Alessitimia, strategie di autoregolazione e metacognizione – Partecipa alla ricerca

Una comprensione dei meccanismi eziopatologici dell’alessitimia è utile per le implicazioni cliniche e la possibilità di strutturare interventi più efficaci

ID Articolo: 190295 - Pubblicato il: 20 gennaio 2022
Alessitimia, strategie di autoregolazione e metacognizione – Partecipa alla ricerca
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Questa ricerca si propone di indagare la relazione che intercorre tra i livelli di alessitimia, il ricorso a specifiche strategie di autoregolazione, elementi metacognitivi ed esperienze infantili traumatiche/stressanti.

 

Messaggio pubblicitario Le emozioni giocano un ruolo chiave nell’esperienza quotidiana di ogni individuo e rappresentano un segnale fondamentale per l’essere umano spingendolo all’azione o, viceversa, all’autoprotezione. La capacità di prendere contatto con il proprio mondo interno, elaborarlo ed utilizzarlo a fini adattivi consiste in un processo complesso e continuo che spesso rappresenta una sfida. Soprattutto quando ci si trova di fronte a situazioni emotivamente difficili (sentimenti negativi di rabbia, colpa, tristezza, ansia) o a eventi potenzialmente destabilizzanti (un lutto, la solitudine, una pandemia mondiale). In questi casi, la regolazione emotiva e in particolar modo l’auto-regolazione, rappresentano alcuni degli elementi centrali in grado di orientare il vissuto individuale nella direzione di una progressiva risoluzione oppure di una crescente sofferenza.

L’alessitimia è attualmente considerata un tratto di personalità relativamente stabile che riflette un deficit nella capacità di elaborare cognitivamente le emozioni e regolarle (Luminet, Taylor & Bagby, 2018). Appare evidente che una condizione di questo tipo, pur non rappresentando un indice di patologia in sé, si accompagna facilmente a situazioni di difficoltà e sofferenza, innescando potenziali circoli viziosi da cui l’individuo fatica a uscire.

La prima concettualizzazione del costrutto risale agli anni ‘70 quando il ricercatore Peter E. Sifneos coniò il termine “alexithimic”, letteralmente una “mancanza di parole per le emozioni”, ad indicare una costellazione sintomatica frequentemente riscontrabile in pazienti psicosomatici (Sifneos, 1973). Oggi la ricerca scientifica che ruota attorno a questo costrutto si è notevolmente ampliata diffondendosi ben oltre il ristretto campo della psicosomatica. Di fatto, grazie a evidenze empiriche che ne riferiscono la presenza in condizioni cliniche differenti così come in popolazione generale (es. Honkalampi et al., 2000; Salminet et al., 1999; Westwood, 2017), le indagini odierne tendono a collocare l’alessitimia nel più ampio panorama dei processi affettivi e della regolazione emotiva.

Parlare di alessitimia significa parlare di un elemento di vulnerabilità transnosografico e multidimensionale che si caratterizza per: (i) una difficoltà nell’identificare le proprie emozioni, (ii) una difficoltà nel discriminare le emozioni da percezioni più prettamente fisiologiche, (iii) una difficoltà nel descrivere e comunicare i propri stati emotivi, e (iv) uno stile di pensiero concreto orientato all’esterno (Taylor, Bagby & Parker, 1997). La presenza di elevati tratti alessitimici confluisce poi in specifici pattern relazionali, caratterizzati da distacco e superficialità, che precludono al soggetto la possibilità aprirsi alla vicinanza emotiva con l’altro (Vanheule et al., 2007) e quindi al supporto sociale. Uno stile intra e interpersonale di questo genere si ripercuote inevitabilmente nella relazione psicoterapeutica con conseguenti difficoltà di trattamento, sia nell’alleanza che negli esiti (es. Vanheule, Verhaeghe & Desmet, 2011).

Messaggio pubblicitario La derivazione descrittivo-fenomenologica del costrutto ha contribuito a creare confusione in merito ai meccanismi eziologici-esplicativi in essa coinvolti. Innumerevoli modelli teorici si sono alternati prediligendo talvolta fattori di natura biologica innata (nature), talvolta elementi ambientali appresi (nurture). Questa ricerca si propone di indagare la relazione che intercorre tra i livelli di alessitimia, il ricorso a specifiche strategie di autoregolazione, elementi metacognitivi ed esperienze infantili traumatiche/stressanti. L’obiettivo principale dello studio è stabilire se la presenza di tratti alessitimici possa rappresentare una proprietà emergente (descriptive outcome) dell’adottare specifiche strategie di autoregolazione in virtù di certe credenze metacognitive. In altre parole, vuole comprendere se le difficoltà alessitimiche possano effettivamente rappresentare l’esito di un processo disfunzionale (teorie funzionaliste) piuttosto che una mancanza strutturale in senso stretto (teorie del deficit). Raggiungere una comprensione dei meccanismi eziopatologici coinvolti nell’alessitimia è essenziale non solo per una spiegazione teorica lineare, che pure sarebbe vantaggiosa, ma soprattutto per le implicazioni cliniche differenti che ne deriverebbero e la conseguente possibilità di strutturare tecniche d’intervento specifiche e maggiormente efficaci.

Il progetto di ricerca, nato dall’Università Sigmund Freud di Milano, abbraccia una prospettiva cognitiva-comportamentale nel tentativo di comprendere quali siano le variabili che maggiormente influenzano il rapporto che la persona adulta (18-60 anni) intrattiene con i propri stati interni, siano essi pensieri e/o emozioni. I livelli di alessitimia individuali saranno analizzati in relazione alle strategie di autoregolazione, alle credenze metacognitive e ad eventuali esperienze di vita particolarmente avverse. Verrà inoltre indagata la presenza di variabili confondenti che potrebbero influenzare l’analisi, quali le sfumature personologiche e la presenza di aspetti ansiosi e/o depressivi. Tale aspetto è estremamente innovativo dal momento che gran parte della ricerca sull’alessitimia si concentra ora su aspetti evolutivi, quali eventi traumatici/stressanti in infanzia o stili di attaccamento (teorie del deficit), ora su aspetti funzionali, quali strategie di autoregolazione (teorie funzionaliste), senza però indagare contemporaneamente entrambi gli elementi che ugualmente potrebbero concorrere, seppur in modo diverso, all’esacerbazione e al mantenimento di tratti alessitimici.

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L’alessitimia è un tratto relativamente stabile che aumenta la vulnerabilità di sintomi depressivi ed è associato a disregolazione affettiva

Bibliografia

  • Honkalampi, K., Hintikka, J., Tanskanen, A., Lehtonen, J. & Viinamäki, H. (2000). Depression is strongly associated with alexithymia in the general population. Journal of Psychosomatic Research, 48(1), 99-104.
  • Luminet, O., Taylor, G.J. & Bagby, R.M. (2018). Alexithymia: Advances in Research, Theory, and Clinical Practice. Cambridge: Cambridge University Press.
  • Salminet, J.K., Saarihävi, S., Aärelä, E., Toikka, T. & Kauhanen, J. (1999). Prevalence of alexithymia and its association with sociodemographic variables in the general population of Finland. Journal of Psychosomatic Research, 46(1), 75-82.
  • Sifneos, P. E. (1973). The Prevalence of “alexithymic” characteristics in psychosomatic patients. Psychotherapy and Psychosomatics, 22(2), 255-262.
  • Taylor, G.J., Bagby, R.M. & Parker, J.D.A. (1997). Disorder of affect regulation. Alexithymia in medical and psychiatric illness. Cambridge: Cambridge University Press. [Trad. it. I disturbi della regolazione affettiva. L’alessitimia nelle malattie mediche e psichiatriche. Giovanni Fiorini Editore, Roma, 2000].
  • Vanheule, S., Desmet, M., Meganck, R. & Bogaerts, S. (2007). Alexithymia and interpersonal problems. Journal of Clinical Psychology, 63, 109-117.
  • Vanheule, S., Verhaeghe, P. & Desmet, M. (2011). In search of a framework for the treatment of alexithymia. Psychology and Psychotherapy, 84(1), 84-97.
  • Westwood, H., Kerr-Gaffney, J., Stahl, D., & Tchanturia, K. (2017). Alexithymia in eating disorders: Systematic review and meta-analyses of studies using the Toronto Alexithymia Scale. Journal of psychosomatic Research, 99, 66-81.
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