La Tecnologia del Comportamento fra prassi terapeutica e riflessione filosofica

La tecnologia comportamentista è da considerare come uno strumento ‘psicotecnico’, eppure sull'argomento si evocano inevitabilmente una serie di preconcetti

ID Articolo: 190600 - Pubblicato il: 01 febbraio 2022
La Tecnologia del Comportamento fra prassi terapeutica e riflessione filosofica
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Quando si parla di ‘tecniche di modificazione del comportamento’ si evocano inevitabilmente una serie di preconcetti. Una critica che spesso si muove a tutta la tecnologia comportamentista riguarda il fatto che essa non tiene conto della coscienza degli individui su cui viene esercitata

 

Quando si parla di ‘tecniche di modificazione del comportamento’ si evocano inevitabilmente una serie di preconcetti che vanno dalla coercizione a ciò che attualmente viene chiamata ‘Psicologia oscura’. È ingenuo pensare che le conoscenze e le tecniche psicologiche siano esenti da applicazioni in ambiti quali i ‘processi di normalizzazione’, il marketing, l’ingegneria sociale, ecc, ma ciononostante il punto di vista che il seguente articolo vuole offrire è che l’approccio ‘comportamentista’ è di per sé uno strumento neutro, la cui applicazione consapevole può avere risvolti etici molto rilevanti.

Una critica che spesso si muove a tutta la ‘tecnologia’ comportamentista riguarda il fatto che essa non tiene conto della coscienza degli individui su cui viene esercitata (il comportamentismo nei suoi aspetti più radicali non solo non contempla minimamente il concetto di coscienza, ma tende pure ad ignorare quello di mente e di processo cognitivo), tale critica è espressa da chi, seppur in modo inconscio, adotta una visione del mondo trascendentalista che considera il comportamento come governato da automatismi inconsci, dalla componente meccanica dell’uomo, di quella natura considerata appunto “inferiore” preda del determinismo biologico.

Questo assunto perde di efficacia quando si contestualizza la modificazione del comportamento all’interno delle prassi terapeutiche, riabilitative ed educative di soggetti affetti da deficit cognitivi e intellettivi, quali ad esempio i pazienti psichiatrici cronici e le persone autistiche.

Quando si parla di questo tipo di soggetti fragili si deve tener conto che l’interazione educativa è ben diversa dall’alleanza terapeutica che avviene in un contesto psicoterapico. Quando gli obiettivi da raggiungere riguardano le autonomie (vestirsi, prendere i mezzi, ecc) o le più basilari forme di interazione sociali, gli strumenti del comportamentismo risultano essere di incomparabile efficacia (Arkin et al, 1976).

1. Traslare dal linguaggio al comportamento

La prassi educativa non è un mero esercizio di tecniche da impartire ad un soggetto passivo, è piuttosto un tentativo di connessione, una particolare forma di comunicazione che deve ricercare il suo vocabolario e la sua sintassi al di fuori del linguaggio ordinario.

Si deve pensare ad un modello che impartisca degli apprendimenti impliciti e non più espliciti, quindi in cui la comunicazione verbale sia sottodimensionata o talvolta limitata.

Si pensi alle tecniche del ‘prompting’ e del ‘fading’ spesso usate in successione, effettuano questo slittamento dai processi di apprendimento verbale a quelli comportamentali. La fase del prompting consiste nell’introdurre degli stimoli aggiuntivi (promt), sotto forma di aiuti forniti nel momento in cui dovrebbe verificarsi il comportamento voluto. Tali stimoli possono essere suggerimenti verbali, indicazioni gestuali o aiuto fisico.

Sebbene in questa fase l’elemento verbale sia presente, non lo si deve considerare tale: nella teoria degli atti linguistici di Jhon L. Austin vengono definite frasi performative quegli enunciati che non sono normalmente concepiti come ‘dire qualcosa’, ma costituiscono l’esecuzione di un azione, come ad esempio:

(E. a) <<Sì (prendo questa donna come mia legittima sposa)>> – pronunciata nel corso di una cerimonia nuziale

(E. b) <<Battezzo questa nave Queen Elisabeth>> – pronunciato quando si rompe la bottiglia contro la prua

(E. c) <<Lascio il mio orologio in eredità a mio fratello>> – quando ricorre in un testamento

(E. d) <<Scommetto mezzo scellino che domani pioverà>> (Austin, 2010).

Come si può notare dagli esempi, questi enunciati non sono un resoconto vero o falso di qualcosa, ma sono enunciati che “dicendo qualcosa fanno qualcosa”; stessa cosa vale per i prompt comportamentisti, i quali devono essere considerati alla stregua di veri e propri ‘atti’, o per dirla con la terminologia usata da Jhon R. Searle, nella sua classificazione, degli ‘atti linguistici direttivi’, ovvero degli enunciati mediante cui il locutore vuole che l’interlocutore compia, o non compia, una certa azione. Considerati quindi i prompt come atti linguistici direttivi possiamo ritenerli di conseguenza assimilabili al comportamento.

Se già nel prompting si può notare un allontanamento dal piano verbale, nel fading ciò diviene ancora più evidente. Questa strategia si adopera quando gli stimoli aggiuntivi tendono a provocare una dipendenza all’aiuto, quindi si attua una progressiva diminuzione dei prompt.

Il fading applicato all’aiuto verbale consiste nella riduzione del numero di parole o nella modulazione di alcuni tratti espressivi, come volume e tono con cui gli stimoli vengono pronunciati; mentre nel caso di prompt fisici, se consideriamo l’esempio in cui un operatore aiuta il soggetto a vestirsi guidando con le sue mani le mani del soggetto, il fading può configurarsi in questi quattro step (Meazzini, Fagetti, 1985):

  1. ridurre gradualmente l’area del corpo toccata (ad esempio: se all’inizio il soggetto veniva toccato con tutta la mano, in un secondo momento lo si tocca solo con alcune dita, poi con un solo dito ed infine con la punta del dito);
  2. ridurre gradualmente la pressione esercitata sulla parte del corpo del soggetto implicata nella prima fase del prompt;
  3. spostare gradualmente la presa dalla zona iniziale del corpo del soggetto a zone via via più distanti;
  4. usare all’inizio del trattamento tutte e tre le diverse categorie di prompt ed eliminare per primi i prompt fisici, in quanto quelli verbali e gestuali risultano più facilmente riducibili.

Le tecniche summenzionate stabiliscono un sistema di apprendimento basato su una comunicazione prettamente ‘comportamentale’.

2. Problemi di codice

La prassi terapeutico-riabilitativa insegna la necessità di trovare una modalità comunicativa con cui connettersi all’utente. Questo processo, se si affronta da un punto di vista fenomenologico, si comprende che nel vissuto del soggetto esistono differenti livelli, ciascuno con un codice, con una modalità comunicativa.

Negli ultimi decenni ci sono stati cenni di apertura ad una visione meno cognicentrica del vissuto (per ‘cognicentrismo’ Stanislav Grof intende la tendenza della Psichiatria ad occuparsi solo delle esperienze e delle osservazioni provenienti dallo stato ordinario di coscienza ignorando i differenti stati di coscienza e i fenomeni ad essi relativi). Concetti di ‘intelligenza emotiva’, empatia, autocoscienza emozionale, ‘ascolto attivo’ sono oramai metabolizzati dalle prassi psico-educative e sono temi di discussione nelle attività laboratoriali nei contesti psichiatrici, sintomo che il lavoro sul piano emotivo è imprescindibile nel processo terapeutico.

In modo simile ci si è accorti di quanto siano fondamentali le attività di espressività corporea nei contesti di cura dei disturbi del comportamento alimentare (Dalla Ragione, Mencarelli, 2016).

Ma nonostante ciò manca una visione multilivello del vissuto, per cui anche questi approcci non cognicentrici rischiano di essere fagocitati in quella confusione definibile come ‘fenomenologia ingenua’.

Un concetto che mi è tornato particolarmente utile, durante i miei laboratori nei contesti riabilitativi, e in quelli formativi, è quello di ‘surcodifica’ (Deleuze, Guattari, 2003) preso in prestito dai filosofi post-strutturalisti francesi Gilles Deleuze e Felix Guattari. Una surcodifica è la creazione o/e l’utilizzo di un livello di astrazione superiore (con relativo codice) per tradurre (decodificare) un qualcosa proveniente da un piano di maggiore concretezza. Ad esempio quando parliamo di emozioni stiamo surcodificando l’emotivo; stiamo in realtà parlando di muti fenomeni viscerali che quasi nulla hanno a che fare con  le parole con cui vengono designati. Come direbbe Alfred Korzybski: “la mappa non è il territorio”.

Contestualizzando quanto detto in ambito psico-educativo, con i pazienti con deficit cognitivi gravi, l’uso di comunicazioni surcodificate porta più problemi che soluzioni. Il rimprovero, il giudizio, la spiegazione sono quelle surcodifiche dannose che andrebbero sostituite con la tecnologia comportamentista. Sono surcodifiche in quanto vissuti provenienti dal piano verbale, inseriti artificiosamente nella sfera del comportamento.

Ora dovrebbe essere più comprensibile il progetto di slittamento ‘dal linguaggio al comportamento’ accennato nel paragrafo precedente, e se con il prompting e il fading (specie quando sono combinati) si delinea bene il detto slittamento, è con la tecnica del modeling che questo passaggio diventa definitivo.

Il modeling ad esempio, come tutti gli apprendimenti imitativi, nel quadro teorico che qui viene esplicitato, risulta essere un intervento di sottocodifica: l’operatore e il soggetto si connettono mediante la comunicazione di comportamenti da imitare. Ciò che viene trasmesso in genere al soggetto è uno schema motorio finalizzato, che egli deve riprodurre. Ma ciò può riguardare anche comportamenti complessi, come ad esempio l’acquisto di un biglietto del tram.

Il modeling consiste nella “promozione di esperienze di apprendimento attraverso l’osservazione del comportamento di un soggetto che funge da modello” (Caracciolo, Rovetto, 1989).

In altri termini il comportamento è il codice della comunicazione fra operatore e soggetto. È il medio con cui si connettono e si comprendono; è nello stesso tempo l’oggetto dell’apprendimento e lo strumento attraverso cui avviene.

3. Le conseguenze del ‘surcodificare’

Se si adotta l’approccio della modificazione del comportamento, l’operatore o l’equipe deve essere in grado di controllare e modulare il proprio comportamento in modo da intervenire con il giusto codice nel giusto ambito di codifica. Gli strumenti della tecnologia comportamentista, come ogni dispositivo psicotecnico richiedono una formazione ed una pratica approfondita, che molto spesso non si possiede, o che non tutti nelle équipe multidisciplinari posseggono. Se la conoscenza delle prassi basate sulla modificazione del comportamento può sembrare scontato in alcuni ambiti, non lo è in altri. Si pensi alle strutture di riabilitazione psichiatrica con un’utenza eterogenea, in cui è spesso sono presenti utenti con disabilità intellettiva in comorbilità con la patologia psichiatrica, utenza che richiede un trattamento non solo personalizzato ma anche relativo ad un ambito di codifica sul quale spesso non si è abituati a lavorare. Si pensi altresì ai comportamenti problematici che potrebbe presentare la suddetta utenza, su cui se l’équipe non interviene con le opportune tecniche di modificazione del comportamento, produrrà sicuramente prassi di intervento basate su comportamenti reattivi, impulsivi, di frustrazione, contagio emotivo, autoritarismo, coercizione e quant’altro. In sintesi in questo particolare ambito se si dovesse perdere il focus del comportamento si genereranno delle surcodifiche.

4. La surcodifica dell’etichettamento

Il rimprovero è una surcodifica in quanto avviene nel linguaggio e difficilmente ha un impatto positivo sul comportamento. L’utente psichiatrico sorpreso in comportamenti problematici, siano essi aggressivi o autolesivi, quando viene rimproverato sistematicamente matura un identificazione con colui che è disubbidiente, fallace, patologico e quant’altro.

Questo meccanismo di identificazione è spiegato dalla teoria dell’etichettamento (Labeling Theory) la quale pur nascendo come una teoria sociologica della devianza , risulta essere predittiva di ciò che accade nei contesti psichiatrici.

Secondo i teorici dell’etichettamento quando la reputazione di un individuo diventa negativa si crea una forma di etichettamento morale da parte della comunità (altri pazienti) e delle istituzioni (équipe sanitaria) che produce un circolo vizioso: diffidenza, disistima, stigmatizzazione della collettività ristrutturano negativamente la percezione di sé. Ciò è ancora più pericoloso per i pazienti psichiatrici la cui condizione di stigma sociale e di scarsa autostima è già parte del loro vissuto regresso e non fa che essere confermata dall’interazione surcodificata con gli operatori.

Il rimprovero e la critica sistematica hanno l’effetto contrario rispetto alle motivazioni che le hanno generate, spingendo l’utente ad agire in conformità con la percezione di sé che in quel contesto si va via via costruendo.

Ci sarebbe tanto da dire riguardo alla costruzione sociale dell’identità del paziente psichiatrico, ma non è questo contesto opportuno; nonostante ciò credo che sia interessante sottolineare come il discorso sull’etichettamento e le modalità basate sulle teorie ingenue degli operatori si innesti negli studi sulla profezia che si auto-adempie della Psicologia sociale: in un esperimento controllato, Rosental e Jacobson (1968) somministrarono un test di intelligenza a tutti gli allievi di una scuola elementare, riferendo quindi agli insegnanti che alcuni di loro avevano riportato dei risultati strabilianti e che si sarebbero dimostrati delle “promesse” nell’anno scolastico successivo. Ciò non era vero in quanto le “promesse” erano state sorteggiate a caso. Dopo aver creato delle aspettative negli insegnanti i due sperimentatori monitorarono il successivo anno scolastico al termine del quale somministrarono un effettivo test di intelligenza. I risultati mostrarono che la profezia si era auto confermata in quanto gli studenti che erano stati etichettati come delle “promesse” mostrarono in modo significativo dei punteggi maggiori rispetto agli altri. Le cause di ciò, a detta dei due ricercatori, sono da ricercare nei meccanismi retroattivi che si instauravano fra il modo con cui i “talentuosi” venivano trattati dai docenti (etichettamento) e la successiva costruzione della loro percezione di sé.

5. Una parentesi anti-psichiatrica

Istituzioni disciplinari (Deleuze, 1990), processi di normalizzazione, controllo, repressione, pratiche, tecniche, sono termini di una nomenclatura purtroppo non più in uso. Ciò vuol dire che se non si parla più, non si riflette più sui concetti cardine che hanno costituito tutta la riflessione sul bio-potere e sull’anti-psichiatria, si è scelto di accettarne gli assunti e le conseguenze. Si è scelto di militare per il gruppo dominante, forse convinti, come sosteneva Basaglia, che da questa “guerra”

si credeva di poter costruire un mondo che fosse diverso da quello contro cui si era lottato, e ci si preparava a svolgere un ruolo positivo, qualunque esso fosse, nell’edificazione di una nuova società (Basaglia, Basaglia Ongaro, 1975).

Ovviamente solo i più attenti hanno operato questa scelta, i più la vivono inconsapevolmente esercitando prassi a loro preesistenti senza che esse siano vagliate con spirito critico.

E a cosa portano queste prassi? La succitata opera di Basaglia e tutta la corrente da lui incarnata sostiene che

il manicomio non è l’ospedale per chi soffre di disturbi mentali, ma il luogo di contenimento di certe devianze di comportamento degli appartenenti alla classe subalterna

e che lo psichiatra in quanto tecnico\intellettuale è colui il quale mette a disposizione di un potere di contenimento e normalizzazione, gli strumenti e le tecniche per attuare tutto ciò.

La lucidità dell’analisi di Basaglia è tangibile nella diffidenza con cui vede il sorgere del mutamento istituzionale (che proprio dal suo operato prendeva le mosse) che ha in quel periodo portato alla chiusura delle strutture manicomiali:

Riformatori dei codici da un lato, frenologi e specialisti dall’altro, hanno di volta in volta stabilito nuovi regolamenti, classificazioni, teorie, suddivisioni che lasciavano ogni volta immutato il rapporto fra la società «civile» e gli elementi che ne vengono esclusi. Ma, insieme, hanno anche lasciata immutata la natura dell’esclusione fondata sulla violenza, la mortificazione, la totale distruzione dell’uomo istituzionalizzato, dimostrando che la finalità effettiva degli istituti di rieducazione e di cura resta sempre la soppressione di chi dovrebbe essere rieducato e curato. (Basaglia, Basaglia Ongaro, 1975)

Sostituendo le istituzioni (non più i manicomi ma i centri di riabilitazione psichiatrica) si è cambiato solo l’esecutore di questa violenza, non più lo stato, messo a nudo nei suoi intenti dal movimento anti-psichiatrico, ma il privato sociale che in piena logica di “microfisica del potere”, attraverso la massimizzazione del profitto, la soppressione dei fattori igienici del lavoro (Herzberg), la mancata prevenzione del Burnout, la scelta di prassi istituzionalizzanti e non realmente riabilitanti, ecc.. si è reso responsabile di quelli che Basaglia chiama i “crimini di pace”.

6. La tecnica come strumento di liberazione

Purtroppo la nostra attualità ci ha abituato, quasi desensibilizzato alla violenza in ambito ‘disciplinare’. Notizie di violenze fisiche su psichiatrici, anziani, carcerati, ma anche bambini negli asili e adolescenti nelle comunità per minori, sembrano essere all’ordine del giorno. Tali notizie, per chi lavora nell’ambito assistenziale nascondono una cruda verità, accettata per lo più inconsapevolmente: la violenza è stata istituzionalizzata. Ma per violenza qui non considero solo quella fisica delle percosse, ma anche l’isolamento, la segregazione, lo stigma, e le pratiche di normalizzazione.

Nel testo di Basaglia appena citato la tecnologia comportamentista è vista in modo estremamente critico, ma lo stesso Basaglia ammette che qualsiasi tecnica può essere adoperata come uno strumento di liberazione dall’oppressione:

Il tecnico che vuole agire a difesa e a tutela di chi chiede il suo aiuto e la sua opera può usare gli strumenti che «la scienza» gli offre solo se riesce a farli diventare mezzi di liberazione e non di oppressione. La scienza – così come la legge – nasce sempre come esigenza di tutela e di liberazione dell’uomo, ma è facile si traduca in un nuovo strumento di oppressione. La tecnica – così come la legge – può dunque essere usata come strumento di liberazione se riusciamo ogni volta a comprendere i bisogni reali cui si deve rispondere, evitando di presumere o di accettare che la scienza e la legge servano a rispondere ai bisogni dei tecnici o della società che li delega. L’ospedale è costruito per la cura dei malati e non per dare un ruolo al gruppo curante o difendere la società dal malato.

7. Il carico emotivo dell’operatore e la Token Economy

Messaggio pubblicitario A tal riguardo considero la ‘modificazione del comportamento’ uno strumento che può prevenire la violenza sui pazienti. Credo fermamente che una grossa componente di violenza sia causata dall’interazione surcodificata: ramanzine, rimproveri, moralismo, giudizi sul comportamento del paziente creano differenti punti di conflitto sul piano dell’interazione comunicativa.

La comunicazione verbale è di per sé problematica: nel contesto psichiatrico si ha spesso a che fare con la comunicazione patologica, e se l’intervento  prevede solo un’interazione verbale, l’operatore corre sempre il rischio di essere fagocitato nei meccanismi di simmetria o in complementarietà (Watzlawick) con il paziente; quindi se l’interazione non è opportunamente gestita, attraverso tecniche comunicative quali la ‘comunicazione non violenta’ (Rosemberg) o la ‘comunicazione assertiva’, c’è il pericolo di dover far uso all’autorità del ruolo (con tutte le conseguenze che essa comporta) per intervenire, almeno in parte su tali dinamiche.

In linea con la teoria delle emozioni di James-Lange il verbale non solo è espressione della rabbia, ma può essere anche la causa di una sua escalation; l’interazione verbale fa spesso da contenitore al carico emotivo dell’operatore, sia se esso è esterno al contesto lavorativo, sia se è causato dalla frustrazione del non riuscire a migliorare il comportamento del paziente, o infine se è prodotto dalla mancanza dei già menzionati fattori igienici del contesto lavorativo, come stipendio, accuratezza del ruolo e del mansionario, clima di lavoro favorevole ecc..

Se si interviene con le tecniche di modificazione del comportamento, si modula dapprima l’espressione del proprio agire verso un preciso campo di codifica. In altri termini ci si concentra sul comportamento mettendo fra parentesi la surcodifica dei carichi emotivi preesistenti o attuali che inevitabilmente altererebbero l’interazione. In questo modo si riducono le possibilità di innescare conflitti e di compiere violenza nei confronti del paziente.

Vorrei ora soffermarmi sulla token economy, una strategia che si basa sul rinforzo positivo e consiste nell’erogare rinforzatori simbolici (i gettoni/token) ogni volta che il comportamento desiderato viene emesso, fino a quando non si arriva a un numero precedentemente stabilito di token, che darà accesso al rinforzatore vero e proprio, ossia un premio che per la sua caratteristica di desiderabilità riesce a motivare il processo di implementazione dei nuovi comportamenti.

Qual è l’aspetto interessante di questa strategia? Sicuramente il fatto che l’operatore non è più chiamato a convincere il soggetto, a cercare di modificarne i suoi atteggiamenti, a giudicare il suo comportamento, ma è chiamato ad applicare una regola di scambio neutra.

La tecnica non deve essere accompagnata né da rimproveri, né da spiegazioni. L’operatore deve fare emergere solo la semplicità dei nessi causali. Dal canto suo il soggetto non si sentirà giudicato, non subirà il carico emotivo dell’operatore, non dovrà assumere particolari atteggiamenti estranei al suo vissuto per essere accettato, in quanto la sua inclusione non è messa in discussione; egli non sarà né sorvegliato, né punito.

La Token Economy ha un potenziale enorme. Appiana i conflitti e non ne genera di nuovi. Comunica al paziente una richiesta chiara, che da lui, nel processo riabilitativo, è richiesto solo l’apprendimento e l’implementazione di comportamenti che lo rendano più autonomo e meglio inserito. Dirama tutta quella confusione che riguarda il conformarsi, il modificare gli atteggiamenti, il compiacere l’équipe, l’essere accettato o il non venir etichettato; ovvero tutto ciò che fa parte dell’interazione surcodificata.

La metafora economica che sorregge questa tecnica non deve generare pregiudizio, essa in realtà permette uno slittamento di codice in un piano inferiore, ossia una sottocodifica. Già il linguista De Saussure considerava lo scambio dei termini della langue assimilabili a quelli del denaro, in quanto devono potersi scambiare con un bene reale e devono poter essere messi in rapporto con gli altri termini del proprio sistema (Baudrillard, 2009). La stessa metafora economica possiede nella sua struttura la possibilità di operare lo slittamento dal linguaggio al comportamento.

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Tecnologia del comportamento fra prassi terapeutica e riflessione filosofica - TAB

 

7. Il ruolo

Per me, che si parli di psicologo o di schizofrenico, di maniaco o di psichiatra è la medesima cosa: sono tanti i ruoli, all’interno di un manicomio, che non si sa più chi è il sano o il malato. Io direi che una della condizioni del nostro lavoro fu che la nostra unione non scaturiva dalla tecnicizzazione, ma dalla finalità politica che univa tutti. Essere psicologo, psichiatra, terapeuta occupazionale, ecc. ed essere internato era la medesima cosa perché, quando ci univamo in assemblea per discutere, tutti cercavano di dare il loro contributo per un cambiamento. Noi capimmo, per esempio, che un folle era molto più terapeuta di uno psichiatra, e allora lo psicologo e lo psichiatra erano messi in discussione (Basaglia, Giannichedda, 2018)

per comprendere la pericolosità del ruolo come surcodifica è utile riflettere sull’esperimento carcerario di Zimbardo (1971):

Fra i 75 studenti universitari che risposero a un annuncio apparso su un quotidiano che chiedeva volontari per una ricerca, gli sperimentatori ne scelsero 24, maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti; furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie. I prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, un berretto di plastica, e fu loro posta una catena a una caviglia; dovevano inoltre attenersi a una rigida serie di regole. Le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardare loro negli occhi, erano dotate di manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine. Tale abbigliamento poneva entrambi i gruppi in una condizione di deindividuazione.

I risultati di questo esperimento sono andati molto al di là delle previsioni degli sperimentatori, dimostrandosi particolarmente drammatici. Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle inveendo contro le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli cercando in tutte le maniere di spezzare il legame di solidarietà che si era sviluppato fra essi. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine a mani nude. A fatica le guardie e il direttore del carcere (lo stesso Zimbardo) riuscirono a contrastare un tentativo di evasione di massa da parte dei detenuti. Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva compromesso da seri disturbi emotivi, mentre per contro le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico. A questo punto i ricercatori interruppero l’esperimento suscitando da un lato la soddisfazione dei carcerati e dall’altro un certo disappunto da parte delle guardie.

Oltre alle conclusioni sulla deindividuazione, teoria per cui è stato ideato l’esperimento, si dovrebbe riflettere anche sul concetto di ruolo. Il ruolo è quella ‘maschera sociale’ caratterizzata da modalità comportamentali più o meno predefinite, funzionali allo svolgimento di un compito.

Purtroppo però, possiede un risvolto negativo: il ruolo stabilisce una interazione impari, comunica implicitamente una gerarchia, surcodifica l’incontro fra due Leib (Leib è il termine tedesco che in fenomenologia indica il ‘corpo vivo’, è distinto dal termine Körper, in quanto animato dai vissuti).

Le guardie dell’esperimento carcerario di Standford sicuramente erano condizionate dal contesto e dalle dinamiche gruppali, ma ciò che direzionava tale condizionamento era il loro ruolo di guardie. In questo modo è facile capire tutto il discorso dell’antipsichiatria sul ruolo, in quanto la classe dei sanitari, o dei terapeutici non si è mai realmente distanziata dalle modalità comportamentali delle guardie che secoli fa contenevano indistintamente le forme di devianza, sia quelle psicopatologiche che quelle criminali.

I tecnici della salute mentale interponendo fra loro e i pazienti il medio del ruolo esercitano l’autorità, istituzionalizzano la violenza; nello schema fornitoci dall’antipsichiatria appaiono come i gangli di un potere periferico che ha introiettato nelle loro prassi le direttive di un potere centrale atte al contenimento delle istanze che nella società minano l’ordine precostituito.

Conclusioni

La tecnologia comportamentista non è da adottare come paradigma entro cui comprendere ed operare nei contesti di deficit intellettivi; è da considerare invece come uno strumento ‘psicotecnico’, un insieme di tecniche che in modo pragmatico si adoperano in virtù dei risultati che esse producono. Nel quadro teorico appena delineato, un risultato rilevante è lo slittamento (sottocodifica) da un piano di interazione verbale\mentale al piano del comportamento, dell’azione e della corporeità. Ed è proprio per arrivare alla corporeità che si devono eliminare tutte le surcodifiche, il giudizio, l’etichettamento, il ruolo ecc…; queste sono da considerare barriere fra noi e l’altro, sono strutture mentali che condizionano l’interazione.

Il corpo è il destinatario degli apprendimenti, è lo strumento di connessione, è il testimone muto di ogni particolare modo di ‘stare al mondo’; ed è al corpo che si vuole arrivare con le tecniche sopra descritte.

È necessario che il nostro pensiero scientifico (…) si ricollochi sul terreno del mondo sensibile per in nostro corpo, non quel corpo possibile che è lecito definire una macchina dell’informazione, ma questo corpo effettuale che chiamo mio, la sentinella che vigila silenziosa sotto le mie parole e sotto le mie azioni. Bisogna che insieme al mio corpo si risveglino i corpi associati, gli altri, che non sono  semplicemente i miei congeneri, come dice la zoologia, ma che mi abitano, che io abito, insieme ai quali abito un solo Essere effettuale presente, come mai animale ha abitato gli animali della sua specie, il suo territorio o il suo ambiente (Merleau-Ponty, 1989)

 

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