Accesso alle psicoterapie e qualità del trattamento: il bando “Vivere meglio”

Il bando Vivere Meglio dell'ENPAP sta generando una riflessione sul ruolo di psicologi e psicoterapeuti e sulle ricadute che il servizio avrà per i pazienti

ID Articolo: 192746 - Pubblicato il: 11 maggio 2022
Accesso alle psicoterapie e qualità del trattamento: il bando “Vivere meglio”
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Anche ai cittadini e al grande pubblico può interessare la controversia nata in queste settimane intorno all’iniziativa “Vivere Meglio” dell’ENPAP. La discussione sta generando una riflessione sul ruolo di psicologi e psicoterapeuti nel servizio sanitario nazionale e sulle ricadute che il servizio offerto avrà per i pazienti

 

Messaggio pubblicitario Anche ai cittadini e al grande pubblico può interessare la controversia nata in queste settimane intorno all’iniziativa dell’Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Psicologi (ENPAP): “Vivere Meglio – Promuovere l’accesso alle terapie psicologiche per ansia e depressione”. Si tratta di una discussione che sta generando una riflessione sul ruolo e sulla definizione degli psicologi e degli psicoterapeuti nel servizio sanitario nazionale e che avrà ricadute anche per i pazienti e sul servizio che verrà loro offerto.

Di che si tratta? È un bando che offre 1000 borse lavoro di 5000 euro che finanziano la partecipazione ad un progetto per interventi psicologici per disturbi mentali di ansia e depressione. Interventi basati su protocolli di intervento strutturati e di efficacia confermata da evidenze scientifiche e individuati dalla Consensus Conference avviata dall’Università di Padova e patrocinata dall’Istituto Superiore di Sanità.

L’interesse dei cittadini dovrebbe essere il possibile passo avanti verso la salute emotiva della popolazione generale. Ansia e depressione sono disturbi diffusi e che colpiscono le persone nel pieno della loro vita lavorativa e familiare. Inoltre, si tratta di una iniziativa finalizzata a favorire l’accesso gratuito dei Cittadini alle terapie psicologiche per ansia e depressione utilizzando, in maniera nuova per l’Italia, un protocollo diagnostico e terapeutico fondato sugli esiti di una Consensus Conference. Grazie a questo progetto i cittadini potranno accedere ad un percorso strutturato di diagnosi e trattamento a seguito di uno screening iniziale. Infine, il complesso degli interventi sarà oggetto di una raccolta dati che le Università utilizzeranno per verificare gli esiti individuali e gli impatti collettivi generati dell’applicazione delle prassi indicate dalla Consensus Conference.

Anche per gli operatori sanitari sembrano esserci vantaggi. Psicologhe e psicologi beneficiari della borsa lavoro riceveranno un contributo di 5.000 euro, parteciperanno ad una formazione sull’applicazione del protocollo e a incontri di supervisione.

A fronte di questi aspetti positivi, ve ne sono altri meno convincenti. Quello che genera più controversie è il fatto che il bando distingue tra interventi a maggiore e a bassa intensità, questi ultimi somministrabili anche da psicologi e psicologhe non specializzati in psicoterapia. Il timore è che si crei una zona grigia tra psicoterapia e interventi non psicoterapeutici in cui si rischi di far effettuare a psicologi non psicoterapeuti delle psicoterapie, sia pure definite a bassa intensità. Vi è poi una seconda preoccupazione, che è quella della qualità della selezione e dell’invio dei pazienti al trattamento, selezione che avverrebbe in termini che ora sembrano corrispondere a un semplice screening e ora sembrano prevedere un’intervista psicodiagnostica; infine il terzo timore è che il tipo di formazione specifica e supervisione che fornisce la borsa sia frettolosa e per questo rischiosamente superficiale: i beneficiari della borsa di studio devono frequentare 3 giornate di formazione e 3 mezze giornate di supervisione e possono, inoltre, utilizzare una forma di supervisione a richiesta.

Le risposte a queste perplessità, fornite da Paolo Michielin, uno dei curatori del Protocollo Diagnostico e Terapeutico, sono che gli interventi a bassa intensità che sono stati assegnati agli operatori non psicoterapeutici effettivamente non costituiscono psicoterapia essendo solo informazione, psicoeducazione, auto-aiuto e interventi a bassa intensità, che la formazione e la supervisioni non sono superficiali ma specifiche per operatori già formati e infine che lo screening si integra con interviste psicodiagnostiche per ottenere più rigorosità.

Messaggio pubblicitario Dall’altro lato varie società scientifiche di psicoterapia, come CBT-Italia o la SITCC, o organi di rappresentanza e collegamento come la Consulta delle Scuole di Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale, ribadiscono che gli interventi proposti dal progetto, per quanto definiti a bassa intensità, sono interventi di psicoterapia essendo rivolti a pazienti con diagnosi di disturbi psico-patologici e finalizzati a curarne la sintomatologia. Da qui ne risulterebbe uno scadimento di qualità e di credibilità della professione.

Il vero problema è che l’iniziativa ENPAP si inserisce proprio nella ancora carente condizione giuridica in Italia della professione di psicoterapeuta, definita ancora oggi come un livello della formazione e non propriamente una professione diversa da quella psicologica. All’interno di questa ambiguità e forse in parte proprio per questo, la professione psicoterapeutica in Italia non si sottopone ancora a pratiche formalizzate di accertamento dei disturbi, formulazione del caso, proposta di trattamento, monitoraggio dell’andamento, formazione continua dopo quella fornita dalle scuole e supervisione. L’operazione ENPAP nasce anche con questo intento, anche se indubbiamente propone forme di selezione, formazione, supervisione e monitoraggio discutibili. E tuttavia si tratta di una iniziativa che va a coprire una lacuna del servizio psicoterapeutico italiano, ancora in larghissima praticato in Italia nelle forme dell’artigianato privato dello psicoterapeuta singolo nel suo studio. Al contrario, questa iniziativa è ispirata dalla consolidata esperienza inglese di psicoterapia nel servizio sanitario pubblico dello IAPT (Improving Access to Psychological Therapies) di cui si conoscono vantaggi, difetti, esiti e rapporto costi/benefici. Inoltre, non va dimenticato che l’operazione proposta da ENPAP potrebbe rappresentare un’iniziativa importante per offrire accesso alle terapie psicologiche a cittadini che, pur avendone bisogno, non potrebbero farlo per limitate disponibilità economiche. 

Forse la vera risposta degli organi di rappresentanza degli psicoterapeuti ai limiti di questa esperienza sarebbe quella di introdurre in essa pratiche formalizzate più rigorose e più intense di accertamento dei disturbi, formulazione del caso, proposta di trattamento, monitoraggio dell’andamento, formazione e supervisione. Chiedere una distinzione più netta tra informazione, psico-educazione, auto-aiuto da un lato e psicoterapia a bassa o maggiore intensità dall’altro è giusto e legittimo ma limitarsi a fare solo questo non si qualificherebbe come un segnale di comprensione del significato dell’iniziativa e come un contributo al suo miglioramento.

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