccato nei casi di poliabortività, cioè casi in cui si sono verificati più aborti consecutivi, lasciando le braccia vuote ed il cuore ferito. In questi casi la donna vive una profonda angoscia e disperazione che non riesce a placare per l’impossibilità di trovare soluzioni concrete o cause concomitanti e questo genera ancora maggiore sgomento e sofferenza.

L’aborto, infatti, in molti casi, resta un mistero della natura che gli specialisti spesso faticano ad inquadrare entro categorie diagnostiche, limitandosi ad inserirlo in casistiche di dati.

Purtroppo oggi i casi sono in forte aumento, correlato anche all’età in cui le coppie decidono di avere figli. Come tutte le cose inspiegate, resta contornato da un alone di mistero e questo fa sì che si alimentino idee, sensazioni e pregiudizi. Tenere presente che in ogni gravidanza vi è insito il rischio del 15% di evolvere in esito negativo dovrebbe ridimensionarne l’impatto, ma poiché l’essere umano è per natura un essere relazionale questo lo rende di fatti difficile da accettare.

Il sostegno psicologico: donare legittimità al dolore

Quando si parla di aborto spontaneo è importante tener presente lo sfondo personale relazionale della ‘madre’ per poter inserire l’evento nel ciclo di vita e comprenderne il significato intimo. Ogni gravidanza, infatti, indipendentemente dalla sua durata e dal suo esito, è intrisa di significati che appartengono alla storia di vita non solo della donna, ma anche della futura coppia genitoriale e, dunque, ha una sua funzione. Da questo dipende la capacità di elaborare l’esperienza, legata al proprio modo caratteristico di affrontare situazioni fortemente stressanti

Per questo è molto importante che chi vive questa drammatica esperienza possa trovare il giusto sostegno affinché non si senta smarrito in un dolore indicibile.

Spesso è un dolore composto, discreto, ma difficile da raccontare: non si trovano parole in grado di descriverne le sensazioni e le risonanze, vissuto in solitudine nella speranza che prima o poi possa attenuarsi la sua forza impetuosa. Altre volte è un dolore dirompente che si fatica ad arginare rischiando di travolgere qualsiasi ambito della propria vita. In questi casi si sente l’impellenza di parlarne per cercare di placare l’angoscia che sembra divorare l’anima. All’esterno arriva ‘troppo’, un eccesso, un senso di esagerata sofferenza che, se decontestualizzata, appare incomprensibile.

La tormentata ricerca di senso logora l’anima impedendo di vedere la novità ed aprirsi ad altre possibilità.

L’elaborazione della perdita è un lutto vero e proprio e come tale va vissuto ed elaborato.

Compito dello psicoterapeuta è proprio quello di favorire la possibilità di attraversare questo dolore accompagnando la paziente in questo travagliato percorso, offrendo un grembo ad una sofferenza altrimenti insostenibile, un luogo dove poter sostare, un tempo in cui potersi raccontare nelle infinite sfumature, senza cadere in frantumi. Poterlo raccontare e consegnare totalmente senza remore, nella certezza che varrà accolto e compreso nella sua essenza, favorirà l’emergere di nuove consapevolezze.

Poter contattare la sofferenza in tutte le sue declinazioni, esplorare le proprie emozioni anche le più intense e travolgenti, apre un varco a quelle parti del Sé a volte sconosciute o rinnegate, rimettendo in discussione tutto ciò che si pensava essere scontato.

L’imprevedibilità come un’onda inarrestabile scuote le fondamenta, lasciando emergere la vulnerabilità che in alcuni casi può apparire intollerabile ed insostenibile.

In quest’altalena di vissuti e di sensazioni si dipana la drammaticità di un’esperienza che cerca un completamento.

Il terapeuta diventa così strumento di contatto, un ponte con la vita che nella freschezza della relazione sostiene la paziente nella rilettura dell’esperienza vissuta, favorendone l’integrazione nella sua storia di vita. Ripulire il dolore da tutti quei significati ‘altri’ attribuitigli e collocarlo nella propria trama relazionale, le consentirà di ridefinire la propria identità di ‘donna’ e di ricontattare quelle parti del corpo assopite, denigrate per non aver adempito al proprio compito e che richiamano quella femminilità umiliata per poterle integrare con le parti disabitate di una maternità troncata. Una riconciliazione piena con sé stessa e con la vita.

Dare legittimità al proprio dolore in tutte le sue sfaccettature consente di riprendere il normale fluire della vita con la consapevolezza di un’esperienza vissuta pienamente anche se nella sua tragicità, ma elaborata ed integrata nella propria identità.

Vivere questo dolore come un evento naturale, fisiologico, che fa parte del ciclo vitale anche se interrompe quel processo esistenziale che apparentemente sembra costitutivo ed appartenere a tutte le donne, ma in realtà scoprire non essere così scontato ed immediato, permette di inserire l’evento nel naturale percorso di vita e, anche se a tratti può sconvolgere, non deve lasciare smarriti nel limbo della sofferenza. Una forza propulsiva che spinge a guardare avanti fiduciosi, accompagnandoci nel misterioso cammino di vita.

Un dolore fertile che come le doglie del parto genera vita, che restituisce amore, tutto quell’amore che si sarebbe voluto donare in maniera incondizionata a quel bambino mai nato.

Un grembo fecondo è fonte sorgiva di amore, di speranza, di calore che ha partorito dal dolore una nuova vitalità che attraversa e che senti scorrere nelle vene.

Il sostegno alla coppia: le lacrime che non ti ho detto

Un aborto precoce oltre a mandare in crisi il normale funzionamento psicologico di una persona può intaccare la relazione di coppia.

Alcune coppie, infatti, non riescono a superare questo dolore, che sembra insinuarsi nella relazione in modo insidioso a tal punto da creare una frattura. I partners sentono la difficoltà di comunicare e condividere i propri vissuti, alimentando una distanza che con il tempo diventa insormontabile. Non riuscire a consegnare il proprio dolore all’altro, fa sprofondare in uno stato di solitudine e di incomprensione, alimentato spesso dall’aspettativa di essere capiti e forse, letti dentro, dall’altro senza bisogno delle parole. La solidità del legame è ciò che rende possibile l’attraversamento di questa tempesta: se la relazione poggia su basi solide allora è probabile perdersi un po’ in questo marasma di sensazioni e di incomprensioni per poi ritrovarsi più uniti di prima. In altri casi è possibile che la crisi crei una vera e propria frattura all’interno della coppia difficilmente risanabile.

Intraprendere un percorso di psicoterapia di coppia può agevolare la comunicazione e la condivisione e recuperare quella dimensione relazionale coniugale bloccata o confusa con la dimensione genitoriale.

Lo psicoterapeuta, pertanto, favorisce l’emergere dei vissuti di ciascun membro della coppia e la possibilità di poterli comunicare all’altro senza il timore di essere fraintesi o giudicati: poter piangere il proprio bambino insieme, dirsi tutto il dolore per quello che si è perduto, per i sogni infranti, le speranze disattese, poter versare tutte le lacrime nella certezza che verranno accolte dall’altro, consente di recuperare quell’intimità che si era interrotta. Il terapeuta offre, dunque, uno spazio in cui possono emergere tutte quelle parole non dette che stanno sullo sfondo e che, giorno dopo giorno, accrescono conflittualità e rancori, in cui ognuno si riappropria di quella parte che attribuisce all’altro, ridimensionando le aspettative e, con umiltà, si accosta al suo dolore riconoscendone la legittimità.

La condivisione nella spontaneità allevia quel senso di solitudine rimettendo in circolo energie nuove, apre prospettive e desideri, ridona speranza e fiducia, nella consapevolezza di navigare in mare aperto, ma con l’audacia dell’esploratore e la certezza di una presenza che consola e sostiene.

 

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