Il concetto di valore nell’essere umano, una riflessione assiologica

Se il valore personale è legato ai risultati, la nostra autostima dipenderebbe dai risultati ottenuti, con effetti devastanti qualora non fossero raggiunti

ID Articolo: 189406 - Pubblicato il: 26 novembre 2021
Il concetto di valore nell’essere umano, una riflessione assiologica
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Nel trattamento delle sindromi psicologiche molto spesso ci imbattiamo in convinzioni che riguardano il proprio valore o il valore degli altri.

 

Messaggio pubblicitario ISFAR EFT Tali convinzioni risultano fondamentali nel mantenimento del disagio psichico in quanto definiscono in modo totale ed invasivo non solo l’efficacia di tutte le aree funzionali della persona, ma la sua stessa essenza.

Il termine valore viene utilizzato in modo confuso ed indefinito, a volte è astratto mentre a volte è concreto. Come astratto designa le proprietà del valore ed è spesso usato come equivalente di merito o di capacità dell’individuo, come sostantivo concreto invece il termine si riferisce a cose o persone che hanno “oggettivamente” queste proprietà del valore.

Poiché il termine valore risulta piuttosto ambiguo, dobbiamo considerare che la teoria del valore si riferisce tanto alla proprietà del valore, quanto al processo di valutazione. Riguardo alla prima si pongono vari problemi: “Qual è la sua natura? E’ una qualità o una relazione? E’ oggettiva o soggettiva? E’ una proprietà singola o sono parecchie proprietà?”

Abbiamo due modi per affrontare il problema, il primo considerare il valore come legato ad una o più condizioni, parleremo allora di valore condizionato, il valore di una persona aumenterà in base alla presenza delle caratteristiche predefinite.

Tale assunzione, che sembrerebbe proporre un andamento lineare della valutazione, in realtà ci pone un evidente problema definizionale. Qualunque siano infatti le condizioni assunte, esse risulteranno necessariamente mutevoli nel corso del tempo, pertanto, per poter arrivare ad una definizione di valore assoluto nei confronti di una persona, dovremmo assumere la media pesata dei valori relativi, dovendo considerare:

  • tutti gli ambiti che ci interessano
  • i valori relativi del soggetto
  • tenere cioè conto dello specifico peso dell’ambito, facendo quindi una media ponderata.

Anche così facendo in realtà non avremmo risolto il problema, assumendo infatti l’algoritmo di valore condizionato non potremmo mai arrivare ad una valutazione definitiva, in quanto l’andamento delle condizioni definite, qualunque esse siano, è fluttuante e per giungere ad una conclusione coerente con le premesse date dovremmo redigere il bilancio solo all’ultimo secondo di vita, potendo solo allora trarre un bilancio non più soggetto a possibili cambiamenti.

Immaginiamo infatti, per semplicità di esempio, che la condizione assunta per qualificare il valore sia la ricchezza: nel corso della vita una persona potrebbe nascere povera, diventare poi ricca e, a seguito di varie avversità, ritrovarsi di nuovo povera, per poi successivamente riguadagnare un benessere economico. La definizione di valore sarebbe allora molto relativa, seguendo necessariamente l’andamento degli eventi.

Inoltre, nei casi più eclatanti, l’ambito valutativo potrebbe essere praticamente uno solo (i pesi degli altri ambiti sarebbero minimi). Per esempio, un integralista religioso valuterà le persone a seconda della loro fede; un razzista a seconda del colore della loro pelle, ecc., attuando una grave distorsione di sovra generalizzazione in base alla quale il valore di un individuo sarebbe dedotto dalla presenza o meno di un ristretto numero di tratti, caratteristiche o comportamenti, assumendo implicitamente che gli organismi umani sono semplici ed intrinsecamente coerenti, tanto da poter essere valutati globalmente.

Anche l’aspetto della valutazione, come procedimento attribuzionale, suscita qualche perplessità, infatti ne assumiamo automaticamente un significato oggettivo e condiviso, cadendo di nuovo in un errore di sovra generalizzazione. Anche quando operiamo con un algoritmo lineare utilizzando un criterio aritmetico come ad esempio il denaro, di fatto non possiamo sottrarci ai principi del relativismo; una persona che guadagna 10.000 euro al mese può risultare ricca se paragonata ad una che ne guadagna 1.000 e povera se al contrario la contrapponiamo ad una che ne guadagna 100.000, quindi in assoluto come dovremmo definirla?

È evidente che quando ci rapportiamo a valutazioni che riteniamo impropriamente oggettive, ognuno di noi utilizza necessariamente criteri soggettivi e personali, che derivano dalla propria situazione e dalle proprie esperienze di vita. Tale procedura appare in tutta la sua evidenza quando siamo chiamati a valutare secondo criteri non aritmetici, pensiamo ad esempio al concorso di Miss Universo, per eleggere la donna più bella del mondo, o ad una giuria chiamata a valutare la prova ginnica di un concorrente olimpico. Nelle milioni di situazioni analoghe verificatesi, l’uniformità di vedute è stata rarissima, a conferma del fatto che anche in questo caso non esiste un parametro “oggettivo”, ma le persone, anche se esperte nello specifico campo, esprimono pareri diversi e talvolta totalmente divergenti, evidentemente condizionati più da considerazioni personali che dall’applicazione di un metodo imparziale.

Appare manifesto che l’utilizzo del principio di valore condizionato non risolve il problema di una valutazione efficace e valida degli esseri umani, suggerendo che gli individui siano troppo complessi ed articolati per essere costretti in una definizione così semplicistica. Conveniamo tutti che considerare la persona di Gandhi solo alla luce della sua bellezza (posto che si riesca a definire un concetto condiviso di bellezza) o del suo reddito personale sarebbe quantomeno riduttivo.

Le persone che assumono tale algoritmo valutativo commettono due enormi errori, generati da due diverse distorsioni cognitive; la prima, il pensiero dicotomico, ci porta a concettualizzare per categorie onnicomprensive ed assolute, che azzerano la complessità e la gradualità dei comportamenti umani: o si è buoni o cattivi, o intelligenti o stupidi, assumendo implicitamente definizioni universali senza alcuna considerazione del relativismo soggettivo; nessuno può essere sempre intelligente in tutte le occasioni, in tutti i campi, nelle varie forme conosciute dell’intelligenza ecc.; la seconda, che risulta essere la più nefasta, è la schiavitù da risultato.

Se il valore di una persona è collegato ai risultati che si ottengono in alcuni determinati ambiti, ne consegue che la nostra autostima dipenderebbe in modo lineare dai risultati ottenuti, con effetti devastanti qualora questi risultati non fossero raggiunti.

Riprendiamo l’esempio del denaro, se il mio valore è condizionato da quanto guadagno, questo implicherà che più guadagno e più ho valore come individuo; fin qui tutto chiaro, ma la schiavitù da risultato funziona anche in senso regressivo, quindi meno guadagno e meno valgo; estremizzando posso arrivare a concludere che se non guadagno nulla non ho alcun valore.

Rischi dell’attribuzione di valore personale

Ed è questo l’aspetto drammaticamente negativo del valore condizionato, quale che sia il parametro adottato, ricchezza, bellezza, successo, razza, nazionalità, religione ecc., il modello inevitabilmente ci porta a concludere che chi è privo del requisito è privo di valore.

Nella storia dell’uomo abbiamo ben presente cosa questo concetto ha determinato: i genocidi, le persecuzioni razziali o religiose, la stessa condizione della donna si basano sull’assunto di valore condizionato.

Ma tale disastrosa implicazione la ritroviamo anche come valutazione endogena, come dicevo, la scarsa o nulla considerazione di sé stessi è ricorrente in molte delle sindromi psicologiche e rappresenta uno dei cardini del disagio psichico.

Perché allora sviluppiamo tale concetto?

Benché il comportamento delle persone derivi da una interazione di fattori situazionali e personali molto complessa, nella realtà pratica le persone adottano un modello, noto in letteratura come errore di attribuzione fondamentale, individuato da Fritz Heider, che tende ad attribuire il comportamento di una persona alle sue disposizioni personali piuttosto che alle circostanze.

Tale metodo sembra rispondere più efficacemente al nostro bisogno di comprendere gli accadimenti della vita, quindi il poter legare i comportamenti alle caratteristiche dell’altro sembra sollevarci dall’angoscia dell’incertezza interpretativa e dalla fatica di dover ogni volta contestualizzare un comportamento ed astrarre le sue motivazioni da una serie di fatti spesso non chiari o contraddittori.

Questa è una tesi molto forte perché significa che il processore si vincola il prima possibile a questa particolare interpretazione a spesa di altre interpretazioni. Noi formuliamo giudizi circa la verosimiglianza dei fatti sulla base della corrispondenza tra i dati e il modello disponibile.

Il che ci porta al punto più importante e cioè che l’adozione di una rappresentazione determina il modello con cui pensare e che tale modello, se è assunto acriticamente, diventa il fondamento del nostro modo di guardare le cose e più in generale il mondo.

Si comprende quindi come nel tempo, il modello preesistente rafforzi dogmaticamente le proprie interpretazioni a scapito di tutte le alternative divenendo quindi non una possibile interpretazione della realtà, ma la realtà stessa.

Va detto che questa predisposizione è giustificata dall’esigenza di disporre con rapidità di coping comportamentali. Ovviamente per arrivare ad una decisione ci è utile ricorrere a procedure di semplificazione altrimenti passeremmo tutto il nostro tempo a pensare. Queste procedure sono dette euristiche, dal greco “heuriskein” che significa trovare.

Le procedure euristiche servono a trovare una soluzione, non necessariamente quella ottimale, quanto piuttosto quella più veloce.

Il ragionamento intuitivo è basato sulla percezione complessiva di una situazione, senza impiegare un’analisi particolareggiata e quindi richiede molte meno risorse psichiche del ragionamento analitico.

Inoltre, tale concetto è divenuto un modello sociale molto diffuso e oserei dire imposto, almeno nelle culture incentrate sull’ottenimento di risultati, che favorisce la continua e sistematica etichettatura di noi stessi, degli altri e delle situazioni in termini dicotomici, (secondo il principio dell’essere) buono/cattivo, bello/brutto, giusto/sbagliato.

L’utilizzo di tali concetti in modo estremizzato ci porta ad incorporarli saldamente nel nostro sistema di valutazione e di credenze.

Ogni cosa assume allora una ed una sola valutazione, ogni comportamento etichettato in modo immodificabile e definitivo, ogni persona viene sommariamente rappresentata radicalmente nella sua più profonda ed intima essenza.

L’errore risiede proprio in questo, se ci si limitasse a valutare il comportamento e gli effetti che da esso possono derivare, se ne potrebbero valutare gli esiti su di un piano relativo, contingente alla situazione data, in effetti molti comportamenti possono rivelarsi utili o nocivi, efficaci o dannosi, l’errore fondamentale è che tali valutazioni vengono estese al soggetto che manifesta tale comportamento: non è sbagliato solo l’atto, ma anche e soprattutto chi l’ha commesso.

In altre parole si passa immediatamente dalla valutazione del comportamento alla valutazione della persona nella sua globalità; nella nostra società si è imposta la corrispondenza diretta tra la persona ed il suo comportamento, sottostimando sistematicamente l’influenza che il contesto può avere nel determinare quello specifico comportamento.

Esperienza comune è che i nostri educatori (famigliari, maestri, insegnanti, ma anche amici ecc.)  abbiano legato il nostro valore personale alla presenza di alcune attitudini quali l’intelligenza, la perseveranza, la bellezza, la competenza e così via.

Durante la fase della socializzazione primaria si attua il processo di apprendimento che porta i minori, inseriti in un determinato contesto sociale e culturale, ad assimilare le norme, i codici di comportamento ed a condividere il linguaggio di riferimento ai valori vigenti.

È quindi in questa fase che si definiscono i presupposti che porteranno poi ad utilizzare un concetto di valore personale profondamente distorto.

Quando a casa eravate ubbidienti ed educati, vi dicevano che eravate un bravo bambino e voi vi sentivate compiaciuti; quando eravate maldestri o disubbidienti vi dicevano che eravate cattivi, mentre di fatto formulavano la loro opinione su quello che facevate esprimevano valutazioni su ciò che eravate.

Un principio sul quale non si insisterà mai abbastanza, non solo in terapia, ma nella vita quotidiana, è che le opinioni che si hanno su di una persona non sono che opinioni e non fatti indiscutibili, non è corretto, né soprattutto vero, confondere l’opinione che si ha su una persona con la persona.

Messaggio pubblicitario Se io affermo che un individuo è stupido non è detto che lo sia davvero, né tantomeno che lo sia sempre ma, se anche ciò fosse, questo non significherebbe generalizzare su tutta la sua persona un giudizio negativo (disvalore) in quanto potrebbe possedere molte altre qualità (gentilezza, disponibilità, onesta ecc.), inoltre assumo come univoca la mia soggettiva definizione di stupido, quando altri davanti ad un identico comportamento potrebbero definirlo come disponibile o gentile.

Le persone sono troppo complesse, troppo articolate e sfumate per poter essere correttamente definite ed etichettate con una sola definizione; abbiamo già visto però come opera la distorsione dicotomica che, basandosi sul principio di pensare binario, incasella la realtà nel principio del tutto o niente, schematizzandola e catalogandola in continue distinzioni nette e contrapposte.

Ecco quindi che il combinato delle due distorsioni produce una nefasta conclusione, non riuscendo ad essere sempre competente ne dedurrò che sono sempre un incompetente, e postulato che la competenza sia legata al mio valore personale me ne sentirò privo, ledendo radicalmente il concetto di autostima, che è appunto il modo in cui la persona valuta e considera sé stesso.

Come uscire quindi da questa trappola cognitiva?

Implicazioni sociali del principio di valore

Abbiamo illustrato le pessime conseguenze derivanti per l’individuo dall’accettare il principio di valore condizionato; appare utile considerare anche le implicazioni sociali che l’adesione di tale principio comporta. Infatti siamo indotti ad applicare tale modello anche alle altre persone derivandone un’euristica attribuzionale veloce e spietata; se gli altri non presentato sufficientemente i presupposti definiti, allora hanno poco valore, se non li presentano affatto, non hanno valore, ne sono cioè del tutto privi.

La devastante linearità di tale logica, spesso applicata in modo inconsapevole, ci sottrae alla comprensione delle sue tristi implicazioni concettuali. Definire una persona, in quanto non intelligente, o povera, o incapace o inadeguata, ponendo cioè una qualunque attribuzione come condizionante il suo valore, ci spinge ai confini estremi del razzismo e ci rende idealmente concordi con le peggiori ideologie che hanno inquinato la storia dell’uomo giustificandone i peggiori comportamenti.

I nazionalsocialisti sostenevano che le razze non ariane erano inferiori, prive dell’attribuzione condizionante il valore si sentivano legittimati a trattare gli ebrei, gli zingari, gli slavi e poi via via tutti i popoli assoggettati come “sub umani”. Analogamente, tale principio di valore condizionato all’appartenenza razziale è stato adottato dagli americani nei confronti dei nativi prima e delle persone di colore, dei cinesi e degli ispanici poi.

Del resto, basta estremizzare un pochino il ragionamento per comprenderne appieno il senso implicito. Abbiamo visto che se il valore di una persona è condizionato dalla sua ricchezza, questo significa che più la persona è ricca e più vale e, specularmente, meno è ricca e meno vale. Ma se la persona non solo è poverissima, ma versa in condizioni tali da non essere in grado di provvedere a sé stessa, dovremmo allora concludere necessariamente che è del tutto priva di valore. Se così fosse sarebbe allora legittimo domandarci se non fosse più conveniente ad esempio usare i suoi organi, gli organi di uno che non vale niente, per salvare due o tre persone, che invece essendo ricche, hanno più valore.

Cambiando esempio, dovremmo domandarci se è conveniente curare un anziano povero e non auto sufficiente piuttosto che impegnare le risorse sanitarie per dedicarle a persone di maggior “valore”. Prima di rispondere inconsapevolmente alla domanda vi suggerisco di mettervi nei panni dell’anziano e pensare che si potrebbe decidere del vostro destino, o di quello dei vostri genitori o addirittura dei vostri figli. E non è il caso di liquidare con disinvoltura la faccenda visto le recenti vicissitudini sofferte a causa della pandemia Covid, che hanno riproposto esattamente in questi termini le valutazioni rispetto alle persone anziane, o su più ampia scala, riguardo ai paesi poveri.

Dovrebbe quindi apparire evidente che l’adozione del valore condizionato nei confronti degli individui è una pessima scelta, sia da un punto di vista etico che procedurale, scelta che va abbandonata a favore di un principio più oggettivo e più stabile, differenziando nettamente il concetto di valore della persona da quello che riguarda l’efficacia dei suoi comportamenti.

Ed in effetti questo rappresenta il cuore del problema, nel rifiutare l’adozione di condizioni esterne che definiscano il valore di una persona, accettare il concetto che ogni persona vale in sé stessa e per sé stessa e non solo per la funzione che può svolgere, che ogni persona è un fine che ha valore assoluto e non solo un mezzo che vale per l’utilità che può offrire, individuando una qualità intrinseca che sia specie specifica, che sia caratteristica quindi di ogni essere umano.

E quale può essere una condizione che subordini alla sua assenza tutte le attribuzioni pratiche? Se io offrissi ad alcuni di voi, la fama, il successo, la ricchezza o qualsivoglia altra condizione, soddisfacendo quindi tutte le più inconfessate ambizioni, chiedendo in cambio solo il vostro tempo, consentendovi cioè di vivere così solo per un giorno e poi morire, quanti sinceramente accetterebbero?

La risposta a questa seconda domanda veicola anche la risposta alla prima, infatti la mia esperienza statistica maturata in molti anni di attività come psicoterapeuta, mi dice che pochissimi hanno tentennato nel rifiutare definendo la propria vita più importante di tutte le condizioni offerte.

Sono quindi in grado di rispondere alla domanda che mi ero posto: quale valore attribuire alla persona umana? La risposta ora appare semplice: poiché non esiste vita umana che non sia la vita di una persona; poiché qualunque condizione materiale ha un senso solo in presenza di un soggetto in grado di percepirla, ogni persona vale in sé e per sé in ragione del fatto che è viva, ed è l’essere vivo che caratterizza e definisce il senso delle nostre azioni e delle nostre attribuzioni.

Essere apprezzati, ammirati, poter disporre del benessere economico o di qualunque altra condizione che qualifichi soggettivamente la felicità, necessita come elemento fondamentale della presenza del soggetto percipiente, senza il quale questi fatti non veicolano alcun significato; non credo che Van Gogh sia ora in grado di essere soddisfatto del successo attualmente raggiunto dalle sue opere, o Leonardo della fama universalmente riconosciutagli, questi accadimenti non hanno ovviamente alcun senso se non gliene viene attribuito uno, specifico e soggettivo, dal singolo individuo.

 

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Bibliografia

  • F. Heider, The Psychology of Interpersonal Relations, New York, John Wiley and Sons, 1958
  • Dubar Claude, La socializzazione. Come si costruisce l’identità sociale, Bologna, Il Mulino, 2004
  • M. Piattelli Palmarini, L’illusione di sapere, Milano, Mondadori, 1993
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