Il gioco d’azzardo patologico: un’eziopatogenesi psicodinamica

Per chiarire l’origine del gioco d'azzardo psicologico la psicodinamica ne analizza l’ambivalenza, da cui trapela una matrice indubbiamente nevrotica

ID Articolo: 189487 - Pubblicato il: 30 novembre 2021
Il gioco d’azzardo patologico: un’eziopatogenesi psicodinamica
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Nell’ottica freudiana il ricorso al gioco d’azzardo non costituisce soltanto un mezzo di difesa contro impulsi sessuali edipici, ma anche uno strumento di autopunizione.

 

Messaggio pubblicitario ISFAR EFT Nel tentativo di identificare una possibile eziopatogenesi del disturbo da gioco d’azzardo compulsivo, la prospettiva psicodinamica pone l’attenzione sull’analisi del vissuto retrospettivo individuale, inteso come il condensato delle esperienze psicologiche maturate sin dalle prime fasi della vita e dei loro contenuti caratterizzanti. Proprio la natura più o meno appagante di questi vissuti potrebbe aver provocato la maturazione di una dimensione egoica ben coesa e strutturata, o alternativamente di un autentico vuoto affettivo, un “buco nell’Io” di cui la dipendenza rappresenta il tentativo riparatore.

Stein (1989) riconduce l’eziopatologia del gambling ad uno stato di fissazione evolutiva, una sorta di ritardo nello sviluppo cognitivo che costringe il pensiero ad una stasi nello stadio delle operazioni concrete. Si tratta del periodo evolutivo che Piaget chiama del pensiero pre operatorio – collocato tra i 6 i 12 anni circa – nel quale le azioni non vengono valutate tanto sulla base della loro potenzialità o consequenzialità lesiva, ma soltanto in base ad una valutazione superficiale, limitata alla piacevolezza dell’attività e alla mancanza di impedimenti alla sua esecuzione.

In questo senso il gioco diventa l’espressione di un desiderio di diletto da scaricare in modalità immediata, nella credenza ottimistica e illusoria che ogni partita sarà quella buona e che nessuna perdita, per quanto considerevole, risulterà dannosa. I giocatori sviluppano così una serie di dispercezioni ipervalutanti circa il Sé, credendosi imbattibili, abili, potenti, capaci persino di influenzare la sorte. Sarà solo con l’accesso ad un pensiero di natura formale-astratta che si potrà maturare maggior consapevolezza circa la natura rischiosa e incontrollabile del gioco, limitando al contempo l’illusione ottimistica tipica dell’egocentrismo piagetiano infantile (Stein, 1989).

Per chiarire l’origine della condotta di dipendenza in generale, e di gambling nello specifico, la psicodinamica si occupa di analizzarne l’aspetto di ambivalenza, da cui trapela una matrice indubbiamente nevrotica. Dunque il gioco d’azzardo è paragonabile ad un sintomo che concilia in sé aspetti conflittuali, posti a metà tra pulsionalità e censura, il cui esercizio costituisce una modalità di espressione abreativa dell’angoscia.

Il piacere sotteso all’esercizio del gioco non è mai puro, non è mai autentico: si mostra piuttosto l’interfaccia di un’esperienza sofferente che, non riuscendo ad assumere una natura verbalizzata, viene comunicata attraverso un agito compulsivo in cui la condotta di dipendenza costituisce uno strumento di sollievo, per quanto apparente. Secondo la prospettiva psicodinamica, la sua funzione è in realtà quella di mantenere nell’inconscio un vissuto rimosso e di impedirne la temuta emersione a mezzo di sofferti e dispendiosi controinvestimenti egoici, attuati proprio attraverso il rinnovarsi compulsivo della condotta di gioco.

Il gioco d’azzardo tra piacere sessuale e pulsione masochistica

Se il gioco d’azzardo è un sintomo di natura nevrotica, ciò significa che al di là dello stesso si pone la volontà inconscia di celare una pulsione che, per quanto gratificante, viene percepita come minacciosa, e per questo ostacolata dall’Io. Il sintomo, come nel più classico processo di rimozione nevrotica, viene a costituire il compromesso funzionale tra censura e scarica di una pulsione proibita.

Proprio sulla natura di questa “proibizione pulsionale” si sono avvicendate numerose ipotesi.

Greenson (1947) vi legge una forte carica sessuale sperimentata verso gli oggetti genitoriali, e per questo vissuta con senso di colpa, una paura pregenitale gestita attraverso il sintomo. La natura sessuale del gioco d’azzardo è evidenziata ulteriormente dalle sue componenti strutturali, che risultano sovrapponibili a quelle dell’eccitazione di un evento orgasmico, ove si riscontra egualmente la presenza di una tensione endogena crescente che, dopo aver raggiunto un acme esponenziale, tende a diminuire fino al perseguimento della quiete finale.

Nell’ottica freudiana il ricorso al gambling non costituisce soltanto un mezzo di difesa contro impulsi sessuali edipici, ma anche uno strumento di autopunizione per il desiderio di distruggere il padre e sostituirsi al suo potere.

È nella monografia Dostoevskji e il parricidio (Freud, 1928) che la coazione al gioco d’azzardo viene definita come una forma di autopunizione, nel quale la ricerca della perdita si spiega con una necessità di sconfitta e umiliazione, percepita sulla scia di desideri conflittuali edipici.

Il romanzo evidenzia come, nella storia evolutiva di molti giocatori patologici, sia possibile riscontrare la figura di un padre severo e autoritario, del quale si desidera prendere il posto non soltanto per risultare l’unico oggetto d’amore della madre, ma anche per debellarne l’autorità dispotica: in particolare, il senso di potere riscontrabile nella possibilità di sfidare la sorte e controllare le uscite di denaro, consente l’opportunità di identificazione emulativa con un paterno che decide e dispone, e del quale, per questo, si desidera la distruzione. In risposta a tale pulsione, ovviamente censurata dal Super Io, il soggetto avverte una necessità di autopunizione che può essere pienamente evacuata nel gioco d’azzardo e nelle perdite ad esso collegate.

“Egli sapeva che l’essenziale era il gioco in sé e per sé, le jeu pour le jeu. Egli non trovava pace fino a quando non aveva perduto tutto, il gioco era per lui un modo di punirsi. Quando la perdita dei propri averi metteva a tacere il senso di colpa edipico, la situazione nevrotica compulsiva trova un temporaneo appagamento prima di presentarsi di nuovo, manifestando lo stesso incontrollabile impulso di venir evacuata. E il ciclo ricomincia (Freud, 1928).

In questo caso l’impulso da evacuare in modalità difensiva è quello volto alla distruzione del padre, la cui presenza viene sostituita, a livello inconscio, da un desiderio di distruzione del Sé. È in tal modo che anche la punizione, il dolore, la colpa e l’umiliazione vengono accolti con positività. Il desiderio inconscio di perdere, e dunque di punirsi, di umiliarsi, di venire ripetutamente sconfitto, è l’unico strumento con il quale è possibile evitare l’insorgere di un’angoscia persecutoria di matrice superegoica (Freud, 1924).

Il masochismo gioca così una componente catartica, ponendo la sconfitta come un dovere inviolabile. Imbucci (1997) parla di divieto interiore di vincere, al fine di non entrare in competizione con la figura paterna interiorizzata e quindi con l’Ideale dell’Io. È per questo che l’umiliazione della sconfitta rappresenta un elemento di stimolo beneficiante per il giocatore, che in essa trova appagamento a quella sorta di aggressività interiore che proprio attraverso il suicidio vicario della perdita può essere scaricata al di fuori di Sé.

È un incoercibile desiderio inconscio di risultare perdente a manipolare la mente del giocatore, che non si ferma di fronte a nessuna possibilità di sconfitta; anzi, è proprio nello stato di incertezza in cui lo pone ogni giocata, ogni tiro, ogni scommessa, che egli trova un pungolo di sopravvivenza; è nell’aleatorietà, nel rischio di poter perdere che avverte lo stesso rischio di perdere se stesso, quell’eterna battaglia tra la vita e la morte che in una tensione dialettica distruttiva lo mantiene in vita.

L’incertezza del gioco, benefica e dolorosa, si identifica nella fonte di un piacere quasi vitale, per il giocatore: “una persona normale fa di tutto per evitare l’incertezza penosa, mentre è proprio quell’incertezza che cerca il giocatore d’azzardo, godendo dell’attesa del risultato, e della tensione che ad esso si accompagna, in una sorta di limbo conflittuale in cui la vittoria rappresenta una conferma del Sé arcaico, mentre una sconfitta incarna la punizione per aver desiderato la morte o la distruzione del padre fungendo da alibi catartica per l’inconscio” (Bergler, 1957, p. 176).

Al contempo l’urgenza dell’agito, intesa come l’incapacità di attendere o procrastinare la gratificazione, corrisponde a una situazione di non pensiero, un funzionamento scandito dal processo primario. La Mac Dougall parla di atti-sintomo che, impedendo la rielaborazione affettiva, si sostituiscono al lavoro psichico, e nel loro compiersi compulsivo rappresentano la fuga da una situazione ansiogena tramite un ripudio delle rappresentazioni disturbanti e una rapida evacuazione degli affetti connessi (1982).

L’invidia verso gli oggetti buoni

L’impulso di distruzione sotteso al gambling potrebbe risultare il correlato di una fase schizoparanoide in cui l’avidità per gli oggetti buoni posseduti dal genitore viene percepita in una modalità così distruttiva, e al contempo precoce, che può essere evacuata solo attraverso meccanismi di difesa arcaici come la proiezione difensiva. E viene dunque scaricata all’esterno, per preservare l’oggetto buono da possibili attacchi sadici aggressivi (Klein, 1928).

Messaggio pubblicitario La volontà di privare l’oggetto genitoriale dei propri beni fin tanto da distruggerlo viene in seguito compensata da un vissuto riparativo, garantito dal sopraggiungere della fase depressiva, grazie alla quale l’invidia verso i beni materni si mostra stemperata da un impulso di accudimento e protezione (Klein, 1952). Nel caso del gioco d’azzardo entrambi gli aspetti risultano simbolizzati: da una parte la corsa compulsiva alla scommessa rappresenta la volontà di impossessarsi dei beni materni, sotto la spinta impetuosa di un’invidia distruttiva; dall’altra, il desiderio di continuare le scommesse, malgrado le perdite, rappresenta l’impulso riparativo esercitato tramite l’autopunizione depressiva, e per certi aspetti masochistica, che trae piacere catartico anche dalla propria devastazione.

Sotto un ulteriore punto di vista il gioco d’azzardo potrebbe essere interpretato come il tentativo di controllare una figura genitoriale imprevedibile, da cui sente di dipendere disfunzionalmente, in una regressione arcaica non verbalizzata. È proprio la natura incontrollabile di questa figura genitoriale e delle sue reazioni affettive a spingerlo ad una necessità di controllo della stessa, in un continuo alternarsi tra atteggiamenti controfobici e contro dipendenti; ciò al fine di mantenere con essa un legame affettivo pur premurandosi di controllarne le contraddizioni e le incoerenze.

Il gioco compulsivo, in questo caso, potrebbe rappresentare il condensato simbolico di volontà di controllo di una sorte, i cui tratti di mutevolezza e imprevedibilità ben si uniformano a quelli della figura genitoriale interiorizzata. Controllare la paura della perdita e della sconfitta, dunque, potrebbe significare, dominare la paura dell’abbandono.

I connotati narcisistici del gambling

L’esaltazione dell’incertezza- intesa come azzardo e sfida della sorte- è stata altresì identificata come il possibile connotato di una personalità narcisistica che, nel tentativo di difendersi da un senso di debolezza e fragilità insostenibile, necessita di sfidare compulsivamente la sorte per ricevere conferme della propria onnipotenza (Rosenthal, 1992).

L’evento della vincita al gioco costituisce la simbolizzazione di una vittoria contro i propri limiti, e al contempo incarna la negazione dell’esistenza degli stessi, a conferma di un sovrainvestimento narcisistico suscitato da un contesto diadico deprivante, da un oggetto materno non empatico o non all’altezza dell’Ideale dell’Io.

L’aspetto più eccitante del gioco consiste nella possibilità di regolare con il proprio volere l’imprevedibilità del risultato: atteggiamento presumibilmente riconducibile alla presenza di un forte senso di vulnerabilità endogena, di disgregazione della famiglia e di sopraffazione della realtà che spinge il soggetto alla relazione con oggetti- Sé non adeguatamente responsivi (Rosenthal, 1992).

Il senso di onnipotenza e di negazione di dipendenza dall’oggetto-tipici della personalità narcisistica- rappresentano in questo caso l’elemento compensativo della deprivazione empatica patita nell’infanzia, ed esitata in un’inguaribile incertezza del Sé (Khout, 1971). Ma sono anche l’esito simbolizzato di un disprezzo verso l’oggetto affettivo che, non essendosi mostrato all’altezza dell’Ideale dell’Io, viene punito, rifuggito negato, proprio a mezzo di un gioco reiterato e dissociativo.

Il valore del legame oggettuale e l’oggetto transizionale

La dipendenza viene a ricreare quel rapporto mancato con la madre ambiente, conferendo occasioni di sicurezza altrimenti mancanti. In questo senso il gioco d’azzardo patologico può essere ricondotto all’attività ludica infantile, con cui condivide altresì la funzione liquidatoria e abreativa di un vissuto angoscioso. Un gioco liberatorio, perché in grado di trasformare una realtà minacciosa attraverso vissuti fantasmatici liberatori. Ma anche una sorta di reverie, di benessere diadico capace di ricreare un contesto facilitante in cui la madre aiuta a dominare le emozioni selvagge e a controllare l’ansia di differenziazione in una prospettiva evolutiva (Bion, 1962).

In una direzione che colloca l’origine del gioco d’azzardo patologico in un deficit relazionale, il gambling potrebbe rappresentare l’esito dell’assenza di un legame attendibile con l’oggetto primario, cui è conseguito un difetto fondamentale (Balint, 1968). Un’assenza distruttiva cha ha reso impossibile la rielaborazione del dolore abbandonico, e dunque la mancata maturazione di un oggetto transizionale con cui fronteggiare gradualmente il dolore per il distacco dalla madre (Winnicott, 1953).

Il bambino che non ha sperimentato un’adeguata responsività diadica non ha avuto l’opportunità di sviluppare una capacità di simbolizzazione dell’oggetto materno, laddove con questa espressione si intende la capacità di sostituire la madre con qualcosa che stia al suo posto e ne replichi la funzione rassicurante.

Data l’assenza di un oggetto transizionale funzionale al distacco evolutivo, la madre non può essere sostituita né simbolizzata: niente e nessuno può prendere il suo posto. Da qui il crollo emotivo, che porta alla necessità di creare oggetti transizionali d’emergenza, provvisori e disfunzionali, con cui supplire l’assenza di un contesto materno securizzante (Ogden, 1994).

Il gambling, col suo reiterarsi alternato di perdita e vincita, potrebbe dunque rappresentare l’oggetto transizionale di un dolore abbandonico mai rielaborato, ed esteriorizzato attraverso il fluttuare compulsivo di un gioco che, come il rocchetto del piccolo Ernst, consente di avvicinarsi all’angoscia quel tanto necessario per conoscerne l’entità, senza tuttavia venirne distrutti.

FORT- DA! Laggiù e qui. È una coazione a ripetere, quella che fa sparire e ricomparire il rocchetto nel tentativo di dominare l’angoscia per l’assenza della madre. Ed è ugualmente un processo nevrotico coattivo quello che spinge il giocatore a tirare i dadi sul tavolo per poi ritrarli, ancora e ancora, nell’illusione di poter “gestire” una mancanza di legame con l’oggetto, ignorando gli effetti distruttivi di questa patologica “scommessa” con il Sé.

 

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Bibliografia

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