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Il ritiro sociale negli adolescenti. La solitudine di una generazione iperconnessa (a cura di Matteo Lancini) – Recensione

Il volume 'Il ritiro sociale negli adolescenti' descrive le incertezze, lo smarrimento e il senso di inquietudine vissuto dai nativi digitali

ID Articolo: 186260 - Pubblicato il: 24 giugno 2021
Il ritiro sociale negli adolescenti. La solitudine di una generazione iperconnessa (a cura di Matteo Lancini) – Recensione
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Il ritiro sociale negli adolescenti permette di inquadrare il vivere virtuale degli adolescenti, i loro compiti evolutivi in rapporto all’odierna società narcisistica, il fenomeno del ritiro sociale ed espone alcune esperienze finalizzate alla riduzione del rischio e alla valorizzazione delle risorse.

 

Messaggio pubblicitario Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, descrive in Il ritiro sociale negli adolescenti – La solitudine di una generazione iperconnessa le incertezze, lo smarrimento, il senso di inquietudine vissuto dai nativi digitali nella fase vitale contrassegnata dall’importante compito evolutivo di definizione dell’identità.

Presidente della Fondazione “Minotauro” di Milano e dell’AGIPPsA (Associazione Gruppi Italiani di Psicoterapia Psicoanalitica dell’Adolescenza), l’autore riporta all’interno del libro esempi clinici, frutto del lavoro di un’équipe, che da oltre quindici anni si interessa del rapporto adolescenza-Internet, con il chiaro intento di gettare luce su aspetti profondi del vivere l’adolescenza.

Il volume è diviso in quattro parti: nella prima parte viene inquadrato il vivere virtuale degli adolescenti; nella seconda parte vengono affrontati i compiti evolutivi adolescenziali in rapporto all’odierna società narcisistica; la terza parte è interamente dedicata all’esplicitazione del fenomeno del ritiro sociale; l’ultima parte, la quarta, espone alcune esperienze scolastiche e preventive in atto, finalizzate alla riduzione del rischio e alla valorizzazione delle risorse.

Quelle che un tempo venivano definite “nuove tecnologie”, oggi pervadono la quotidianità, al punto che tutti possiamo essere definiti iperconnessi:

Questa modalità sembra entrata a far parte di una condotta che afferisce al sistema delle nuove normalità, piuttosto che a quello di una nuova sindrome patologica.

Da circa venti anni la comunità scientifica ha iniziato a sondare la sintomatologia correlata ad un abuso della rete. Nei principali manuali diagnostici la dipendenza da Internet non compare direttamente: nel DSM 5 vengono citati, nella terza sezione, solamente aspetti di abuso di videogiochi; analogo discorso per l’ICD-10.

L’aspetto caratteristico dello spettro di disturbi legati all’uso problematico e patologico di Internet è caratterizzato dalla sostituzione della realtà con una realtà mediatica e della saturazione dei bisogni emotivi attraverso esperienze virtuali.

Tra i fattori di rischio di un abuso da Internet si annovera il parametro “tempo di connessione”, anche se non vi è unanimità circa il cut off definente un utilizzo problematico dei devices. Se è indiscutibile che un soggetto “dipendente” passi molte ore on line, ancora più determinante è la qualità del tempo trascorso in rete: da un punto di vista clinico, infatti, è peculiare la disamina degli agiti durante il tempo di connessione.

Un adolescente, invischiato nella trasformazione corporea, spettatore della fine degli ideali di onnipotenza infantile, dedica molto tempo nella scelta del proprio avatar, da mostrare al popolo del web. I videogiochi multiplayer permettono di giocare online con altri utenti, ergendosi a vera e propria palestra di social skills.

Approfondire le competenze dei ragazzi in materia di videogiochi offre materiale preziosissimo per accedere al loro mondo interno e al loro funzionamento.

Il difficile lavoro di mentalizzazione del corpo è mediato dal gruppo dei pari, principale punto di riferimento e di confronto a tale età: i coetanei, proprio perché condividono il medesimo vissuto di sperimentazione e disequilibrio rappresentano il riflesso del proprio Ego.

Si comprende quali possano essere le conseguenze psicologiche degli episodi di bullismo e, ancor più del cyberbullismo: essere derisi ed estromessi dal gruppo, nel periodo in cui si sta edificando la personalità dell’individuo arreca ferite profonde all’Io narciso.

Nel cyberbullismo l’azione aggressiva risulta amplificata e maggiormente pervasiva rispetto al bullismo tradizionale, grazie all’anonimato e all’assenza di limiti spazio temporali che lo caratterizzano.

Un espediente per sfuggire alla vergogna è dato dell’autoreclusione, denotante il fenomeno dell’Hikikomori, descritto per la prima volta in Giappone. “Hikikomori” deriva dai verbi “hiku” (tirare indietro) e “komoru” (ritirarsi) ed è tradotto in italiano con “ritiro sociale”.

L’Hikikomori dapprima abbandona la scuola o il lavoro, quindi la rete dei rapporti sociali, trascorrendo la totalità delle giornate nella propria stanza.

Le situazioni che maggiormente mettono in allarme gli Hikikomori sono il camminare per strada e imbattersi in un coetaneo, così come incontrare i parenti in occasione di cerimonie familiari. In entrambi i casi, la vergogna per la propria condizione e il vissuto di profonda inadeguatezza prendono il sopravvento; il desiderio più forte è la fuga e la reazione conseguente è l’evitamento.

Tra le cause favorenti l’entrata in hikikomori si annoverano, oltre agli episodi di bullismo, il rapporto di simbiosi con la figura materna e il sistema scolastico altamente competitivo.

L’adolescente risponde alla crisi identitaria attaccando il corpo in vari modi: l’autoreclusione è la strada scelta principalmente dal sesso maschile, laddove le ragazze veicolano la sofferenza nei disturbi alimentari.

Spesso il ritiro sociale viene erroneamente associato alla dipendenza da internet: l’utilizzo della rete nell’hikikomori rappresenta, invece, un alleato contro il rischio di cadute psicotiche, preservando il contatto con la realtà.

La rete rappresenta una sorta di “incubatrice psichica virtuale” che consente di anestetizzare l’angoscia e la solitudine, mantenendo in vita la prospettiva di un possibile futuro, in questo momento non realizzabile, ma almeno in parte pensabile

L’utilizzo quotidiano e compulsivo dei social network denota un “vivere in casa e abitare in piazza”: attraverso il proprio smartphone, infatti, è possibile controllare istantaneamente le novità che riguardano gli amici della rete. Ad oggi il numero di follower, i “mi piace”, i commenti ottenuti ai propri post costituiscono un biglietto da visita indiscusso dello status sociale e della popolarità di un adolescente, oltre ad alimentare, o, al contrario, ad affamare, la propria autostima.

Il pericolo principale è che Internet diventi la parte centrale, e non limitata, della vita, non il mezzo ma il fine, perdendo la capacità di negoziare con le difficoltà identitarie e relazionali che la realtà propone.

Internet viene assimilato a un rifugio della mente, un mondo onirico o fantastico che si preferisce al mondo reale.

L’identità è da intendersi non come un dato innato, bensì come un processo in divenire, che trova nell’adolescenza una fase di sviluppo cruciale.

La percezione della gravità di certe azioni online è spesso decisamente limitata, sia negli adolescenti sia nei genitori che sottovalutano la portata dei rischi.

Un locus of control interno può limitare il rischio di un utilizzo inadeguato della rete, ergendosi a fattore protettivo contro dipendenza da sexting, gaming, abuso dei social, utilizzo illegale dei contenuti multimediali: se il soggetto percepisce di avere un ruolo attivo nel muoversi nel mondo, reale e virtuale, sarà in grado di utilizzare Internet come risorsa e non come realtà alternativa.

Ruolo determinante nel favorire tale lavoro metacognitivo è svolto dagli adulti di riferimento, primariamente i genitori.

Il filo conduttore del libro è espresso dalla convinzione che un agito adolescenziale esprime il dolore di una crescita bloccata e l’unica strada per lavorare clinicamente con un adolescente è, non solo incontrarlo, bensì raggiungerlo laddove egli si trovi, avvicinandolo empaticamente per rendere l’ignoto meno spaventoso.

 

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Bibliografia

  • Lancini, M. (a cura di) (2019). Il ritiro sociale negli adolescenti. La solitudine di una generazione iperconnessa. Raffaello Cortina Editore.
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