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Rassegna sul disturbo depressivo persistente: storia, nosologia e implicazioni cliniche

Nel DSM-5 la nomenclatura ufficiale per indicare una condizione depressiva cronica diventa disturbo depressivo persistente

ID Articolo: 187012 - Pubblicato il: 23 luglio 2021
Rassegna sul disturbo depressivo persistente: storia, nosologia e implicazioni cliniche
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Il disturbo depressivo persistente è un disturbo cronico dell’umore che spesso si rivela più invalidante della depressione maggiore episodica (Schramm et al., 2020).

 

Messaggio pubblicitario Nel corso delle varie edizioni del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM) le svariate manifestazioni depressive croniche hanno assunto diverse denominazioni e concettualizzazioni, sino ad arrivare a quella odierna di ‘disturbo depressivo persistente’ (DSM-5; APA, 2013). La rilevazione del disturbo in ambito psichiatrico può risultare ostica, fino a quando non si intensifica sotto forma di episodio depressivo maggiore sovrapposto. Sebbene i dati circa l’eziologia del disturbo depressivo persistente siano scarsi, prevale, come nella maggior parte della psicopatologia, un’ipotesi eziologica multifattoriale. Nella seguente rassegna verrà discussa l’evoluzione della nosologia del disturbo nel corso del tempo, sino a raggiungere quella attuale all’interno di una prospettiva dimensionale (Schramm et al., 2020).

Disturbo depressivo persistente: nosologia

Nel corso della storia i disturbi dell’umore sono stati tradizionalmente considerati come condizioni episodiche e reversibili (Goodwin & Jamison, 2007); solo a partire dalla fine degli anni ’70 è stato contemplato anche un decorso cronico della depressione (Akiskal, 1983). Il disturbo distimico è stato introdotto nel DSM-III e successivamente nell’ICD-10 come diagnosi per le depressioni unipolari croniche; l’introduzione della distimia nella sezione dei disturbi dell’umore nel DSM-III è stata controversa, poiché molti ritenevano che tale condizione indicasse uno stile di personalità, piuttosto che un disturbo dell’umore (Klein, Riso & Anderson, 1993; Kocsis & Frances, 1987). Pertanto, oggigiorno ci sono autori che continuano a sostenere che il disturbo depressivo persistente, in particolare nella sua forma più lieve, rifletta uno stile di personalità, piuttosto che un disturbo dell’umore (Klein, 2020).

Il DSM-IV ha continuato ad ampliare la copertura delle depressioni persistenti aggiungendo specifiche per gli episodi depressivi maggiori con remissione parziale e gli episodi depressivi maggiori ricorrenti senza recupero completo tra gli episodi (Schramm et al., 2020). Nel DSM-5 la nomenclatura ufficiale per indicare una condizione depressiva cronica diventa ‘disturbo depressivo persistente’, mentre il precedente termine ‘distimia’ rimane soltanto tra parentesi: tale etichetta diagnostica indica la fusione dei precedenti ‘disturbo depressivo maggiore cronico’ e ‘disturbo distimico’ definiti dal DSM-IV (APA, 2013). Gli studi epidemiologici sul disturbo depressivo persistente indicano una prevalenza che oscilla tra l’1 e il 6%: la prevalenza del disturbo è indubbiamente più alta nei contesti clinici, comprendendo un range del 33-50% di pazienti con sintomatologia depressiva (Rubio et al., 2011).

Eziologia e trattamento del disturbo depressivo persistente

Oggigiorno lo stato dell’arte sull’eziologia del disturbo depressivo persistente si colloca ancora a uno stadio preliminare: nessuna causa biologica e fisiopatologia chiara è stata confermata per tale disturbo, per svariate motivazioni. Queste ragioni includono: l’eterogeneità clinica del fenotipo del disturbo, l’alta frequenza di episodi depressivi maggiori concomitanti, l’elevata comorbilità con disturbi d’ansia, disturbi da addiction e di personalità; ridotta numerosità campionaria e scarsi tentativi di replica degli studi (Schramm et al., 2020).

Messaggio pubblicitario In merito al trattamento, la commistione tra psicoterapia e terapia farmacologica a base di antidepressivi costituisce la modalità d’intervento di prima linea per la sintomatologia depressiva; nonostante ciò, la ricerca ha suggerito che gli interventi psicoterapici e farmacologici tendono ad essere meno efficaci nelle manifestazioni croniche di depressione, rispetto a quadri clinici non cronici (Cuijpers et al., 2010). Potrebbero essere molteplici le ragioni per cui il successo del trattamento sul disturbo depressivo persistente risulta limitato, una di queste riguarda il fatto che circa il 40% dei pazienti con disturbo depressivo persistente viene considerato resistente al trattamento.

I fattori che potrebbero ostacolare il trattamento come: scarsa motivazione, ridotta compliance e mancata psicoeducazione sul disturbo. Un’altra spiegazione plausibile riguarda una minore dimensione dell’effetto del trattamento rispetto alle manifestazioni non croniche del disturbo (Schramm et al., 2020). Una puntuale diagnosi differenziale tra le varie manifestazioni di sintomatologia depressiva costituisce da sempre una sfida clinica di una certa entità: la cronicità è indubbiamente la variabile discriminante più evidente, che comporta spesso il rischio di sottovalutare i sintomi e la relativa compromissione funzionale; portandoli tardivamente alla dovuta attenzione clinica. Coerentemente alla nuova classificazione dimensionale del DSM-5, la concettualizzazione dimensionale si è dimostrata nettamente superiore rispetto a quella categoriale in termini di affidabilità e potenza statistica (Markon, Chmielewski & Miller, 2011). Sfortunatamente, gli attuali sistemi di classificazione dimensionale si concentrano esclusivamente sulla sintomatologia trasversale e non incorporano aspetti longitudinali, come lo sviluppo e il decorso dei sintomi. Per affrontare tale gap, è stata proposta una classificazione bidimensionale della depressione con assi ortogonali separati per gravità e cronicità. Un tale sistema garantirebbe uguale priorità a entrambi i fattori e l’incrocio delle due dimensioni spiegherebbe la maggior parte delle forme di depressione attualmente riconosciute (Klein, 2008).

In conclusione di tale estratto è possibile affermare che, nonostante si tratti di una delle condizioni più complesse della psicopatologia, con molteplici aspetti ancora da chiarificare, la costante e cospicua ricerca sul tema permette a clinici e ricercatori di avere sempre maggior chiarezza e di trascendere gradualmente le svariate frontiere cliniche che si presentano quotidianamente.

 

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Bibliografia

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  • American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (DSM- 5) American Psychiatric Association.
  • Cuijpers, P., van Straten, A., Schuurmans, J., van Oppen, P., Hollon, S. D., & Andersson, G. (2010). Psychotherapy for chronic major depression and dysthymia: a meta-analysis. Clinical psychology review, 30(1), 51-62.
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  • Klein, D. N. (2008). Classification of depressive disorders in the DSM-V: proposal for a two-dimension system. Journal of abnormal psychology, 117(3), 552.
  • Klein, D. N., Riso, L. P., & Anderson, R. L. (1993). DSM-III-R dysthymia: antecedents and underlying assumptions. Progress in experimental personality & psychopathology research, 16, 222-253.
  • Klein, D. N. (2020). Persistent depressive disorder: commentary on Parker and Malhi. The Canadian Journal of Psychiatry, 65(1), 16-18.
  • Kocsis, J. H., & Frances, A. J. (1987). A critical discussion of DSM-III dysthymic disorder. The American journal of psychiatry.
  • Markon, K. E., Chmielewski, M., & Miller, C. J. (2011). The reliability and validity of discrete and continuous measures of psychopathology: a quantitative review. Psychological bulletin, 137(5), 856.
  • Rubio, J. M., Markowitz, J. C., Alegría, A., Pérez‐Fuentes, G., Liu, S. M., Lin, K. H., & Blanco, C. (2011). Epidemiology of chronic and nonchronic major depressive disorder: results from the national epidemiologic survey on alcohol and related conditions. Depression and anxiety, 28(8), 622-631.
  • Schramm, E., Klein, D. N., Elsaesser, M., Furukawa, T. A., & Domschke, K. (2020). Review of dysthymia and persistent depressive disorder: history, correlates, and clinical implications. The Lancet Psychiatry, 7(9), 801-812.
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